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Campioni senza valore


Alessandro Donati
con la collaborazione di Antonello Sette

Prefazione di Gianni Minà

PONTE ALLE GRAZIE

PREFAZIONE

La vicenda di Alessandro Donati nell’atletica italiana sembra, nello svolgimento, un film western americano dell’epoca eroica, prima dell’avvento degli spaghetti-western di Sergio Leone.

E' la storia di un uomo comune, onesto, appassionato, ben certo dei suoi valori, che un giorno, senza cercarlo ne’ volerlo, si trova ad affrontare i più potenti, ad essere l'unico che si oppone ai padroni della ferrovia, a quelli che vogliono inquinare il panorama, la qualità della vita del suo piccolo mondo, quelli per i quali ogni mezzo è lecito per far prevalere i propri interessi, il proprio profitto.

Così la sua lotta spietata; solitaria, diventa senza quartiere. Ad un certo momento, si tenta perfino di far passare lui per bandito. Ma questo "omino", senza il fisico e la vocazione del ruolo riesce alla fine a sconfiggere il male, almeno così sembra. Quando però, finita l’ultima sfida all’«OK Corra» si guarda intorno, si trova malinconicamente solo, senza nulla, nemmeno il cavallo, seduto ad una scrivania,

La morale la lascio a chi lo sport ha la capacità di vederlo ancora con occhi disincantati e non si è fatto confondere dal martellamento di quei mezzi di informazione (quanti in buona fede?) per i quali quello che conta è essere un uomo vincente o «avere la mentalità vincente», qualunque sia il prezzo da pagare.

Perché Sandro Donati, in teoria, non ha fatto niente di speciale. Un giorno si è accorto che nell’atletica italiana, ormai vittima di un delirio di potere dei suoi vertici (presidente Nebiolo, vicepresidente Mastropasqua, segretario generale Barra, commissario tecnico Rossi e alcuni altri valvassori e valvassini di minore lignaggio), era diventata ormai prassi irridere, infischiarsene, tradire tutta la base filosofica.

Per questi sommi sacerdoti degli alti valori dello sport ribaditi ad ogni occasione, era diventato normale, all’inizio degli anni ottanta, truccare le carte, «aggiustare» le gare, inventare i tempi e le misure per gli atleti ubbidienti, creare veri e propri comitati d‘affari dove pochi eletti guadagnavano più degli atleti che tenevano in piedi il «movimento» e, alla fine, al grido di «tanto lo fanno tutti», era diventato normale accettare praticamente come ufficiale la logica del doping (certe dichiarazioni del c.t. Rossi in questo senso sono emblematiche).

Prima passò l’autoemotrasfusione, ben presto bandita da una legge dello Stato, nel promulgare la quale i politici si sono rivelati, una volta tanto, più sensibili e tempestivi dei padroni del vapore dello sport che sempre si lamentano proprio dei politici.

Più avanti, il nuovo verbo divenne la somatotropina e poi il testosterone, insomma gli steroidi anabolizzanti, con i quali era più semplice «far crescere» un atleta invece di allenarlo per ore sui campi. In questo modo l'Italia dell’atletica che in un recente passato aveva il suo punto di forza nelle specialità più tecniche (ostacoli, velocità, salto in alto e perfino l’asta) incominciò a produrre campioni o quasi nel fondo, nel mezzofondo e nei lanci, dove pompando i muscoli o l’apparato circolatorio si cresceva in fretta e si acquisiva evidentemente la famosa «mentalità vincente».

Qualche volta usciva uno Stefano Mei che, seppure mortificato nelle selezioni per Los Angeles, era capace, due anni dopo agli europei, di rompere le uova nel paniere e battere perfino il vincente Cova, ma, in generale, tramontato quel «rompiballe» di Mennea, la vita nell’impero di re Nebiolo, Barra & C. scorreva serena, malgrado le lettere-denuncia documentate di Romano Tordelli, un gentiluomo di provincia ritiratosi, schifato, nelle sue Marche, dopo molti anni di lavoro responsabile e ad alto livello nell’atletica.

Così non sarebbe successo niente se un «omino» di nome Sandro Donati, allenatore di velocisti azzurri, carattere un po’ giacobino (che arrivò perfino a prendere di petto ingiustamente Mennea, uno che faceva le sue stesse battaglie), oltre a convincere Mei a non mollare dopo la vigliaccata subita alla vigilia delle Olimpiadi di Los Angeles, oltre a far viaggiare Pavoni nell’unica stagione, l'87, in cui ha ottenuto risultati degni delle sue capacità, oltre ad allenare Sabia, non si fosse convinto che i risultati non hanno valore se ottenuti in un ambiente malsano e non avesse deciso, proprio durante i Mondiali di Roma, di non accettare più una certa realtà.

Quei Mondiali, ora lo sappiamo, si trasformarono nella vera orgia del potere dei vertici dell’atletica e non solo per la massa di denaro che passò per le loro mani. L'omino Donati però, venuto a conoscenza dell’ennesima trama (truccare in favore di Evangelisti la gara del salto in lungo) decise, una sera, che il limite di decenza era stato passato e che, se non c’era più niente da fare con chi era ai vertici dello sport nazionale per un cittadino qualunque come lui, c’era sempre la possibilità di sporgere denuncia ai carabinieri.

Certo, la giustizia è un concetto talvolta astratto, per cui una commissione del CONI, come nel caso del salto di Evangelisti, può arrivare a scoprire senza possibilità di smentita quello che un giudice, che riceve la denuncia dei carabinieri non riesce a chiarire. Ma, alla fine, la macchina messa in moto dal testardo omino dei Castelli Romani non si può fermare, nemmeno se, fra i vertici dello sport italiano, inizia la stagione dei ricatti, dei patteggiamenti e si cercano di evitare «notti dei lunghi coltelli».

Certe teste quindi cadono, magari facendo, fra gli applausi, l’apologia della disonestà, come è accaduto alla festa dell'atletica all’Excelsior. Certo Sandro Donati, eroe con la fionda, pagherà più di chi ha commesso reati sportivi e non solo sportivi, come d’altronde succede nei fatti di mafia, dove quasi sempre l’accusatore della piovra paga un prezzo più salato di quanto non paghi la mafia stessa.

Donati è sempre un bravo allenatore e anche se la morale che si ricava dai fatti narrati in questo libro riduce in pezzi la famosa filosofia della purezza dello sport, tante volte ostentata, non abbandoneremo la speranza che un giorno, magari la stessa atletica o lo stesso CONI, non dico sappiano premiare Sandro Donati, ma almeno restituirgli il posto che gli hanno tolto solo per aver fatto il suo dovere di cittadino e quindi aver perfino salvato un pochino la faccia proprio di chi non lo ha saputo, o voluto, difendere.

Gianni Minà

INTRODUZIONE

"Il mare in burrasca dall’altro lato della via. Il cielo grigio, la pioggia fitta, come solo al mare d’inverno, Nel piccolo stadio di Gaeta cinque uomini divorano insaziabili la pista e sembrano gli ultimi epigoni di un’atletica che rischia di morire. Ai margini della corsia esterna un uomo attem pato segna a fatica su un foglietto bagnato tempi definiti al centesimo di secondo."

Ho conosciuto il doping lunedì 11 febbraio 1985. Ero andato alla scuola nazionale di Formia per intervistare Carlo Vittori, il grande artefice del fenomeno Mennea, e avevo accompagnato il professore nello stadio di riserva, per l’allenamento quotidiano.

Ero partito da Roma con ben altri intenti: il quotidiano «Reporter», che avrebbe debuttato in edicola dieci giorni dopo, mi aveva chiesto per il numero d'apertura un pezzo celebrativo della bellezza del gesto atletico, da Jesse Owens a Livio Berruti, da Henry Cari" a Tommie Smith, da Valerij Borzov all’emergente Carl Lewis. Il professore non si era lasciato incantare dal caleidoscopio di immagini illuminato dalla memoria. Improvvisamente la sua voce si era prima interrotta e poi impennata. Mi aveva informato.

Per noi ragazzi degli anni sessanta l‘atletica era rimasta aggrappata alla curva limpida e insospettabile di Livio Berruti, medaglia d'oro dei 200 metri nell’Olimpiade romana. L‘atletica era lo sport più antico e questa primogenitura bastava, ai nostri occhi, a renderla incorruttibile. Vittori mi risveglio dall’illusione che aveva accomunato intere generazioni di appassionati e di spettatori Da quel giorno, malinconico anche nel contesto, seppi che «ci sono due atletiche e nessuno lo dice: un’atletica minoritaria e pulita e un’altra consumatrice accanita di additivi e ricette miracolose. Tutto ciò rimette in discussione l'indiscutibile, Bisognerebbe acquistare un altro taccuino e ricominciare dall’inizio. Se un mio atleta perdesse per motivi che esulano dalla mia morale, per me avrebbe perso due volte. lo di mestiere faccio l’allenatore. Alleno uomini, non cavie umane. Insegno ad andare più forte in pista e nella vita. Altrimenti che senso ha?»

Già, che senso ha avuto l’atletica impazzita degli anni ottanta? Campioni senza valore che hanno accumulato record ed allori e altri, dotati di autentico talento, costretti a navigare in retroguardia solo per l’ostinato rifiuto di sottoporsi al rito, proibito e obbligato, del doping. Mentre ministri, sottosegretari e mega presidenti delle onorate federazioni, celebrando i grandi exploit nazionali, ripetevano in coro che lo sport non è solo medaglie, ma una scuola di vita, dietro le quinte gli stessi signori si contendevano le prestazioni dei grandi strateghi della medicina applicata, capaci di trasformare, a comando, un atleta mediamente dotato in un campionissimo.

Nel diario di lavoro del dottor Daniele Faraggiana, medico convenzionato con la FIDAL, si legge che l’incidenza degli steroidi anabolizzanti sull’entità della prestazione va valutata nell’ordine del cinquanta per cento. Un’esagerazione, presumibilmente grossolana, che spiega però, meglio di qualsiasi considerazione, quanto la filosofia del doping avesse ribaltato la scena. All’atleta, all’allenatore e all'entourage era rimasto solo il cinquanta per cento lasciato libero dagli artifici della scienza.

Il fenomeno del doping non ha rappresentato, come è ovvio, una prerogativa dell’atletica italiana‘ Ha investito tutto il mondo civilizzato e tutti gli sporti Se nei paesi dell’Est, il doping è stata la logica degenerazione di un sistema centralizzato che utilizzava su vasta scala lo sport come propaganda politica, nell’Occidente è rimasto, con poche eccezioni, nell’ambito delle scelte individuali e degli apparati tecnici e commerciali che hanno gestito i «campioni». Una di queste rare eccezioni è stata l’atletica italiana, sorella prediletta dell’atletica mondiale per via del doppio incarico ricoperto dal padre padrone Primo Nebiolo. Da lunedì 11 febbraio 1985, ingenuamente ho interrogato tutte le star dell’atletica italiana sui loro rapporti con il doping. Nessuno ha mai confessato non dico l’abuso, ma neppure la modica quantità. Fra tante negazioni ho però, con il tempo, imparato a districarmi. Non per denunciare i reprobi all’opinione pubblica, perché a questo scopo le sensazioni non bastano, ma per capire e difendermi dagli inganni dei falsi campioni. Ho fortemente sospettato di chi negando l’esistenza stessa del problema lo riduceva all’invidia degli incapaci di vincere. Ho creduto invece, e qui i nomi possono farsi, a chi, come Giovanni Evangelisti, Donato Sabia, Stefano Mei, Stefano Tilli, Gelindo Bordin si dichiarava vittima impotente del sistema, perché senza doping sarebbe stato infinitamente più competitivo. Evangelisti mi implorò un giorno di dare un cognome e un volto ai miei sospetti: «Bisogna farli questi nomi. La gente non li conosce e non distingue. La cosa più triste e nauseante è che alla fine rimane solo una promiscuità totale fra gli atleti puliti e quelli che non lo sono.»

A differenza degli atleti puliti, vittime della promiscuità, Sandro Donati si è rifiutato di considerare il doping come un’ineluttabile invasione di campo. E andato all’assalto della fortezza contando quasi esclusivamente sulla propria irriducibile passione. Era un tecnico emergente dal futuro brillante. E diventato, secondo le circostanze, un traditore, un moralista, un alienato, un giacobino, un esaltato, un invidioso, «uno che si rode dentro», come lo apostrofò un giorno senza troppe sottigliezze il campione olimpico Alessandro Andrei.

Di fronte alle accuse, il mondo che gli girava intorno non si è difeso, si è tappato le orecchie. E ha sbandierato, come un alibi inoppugnabile, il lustro delle medaglie.
Squadra che vince, non si tocca. Per anni anche la stampa ha avuto paura dello scandalo, ha censurato i sospetti e non ha cercato le prove. Se questo è potuto accadere, ha scritto Remo Musumeci su]l’«Unità», è dipeso in qualche misura dalla passione diffusa che respingeva istintivamente la verità. Come un innamorato tradito che trasforma una ferita in un’ossessione, Donati ha insistito, esibendo nuove prove e nuove testimonianze.

La voce della stampa si e prima interrotta e poi impennata. L’opinione pubblica è stata finalmente informata. Questo diario dal fronte racconta anche l'intuizione, fortuita e geniale, che ha facilitato lo smascheramento della lunga stagione degli inganni. Evangelisti era un amico di Sandro Donati, nonché uno dei rarissimi nemici a viso aperto del doping. Quando Donati seppe che un suo salto sarebbe stato allungato per regalare all’Italia una medaglia mondiale, capì però che quell’imbroglio, perpetrato davanti agli occhi del mondo, avrebbe potuto intaccare l’invincibilità della federazione. E in uno stadio stracolmo di tifosi, Donati cercò con l’aiuto di pochi amici di cogliere in flagrante l'illecito regalo che era stato prospettato a favore di un altro amico.

Dal salto truccato di Evangelisti prese le mosse una lunga e rigorosa campagna di stampa sull’inquinamento che aveva avvelenato lo sport italiano e, soprattutto, l’atletica.

Si scoprì che i titoli dell’atletica italiana erano stati gonfiati artificialmente, come talvolta accade per quelli quotati in borsa, al fine di mungere oltre ogni limite gli sponsor: la manna piovuta dal cielo a metà degli anni sessanta. Dietro le medaglie, erano state nascoste la caduta verticale del numero dei praticanti, l’agonia dell’atletica in provincia, l'inesistenza dell‘atletica femminile e di tutte le discipline che richiedono un addestramento tecnico altamente specializzato come gli ostacoli. Ci si accorse che negli ultimi anni l’Italia non aveva avuto nessun atleta di valore nei salti, a parte Evangelisti, e nessuno nei lanci, a parte Andrei. Ci si accorse che la filosofia del campionismo aveva cancellato il coro, la partecipazione collettiva alle imprese del solista più dotato. Le piccole società erano state emarginate, i maestri disincentivati. In nome del campionismo, investimenti faraonici erano stati indirizzati verso pochi atleti etichettati da medaglia e verso l’entourage tecnico-scientifico-stregonesco incaricato di prepararli.

Dal palcoscenico truccato di Roma ’87, la stagione delle denunce allargò il suo raggio e invase il mondo, fino a intaccare anche l‘invincibilità del superman agli steroidi Ben Johnson. Non è arbitrario supporre un nesso di causalità fra il salto di Evangelisti e lo stanozolol rinvenuto nelle urine di Johnson, perché solo dopo quella truffa, impietosamente svelata dalla moviola televisiva, il mondo dell’atletica ha cominciato a guardare dietro la vetrina dei record mirabolanti La verità sommersa erano i muscoli gonfiati fino all'inverosimile del re della velocità. Era la nuova e statuaria regina Florence Griffith, capace di cambiare, nell'ultima stagione di una onorata carriera da eterna seconda, gambe e motore, trasfigurando in una velocista insuperabile per almeno vent’anni. Erano i controlli antidoping di facciata, che per anni avevano sacrificato la scoperta delle positività dilaganti all’omertà delle connivenze politiche. Erano i tanti campioni senza valore diventati mattatori della scena. Dal 26 aprile 1989 l’atletica italiana ha un nuovo presidente, Gianni Gola, tre nuovi vicepresidenti e un nuovo consiglio federale. Solo la prova dei fatti potrà dire se si sia finalmente voltata pagina, ma non è senza significato che uno dei vicepresidenti e uno dei consiglieri siano Livio Berruti e Romano Tordelli, protagonisti esemplari della lunga e sofferta battaglia contro il doping.

Questo libro non sarebbe stato possibile se un’ostinazione, disperata e isolata, non fosse diventata una ritrovata passione collettiva. Ringraziamo, in particolare, Annamaria Massimi che ci ha sostenuto dalla prima all’ultima pagina e Marino Sinibaldi per la preziosa supervisione.

Antonello Sette

PROLOGO

Domenica 6 aprile 1975 un giovane atleta veneto, Giovanni Salvaterra, lanciò il martello a metri 66.22: non si trattò del nuovo record del mondo e neppure di quello italiano. La performance di Salvaterra rappresentava solo una piccola novità stagionale in una specialità che in Italia languiva nella mediocrità.

Accadde tuttavia che dal lancio promettente di Salvaterra il direttore tecnico della squadra nazionale di atletica leggera Enzo Rossi traesse lo spunto per rilasciare, tre giorni dopo, al giornalista del quotidiano torinese «Tuttosport» Giacomo Mazzocchi, un’intervista lungimirante: «Salvaterra è l‘unico in Italia che sa fare un uso appropriato degli anabolizzanti E sai perché? Perché è figlio di un farmacista. Noi vogliamo che tutti in Italia, come già avviene all’estero, facciano un uso appropriato e razionale degli anabolizzanti anche quando il proprio genitore ‘non fa il farmacista!»

Mi domandai se Rossi si rendesse conto della gravità delle sue dichiarazioni. Pensai che la stampa specializzata il giorno successivo si sarebbe indignata. Il Comitato olimpico internazionale già da un anno aveva messo al bando gli steroidi anabolizzanti e, dunque, l‘elogio di Rossi, davanti al massimo organismo sportivo mondiale, equivaleva a una denuncia di procurato doping, Salvaterra avrebbe dovuto inevitabilmente andare incontro ad un'inchiesta e ad una squalifica, nel caso si fosse accertato che la lode del direttore tecnico era meritata. Mi chiesi anche quali sarebbero state le reazioni del presidente della federazione italiana Primo Nebiolo e dei massimi dirigenti del Comitato olimpico nazionale. La mattina dopo, nel mio ufficio al Centro documentazione della Scuola centrale dello sport del CONI, sfogliai attentamente i giornali, ma non trovai neppure un rigo dedicato all’argomento. Stupito, telefonai a Gianni Romeo, responsabile dell’atletica a «Tuttosport», che confermò l‘assoluta mancanza di echi all’intervista rilasciata da Rossi a Mazzocchi. Replicai: «Ma neppure voi, come redazione, trovate nulla da eccepire di fronte a una dichiarazione cosi grave?» «In effetti» mi rispose Romeo «hai ragione: si tratta di una dichiarazione quantomeno azzardata e, a ben pensarci, anche in contrasto con le norme olimpiche sul doping. Ho un’idea: scrivimi una lettera nella quale spieghi più organicamente i concetti che mi hai anticipato per telefono. La pubblicherò con, in calce, un mio commento.»

Seguii il suggerimento e scrissi una lettera con cui chiedevo al giornale di pronunciarsi sull’incredibile dichiarazione di Rossi e di accertare la portata della diffusione degli anabolizzanti fra gli atleti italiani, ovvero di contare quanti avevano già esaudito «la volontà» di Rossi.

Il 23 aprile 1975, un’intera pagina di «Tuttosport» fu dedicata al tema del doping. Tutti gli interventi condannarono senza alcuna ambiguità l‘uso degli anabolizzanti. Rossi abbozzò una rettifica. Passarono pochi giorni e Giovanni Salvaterra migliorò ancora di oltre due metri il proprio record personale di lancio del martello. Dino Pistamiglio commentò di nuovo su «Tuttosport»: «Si è parlato di lui come uomo degli anabolizzanti anche perché la madre è laureata in farmacia.» Nessun altro dedicò al record qualche diversa annotazione e nessuno fece caso al cambio di persona. Del resto, che il farmacista di casa Salvaterra fosse il padre o la madre non era di per sé una circostanza rilevante.

Enzo Rossi non avrebbe potuto essere più esplicito nell’annunciare all’Italia il suo modo di concepire il fine del risultato sportivo, senza badare ai mezzi.

La carriera sportiva di Salvaterra si esaurì con i record stabiliti nell’aprile del 1975. Il suo martello non sarebbe volato oltre. La carriera di Rossi sarebbe stata, invece, lunga e fulgida, in un crescendo entusiasmante di successi.

DI RITORNO DA MOSCA

Già nel 1972, il responsabile italiano del settore lanci Renato Carnevali aveva espresso, in un’intervista televisiva rilasciata a Maurizio Vallone, lo stesso auspicio di Rossi, indicando nell'adeguamento farmacologico a «ciò che si fa nell'Europa orientale» l’unica possibilità di rilanciare il settore.

L’Europa dell‘Est: sempre il solito refrain. Il doping per anni è stato considerato come una prerogativa esercitata senza scrupoli dai paesi dell’Europa orientale, mentre per l’Occidente sembrava che dovesse rimanere solo una tentazione. Anche io, di fronte agli auspici di Rossi e Carnevali, non intravidi altro che la manifestazione di desideri personali, assolutamente isolati dal contesto italiano.

Il doping di Stato socialista, mina vagante contro i successi sportivi dei paesi capitalisti, tornava ad affacciarsi periodicamente sui giornali. L’esempio più eclatante di aggressione farmacologica era rappresentato, per generale convinzione, dalla Germania Orientale, un piccolo paese di 17 milioni di abitanti, improvvisamente capace di diventare una grande potenza sportiva, soprattutto con le donne. Le nuotatrici della mm, praticamente imbattibili, Con le loro braccia e spalle smisurate, divennero per gli occidentali lo stereotipo dell’atleta gonfiata con gli steroidi anabolizzanti.

L’atteggiamento prevalente dei dirigenti sportivi in quegli anni fu quello di provare ad adeguarsi agli standard di efficacia nelle pratiche di doping raggiunti dall’URSS e dalla Germania dell’Est, piuttosto che tentare di combatterne la diffusione. Un atteggiamento insensato che avrebbe condotto negli anni successivi ad una crescita impressionante del fenomeno in molti sport.

Dalle pagine dei giornali e delle riviste specializzate il doping si trasferì nella mia vita di allenatore alla fine dell'estate 1980, subito dopo la conclusione delle Olimpiadi. A Mosca la staffetta 4X400, di cui ero responsabile nazionale, composta da Stefano Malinvemi, Roberto Tozzi, Mauro Zuliani e Pietro Mennea, aveva conquistato la medaglia di bronzo alle spalle dell’URSS e della DDR. Dopo i Giochi moscoviti, il calendario prevedeva a Palermo, come ultimo atto della stagione agonistica, l’incontro fra l’Italia e la Finlandia.

Il sabato, vigilia delle gare, Carlo Vittori, responsabile nazionale della velocità e mio maestro, allenatore di Pietro Mennea che aveva appena vinto il titolo olimpico sui 200 metri, Elio Locatelli, responsabile dei salti, ed io uscimmo dopo cena per una breve passeggiata intorno all’albergo. Vittori e Locatelli rievocarono alcuni episodi verificatisi a Mosca pochi giorni prima. Alludevano al professor Francesco Conconi, un biochimico dell’Università di Ferrara, che da poco tempo collaborava ufficialmente con la nazionale di atletica. Fecero notare che Conconi aveva di fatto oscurato il ruolo di Giammartino Benzi, docente di farmacologia all’Università di Pavia, che fino a quel momento era stato il principale interlocutore scientifico degli allenatori. Non a caso Benzi era tornato in Italia, prima ancora che i Giochi si concludessero.

Vittori e Locatelli, parlando fra loro, allusero anche a «prestiti» di testosterone intercorsi nell’ambito della squadra italiana fra medici e tecnici. In quella calda serata di settembre, provai, dunque, per la prima volta l’inquietudine che l’auspicio formulato da Rossi, cinque anni prima, avesse avuto una realizzazione concreta in una frangia della nazionale azzurra. Vittori e Locatelli proseguirono nelle rievocazioni moscovite. Mi rivelarono che Conconi aveva già praticato, su alcuni atleti che avevano partecipato alle Olimpiadi, l’emotrasfusione. Sino a quella sera, avevo conosciuto l’emotrasfusione solo attraverso la lettura delle riviste scientifiche internazionale. Si trattava di una pratica ideata dal professor Ekblom dell’Università di Stoccolma. Ekblom non era stato naturalmente mosso dall‘intenzione di gonfiare le prestazioni sportive, ma dalla necessità di intervenire terapeuticamente su persone afflitte da gravi patologie.

Dopo il 1976 si era anche parlato insistentemente del ricorso all‘emotrasfusione da parte dei mezzofondisti finlandesi, che negli anni settanta avevano dominato la maggior parte delle competizioni internazionali con Juha Vaatainen, Lasse Viren, Pekka Vasala e Kaarlo Maninka. Nel 1974 io stesso avevo scritto con Pasquale Belletti un libro sulle metodologie finlandesi di preparazione al mezzofondo che, a ripensarci a distanza di quindici anni, è per me ancora fonte di imbarazzo. Quello studio esibiva, come conclusione, la grande qualità e le straordinarie potenzialità dei sistemi di training adottati dai tecnici finlandesi. Riflettendo oggi su quei vecchi dati, alla luce delle moderne conoscenze nel campo dell’allenamento, penso piuttosto a un bluff perché quei sistemi di allenamento non giustificavano di per sé il raggiungimento dei risultati conseguiti. A troncare ogni residua perplessità, avrebbero provveduto le rivelazioni del siepista Ala Leppi Lampi e di Maninka. che avrebbero collegato direttamente i successi di un’intera generazione di atleti finlandesi alla precoce utilizzazione dell’emotrasfusione.

Il nuovo mezzo? fu un libro fortunato dal punto di vista editoriale. In realtà, resta un libro per molti versi sbagliato, perché in buona fede eravamo caduti in un tranello. Dietro le quinte del mito, c‘erano soprattutto disinvolti pionieri nella pratica del ricambio del sangue.

Quella sera a Palermo, l’emotrasfusione si ripresentava, questa volta senza mediazioni, perché si era insinuata nell‘ambiente della nazionale azzurra in cui lavoravo da anni. Essa avrebbe prodotto negli anni successivi risultati sportivi, in alcuni casi, di eccellenza assoluta, in altri di inspiegabile defebrillando, ma soprattutto avrebbe sparso fra gli atleti e i tecnici il seme della discordia, l‘inconciliabile contrapposizione fra chi utilizzava tale pratica e ne beneficiava e chi pregiudizialmente la rifiutava finendo per concedere un vantaggio, in molti casi decisivo, ai colleghi più spregiudicati.

Accettando e incoraggiando la lusinga della scorciatoia, che è connaturata a qualsiasi pratica di doping, i dirigenti della federazione italiana entravano in un tunnel a senso unico, che avrebbero incoscientemente percorso fino in fondo.

Le parole di Vittori e Locatelli generarono in me i primi dubbi. Nonostante considerassi veritiere le loro rivelazioni sullo scambio di testosterone e verosimili le notizie sull’emotrasfusione, seguitavo a pensare che il doping «italiano» fosse ancora un fenomeno marginale. Ero comunque certo che la gestione di tali pratiche riguardasse singoli tecnici ed atleti ed un solo medico, senza coinvolgere in alcun modo la dirigenza della federazione. Quell’incontro palermitano contro la Finlandia si segnalò per un altro episodio, a cui mi capitò di assistere direttamente, a latere della gara di lancio del martello, si svolse una spassosissima pantomima fra il lanciatore italiano Orlando Bianchini e il suo avversario, il finlandese Harri Huhtala. I due continuarono a contendersi uno dei sei martelli a disposizione, dal primo all’ultimo lancio. Bianchini lanciava infatti con un attrezzo, sempre quello, fin dai lanci di riscaldamento; il finlandese se ne accorse e, a partire dal secondo lancio, si avviò a oltre settanta metri dalla pedana, nella zona in cui era appena caduto il martello di Bianchini, per recuperarlo. Ogni volta, però, veniva preceduto dall’allenatore di Biancliini che, fulmineamente, si impossessava dell’attrezzo per riportarlo nella zona di lancio e consegnarlo al suo assistito.

Huhtala, come se fosse un’azione di rugby, cercava di placcare l'allenatore per conquistare, in luogo di un pallone ovale, il martello magico. Riuscito finalmente nel suo intento, lo collocava in un determinato punto nei pressi della pedana, in attesa di lanciarlo. Bianchini ordiva allora un nuovo blitz. E subito Huhtala pretendeva, a sua volta, l’immediata restituzione. Con il martello conteso, Huhtala vinse la gara migliorando anche il proprio primato personale. Quante volte avevamo sentito parlare nel nostro ambiente di martelli truccati, con il semplice accorgimento di allungare di qualche centimetro il filo collegato alla maniglia che consentiva di farli roteare più velocemente e quindi di lanciarli a maggiore distanza!

Ricordo anche quanto era accaduto a Perugia, due anni prima di allora, in occasione di un incontro internazionale juniores. I giudici della gara di lancio del disco e di lancio del martello si erano lamentati perché alcuni dirigenti federali li avevano sollecitati con insistenza ad allungare le misure degli italiani e ad accorciare quelle degli stranieri. Alla fine della manifestazione, si era svolta la staffetta 4X400 metri. Gli atleti italiani erano già pronti da molti minuti ai blocchi, mentre gli avversari si facevano attendere. Avevo chiesto ai giudici di sollecitare al microfono la partenza e di stabilire un tempo massimo per la disputa della gara.

Il capo dei giudici mi aveva apostrofato in tono ironico: «Certamente Donati, faremo partire solo i tuoi atleti, così riuscirete a guadagnare i punti in palio. Del resto, sino ad ora non avete fatto altro che cercare espedienti che vadano in questa direzione.»

Mi ero sentito umiliato per essere stato considerato complice dei comportamenti troppo disinvolti tenuti da qualche mio dirigente. Ripensando a quei fatti, è facile riconoscervi i segni premonitori che avrebbero portato alla spettacolare combine del salto in lungo ai mondiali di Roma ’87. Attraverso la strada tortuosa della progressiva corruzione del gruppo dei giudici di gara. Gli stessi episodi che si verificarono a Perugia dimostrano che all'epoca tra i giudici fosse ancora piuttosto difficile promuovere anche piccole combine. La loro resistenza sarebbe stata successivamente intaccata dagli incalzanti interessi economici e di immagine del clan federale e di una parte della squadra azzurra.

Già l'anno dopo si verificò un episodio illuminante sul cambio di tendenze A Pescara, il 7 giugno 1981, era in programma la finale dei campionati italiani di società, Si era appena conclusa la gara dei 400 metri maschili. Ero sulla tribuna opposta a quella d’arrivo, ma in linea con il traguardo. Insieme a me erano Vittori ed Ennio Preatoni, che completava il nostro staff tecnico per le corse di velocità. Avevamo raccolto, anche con l’aiuto di altri tecnici, molti dati sui tempi di passaggio e sulle prestazioni finali dei quattrocentisti in gara. I riscontri cronometrici si erano rivelati normali, senza sorprese. Dieci minuti dopo la conclusione della corsa, il commissario tecnico Rossi attraversò il campo e corse verso la nostra tribuna per comunicarci in tono euforico che i risultati conseguiti avevano di gran lunga superato le previsioni. Lo guardammo increduli; Vittori gli chiese espressamente cosa ci fosse di eclatante nelle prestazioni ottenute. Rossi replicò che sette atleti su otto avevano migliorato i loro record personali esibendo, come prova, il foglio dell‘ordine d’arrivo ufficiale. Restammo allibiti: salvo quello del primo classificato, tutti gli altri risultati cronometrici erano vistosamente migliori di quelli da noi rilevati, Vittori ed io raggiungemmo allora la zona di arrivo ed ottenemmo di visionare il fotofinish. Sarà certo sembrato incredibile a qualcuno che noi, responsabili nazionali di quella specialità, invece di accettare il regalo, stessimo li ad eccepire e ad indagare, passando sotto la tribuna d‘arrivo, sentii Enrico Spinozzi, ex mezzofondista azzurro degli anni sessanta, direttore tecnico del Cus Roma, ridere a crepapelle per il netto record che era stato elargito al proprio atleta Stefano Sestili.

Al tavolo dei giudici la pellicola del fotofinish era sparita e nessuno riusciva a trovarla, aa trovammo Vittori ed io ... Ottenemmo che fosse riesaminata dal giudice addetto alla lettura. Questi gentilmente procedette alla individuazione delle prestazioni dei singoli atleti, precisandoci che i tempi, via via rilevati scorrendo sul visore la striscia del fotofinish, erano gli stessi da lui sottoscritti qualche decina di minuti prima sul foglio d’arrivo.

A scanso di equivoci, Vittori gli domandò allora: «Ma è certo? Guardi che i tempi comunicati ufficialmente sono completamente differenti.» «Ma come?» replicò il lettore del fotofinish «non è possibile.» E chiese che gli venisse consegnato il foglio d’arrivo sul quale tutti insieme scoprimmo che una mano ignota aveva cancellato i tempi reali sostituendoli con altri del tutto immaginari. Il bello fu che ci si dimenticò di informare della rettifica gli spettatori e la stampa, che il giorno successivo pubblicò inevitabilmente la prima versione. Solo a seguito delle nostre insistenze, venne emesso il giorno dopo un breve comunicato che ripristinava la verità. Nelle settimane successive, si svolse a Lille la semifinale di coppa Europa e i quattrocentisti si resero protagonisti di una grande performance vincendo la staffetta con il nuovo record italiano, Si migliorarono, di lì a qualche settimana, vincendo la finale di Zagabria davanti ai campioni olimpici dell'URSS e alla medaglia d‘argento olimpica della DDR, con un ulteriore vistoso ritocco del record italiano. Grazie a quella imprevista affermazione, l’Italia fu per la prima volta qui in Europa. Prima della staffetta 4x400, l’Italia occupava il penultimo posto della classifica per nazioni, davanti alla sola Iugoslavia, presente solo come paese ospite, All'interno della squadra e fra i giornalisti si parlava di un Nebiolo furioso, pronto a defenestrare Rossi e a nominare Locatelli, come suo successore. Fu la nostra staffetta a salvargli la poltrona!

Quelle due grandi soddisfazioni professionali furono purtroppo soffocate dall'amarezza per l’interruzione del rapporto di collaborazione, sino ad allora quotidiana e stretta, con Vittori Un dissidio personale, di cui sarebbe inutile ripercorrere le ragioni, mi spinse a rassegnare le dimissioni da responsabile dei 400 metri.

Qualche settimana dopo mi venne assegnata, proprio da Rossi, che aveva sempre conservato nonostante tutto una grande stima tecnica nei miei confronti, la responsabilità nazionale del mezzofondo veloce maschile (800 e 1500 metri), un settore che languiva nella mediocrità, Fui scelto in ragione delle mie esperienze con i quattrocentisti e i miei precedenti nel mezzofondo, come atleta e come allenatore.

Verso la fine dell’anno, un mio collega maestro di sport, che lavorava nel settore tecnico della FIDAL, mi chiamò nel suo ufficio. Chiuse la porta e mi mostrò, con molta circospezione, una lettera. La potei leggere solo per pochi secondi, perché egli me la ritrasse con un gesto concitato. Feci appena in tempo a leggere poche righe e il nome del mittente. Silvano Meconi denunciava, in modo circostanziato e per testimonianza diretta, la diffusione degli steroidi anabolizzanti fra i lanciatori della nazionale e sollecitava l‘intervento dei dirigenti.

Il mio collega mi invitò a non fare cenno a Rossi di quanto avevo visto. Replica i che quella lettera conteneva una denuncia gravissima e che la FIDAL aveva il dovere di intervenire. Come Meconi, ero all’epoca ancora convinto che i dirigenti ignorassero quanto avveniva alle loro spalle e che fosse sufficiente informarli per provocare la loro reazione.

Qualche anno dopo lo stesso Meconi avrebbe confermato di aver indirizzato questa lettera a Rossi e di averne in seguito recapitata una seconda al presidente Nebiolo per denunciare la diffusione del doping nel suo settore.

PIACERE, FRANCESCO CONCONI

Il 19 dicembre di quello stesso 1981, partecipai come relatore, a Pineto degli Abruzzi, ad un convegno nazionale sulle corse di resistenza. Era il mio primo impegno ufficiale nella nuova veste di responsabile del mezzofondo veloce. Fra gli altri relatori c'era anche il professor Conconi che, al termine del convegno, si presentò invitandomi a un colloquio privato. Si congratulò innanzi tutto con me per l’incarico appena affidatomi e manifestò la convinzione che il trasferimento delle mie esperienze tecniche dalla velocità al mezzofondo, in particolare a quello veloce, potesse rivelarsi interessante ed utile. «Abbiamo condotto» mi disse «molte ricerche sulle metodiche di allenamento alla resistenza dei mezzofondisti, mentre abbiamo bisogno di approfondire le tematiche relative alla preparazione muscolare e allo sviluppo della velocità.»

Per quanto concerneva la resistenza, Conconi mi parlò di un test, già allora individuato con il nome del suo inventore, che successivamente avrebbe incontrato larga accoglienza, anche fuori d’Italia. Mi descrisse le modalità di esecuzione del test e mi chiese se ero disponibile ad accogliere, durante i periodi di allenamento degli atleti del mio settore, alcuni suoi collaboratori che sarebbero venuti ad effettuare i test e a raccogliere dati di riferimento importanti per lui come per me. Aveva un’aria confidenziale, un tono suadente, esagerava nell’elogiare il suo interlocutore. I suoi occhi chiari e cristallini trasmettevano un senso di fiducia e di sicurezza. Pensai che possedeva il linguaggio e i toni giusti per entrare in sintonia con gli allenatori. Poco prima, durante la lettura della relazione, mi aveva annoiato per la ovvietà delle sue argomentazioni; in privato era diventato più incisivo e meno scontato. Alla sua proposta di collaborazione per le rilevazioni del suo test, risposi che non avevo nessuna difficoltà ad accontentarlo e restammo d’accordo per un primo appuntamento.

Esaurito questo argomento introduttivo, Conconi mi accennò alle esperienze da lui condotte a Ferrara su numerosi mezzofondisti, in relazione alla pratica dell’emotrasfusione. Era giunto finalmente alla esposizione dell‘argomento che gli stava a cuore, mi spiegò sommariamente le modalità di esecuzione del trattamento, che consisteva nel prelievo di 400/500 cc di sangue, ripetuto a distanza di alcune settimane per un paio di volte, in un periodo di diversi mesi precedente la competizione a cui l’atleta aveva scelto di puntare. Il sangue prelevato veniva trattato separando la parte liquida da quella corpuscolare, rappresentata essenzialmente dai globuli rossi, che andava poi immersa in un apposito liquido fisiologico e conservata a bassissima temperatura. Qualche giorno prima della gara, il liquido conservato veniva reimmesso nel sistema circolatorio dell'atleta.

Conconi mi spiegò che la procedura era stata sperimentata innanzi tutto con alcuni mezzofondisti di Ferrara e dintorni nel 1979 e che solo nell’anno olimpico, a seguito dei risultati positivi delle sperimentazioni, si era deciso ad estenderne l’utilizzazione alle punte della squadra nazionale. Non ebbe remore nel precisarmi che i vantaggi nei risultati sportivi dell’emotrasfusione, da lui catalogata per amor di precisione come autoemotrasfusione, venendo l’atleta reintegrato con il suo stesso sangue, erano molto rilevanti.

Conconi quantificò i miglioramenti potenziali in 3-5 secondi sui 1500 metri, 15-20 secondi sui 5000 metri, 30-40 secondi sui 10.000 metri. Con le sue parole confermava, in sostanza, quanto già circolava sotto forma di sospetti e di voci, sulla possibilità di un vero e proprio ribaltamento dei valori consolidati: un atleta di buon livello poteva trasformarsi in un campione, un campione in un superman pressoché imbattibile. Al contrario, senza emodoping un grande campione tornava ad essere un atleta qualunque.

Naturalmente non mancò di farmi nomi e cognomi di molti degli atleti trattati per dimostrarmi, alla luce dei risultati ottenuti, quanto fossero veritiere le sue conclusioni. Ascoltai in silenzio, senza fare commenti, confidando sulla possibilità di prendere comunque tempo, qualora mi fosse stato chiesto esplicitamente di utilizzare come cavie gli atleti affidati alla mia assistenza.

Puntualmente, dopo pochi giorni, l’equipe di Conconi arrivò a Tirrenia, dove ero in ritiro collegiale con la nazionale di mezzofondo per effettuare il test sugli atleti. Conconi aveva ripetutamente dichiarato e scritto che, fra i risultati del test e le prestazioni sulle diverse distanze del mezzofondo, esisteva una corrispondenza molto stretta, Tenendo presente che l‘indice di correlazione oscilla fra 0 e 1, e che l’indice ottimale si avvicina all’unità, Conconi stimava per il suo test un indice compreso fra 0,90 e 0,99. Calcolai per mio conto le correlazioni e scoprii, con grande sorpresa, che l'indice non era mai superiore a 0,35 0,40. In una circostanza rifeci i calcoli su un test effettuato il 9 dicembre 1982, a Massa, sui quattrocentisti ad ostacoli di interesse nazionale. Il valore da me riscontrato della correlazione fu 0,04 ... Il tanto decantato test aveva, dunque, una attendibilità molto modesta per alcune gare, nulla per altre!

Non fu certo il risultato di questa verifica personale a mettermi in guardia dalle teorie di Conconi. Anche se avessi avuto la conferma dell’assoluta scientificità del suo test, sarebbe rimasto a dividerci il baratro dell'emotrasfusione. Decisi, in quella stessa occasione, che mi sarei opposto per l'avvenire anche all’effettuazione del test sugli atleti del mio gruppo Conconi se ne rese conto ben presto quando non risposi alle lettere, in verità molto cordiali e gentili, con cui mi invitava a collaborare. Disattesi anche i solleciti recapitatimi con burocratica insistenza. Nell’ansia di farmi ravvedere, fece pressioni dirette sul programmatore nazionale di tutte le corse di mezzofondo Luciano Gigliotti, perché riuscisse là dove lui aveva fallito, Gigliotti, nonostante l’amicizia che lo legava a Conconi, evitò, invece, di condizionarmi, limitandosi a un generico invito ad approfondire con Conconi sia le tematiche relative al test sia quelle suscitate dall’emotrasfusione. Sempre nella speranza di vincere la mia ostinazione, il 15 ottobre 1982, venne organizzata a Ferrara, nei locali dell’Università, una riunione degli allenatori responsabili della nazionale di mezzofondo alla quale parteciparono, oltre a me, Gigliotti, Gaspare Polizzi, allenatore di Salvatore Antibo, Giampaolo Lenzi, allenatore del maratoneta Orlando Pizzolato e Tommaso Assi. Non fu una riunione tecnica vera e propria, come avevano pensato alcuni partecipanti, fra cui io.

Fu piuttosto una conferenza a senso unico, in cui Conconi illustrò, con ricchezza di particolari, i servizi che era in grado di offrirci. Iniziò, come da copione, con il prologo intitolato al test e alle sue meraviglie di misurazione statistica delle potenzialità agonistiche. Poi passò al clou, rappresentato dall’emotrasfusione, e il suo sforzo oratorio mi parve ingiustificato considerando che ripeteva circostanze e modalità ben note all’intera platea. Ci precisò che era stata la FIDAL stessa a «commissionargli», tre anni prima, la pratica, dopo che egli aveva svolto alcune esperienze preliminari. Ci informò che, fino alla data della riunione, egli aveva praticato sessantaquattro emotrasfusioni con atleti di diversi sport e che, soltanto in due casi, gli atleti reinfusi erano andati incontro a prestazioni scadenti. «Che strano» pensai «solo per quanto mi riguarda ne conosco sette di casi finiti male...» Conservo di quella riunione il verbale analitico che appuntai sul mio block notes. Conconi interruppe più volte il suo monologo per lodare scherzosamente la mia diligenza nel trascrivere ogni parola.

Esaurito l’argomento dell’emotrasfusione, Conconi affrontò quello degli steroidi anabolizzanti bocciati in prima istanza per la loro pericolosità, a cui corrispondeva, a suo parere, un’utilità ancora controversa. Ben diverso era, però, sempre a. giudizio di Conconi, il caso del testosterone, un anabolizzante prodotto direttamente dal corpo umano, a differenza degli steroidi che vengono ricavati per sintesi chimica. Conconi evidenziò la naturale caduta dei livelli di testosterone negli atleti sottoposti a sforzo. Ne derivava, quasi come un’equazione, l’efficacia di una terapia tesa a ripristinare, con un’assunzione di testosterone per via orale o intramuscolare, i valori originari, il ragionamento era coerente con quanto Conconi aveva più volte asserito pubblicamente a proposito del l’emotrasfusione. A chi gli aveva domandato se fosse già ricorso a quella pratica, Conconi aveva, infatti, risposto che era capitato raramente e solo quando si era rivelato opportuno ripristinare la concentrazione di globuli rossi preesistente a un‘anemia da allenamento.

Conconi fornì, dunque, come giustificazione del testosterone, esattamente la stessa argomentazione utilizzata nelle interviste a proposito dell’emotrasfusione. Con noi dello staff tecnico nazionale aveva sempre sostenuto una ben diversa versione, fondata su una puntuale elencazione di vantaggi tanto concreti da poter essere misurati in secondi. Altro che motivazioni terapeutiche per il reintegro dei livelli di emoglobina!

Delle sperimentazioni ferraresi di Conconi, avrei avuto più tardi una testimonianza diretta leggendo il diario di allenamento di un mezzofondista di interesse nazionale, che mi era stato affidato da pochi giorni. Dall‘altalena dei dati relativi agli anni precedenti mi era stato facile capire quanto era accaduto. Mi rivolsi direttamente al mezzofondista che confermò i miei sospetti e mi confessò di essere stato sottoposto all’autoemotrasfusione.

Anziché progredire, era andato incontro a un consistente peggioramento e aveva accusato tutta una serie di malesseri: giramento di testa, mal di fegato, senso di debolezza.

LA PRIMA VOLTA DI ALBERTO COVA

Il 1982 fu l’anno dei campionati d’Europa di Atene e della prima grande vittoria di Alberto Cova sui 10.000 metri. Seguii la gara dalla tribuna, a due passi dal suo allenatore Giorgio Rondelli. Fui uno dei primi a congratularmi con lui.

Intervistato da Oliviero Beha, inviato di «Repubblica», all‘aeroporto ateniese prima dell’imbarco per l’Italia, Cova confessò candidamente di essersi giovato dell’emotrasfusione. Nessuno se ne meraviglio particolarmente e l’ammissione non attenuò in alcun modo l’enfasi degli elogi. Quando lessi l’intervista, mi rimproverai per quelle incaute congratulazioni rivolte ad una prestazione che non era il frutto esclusivo delle capacità dell’atleta e del suo allenatore. La dichiarazione di Cova, ben lungi dall’essere una confessione, rappresentava l'atteggiamento di un atleta che, non dubitando di essere un vero campione, si era limitato ad utilizzare tutti i mezzi a disposizione, ivi compresa l’emotrasfusione, già peraltro praticata da altri campioni stranieri. Cova era certamente convinto che si trattasse di una pratica di poco conto, lecita ed innocua. Ben più sofferta e significativa sarebbe stata, un anno dopo, la confessione del finlandese Maninka, che avrebbe giudicato sleale e indecorosa la pratica clandestina dell’emotrasfusione, a cui si era sottoposto in vista delle Olimpiadi di Mosca. Alla fine del 1983, alla vigilia dei primi campionati mondiali di atletica, in programma proprio ad Helsinki, i dirigenti della federazione finlandese sarebbero tornati alla carica proponendo a Maninka l‘emotrasfusione, come condizione imprescindibile per l‘iscrizione. Maninka avrebbe rifiutato e scelto di render pubblici il ricatto al quale venivano sottoposti gli atleti e la propria crisi di coscienza per essere ricorso ad una mistificazione.

La confessione di Maninka avrebbe delineato la sciagurata emarginazione a cui le organizzazioni sportive condannavano gli atleti riluttanti ad accettare alla cieca qualsiasi terapia fosse stata giudicata idonea ad incrementare le prestazioni.

Quello stesso 1982 si era aperto con l’improvviso ricovero in ospedale di Fulvio Costa, talento emergente dei 1500 metri. Il giovane atleta vicentino era stato morso dal suo cane, che aveva appena soccorso nel tentativo di scongiurarne il soffocamento. Il cane era regolarmente vaccinato contro la rabbia, tanto che Costa per precauzione si limitò a farsi praticare una dose di richiamo di antitetanica.

Il giorno dopo Fulvio andò a Genova per partecipare a una gara indoor. Ero presente mentre ricostruiva per i compagni la dinamica dell’incidente e si lamentava di uno stato di malessere che non sapeva spiegarsi. Notammo tutti che aveva gli occhi gonfi e portava impressi sul viso i segni di un‘infezione. ll giorno successivo fu ricoverato all’ospedale civile di Vicenza, dove cominciò inesorabilmente ad accentuarsi il rigonfiamento del viso e del corpo. Non si riuscì a trovare nessuna terapia risolutiva. Costa mori, non ancora ventitreenne, il 29 maggio, per collasso circolatorio. Il morso mortale fu risarcito dall’assicurazione sportiva.

Di Costa si sarebbe tornato a parlare qualche anno dopo, a seguito di un’intervista rilasciata al giornalista Gianni Minà dal dottor Robert Kerr, consigliere medico dell'Associazione degli allenatori di atletica leggera degli Stati Uniti e dispensatore pentito di steroidi anabolizzanti e somatotropina. Kerr avrebbe raccontato le confidenze ricevute da un atleta italiano intorno alla morte di un collega ufficialmente imputata al morso di un cane, che, a suo giudizio, andava più verosimilmente collegata alla pratica clandestina dell’emotrasfusione.

Io posso fornire due testimonianze. La prima mi è stata riferita dal professor Sergio Ceroni, presidente della FIAMM Vicenza, la società sportiva da cui proveniva Costa. Ceroni mi disse che, quando andò a trovarlo in ospedale, Fulvio si era sfogato: «Professore, ma cosa hanno fatto al mio sangue?» La seconda da Tommaso Assi, allenatore di Costa, a sua volta ricoverato all’ospedale di Padova per un male incurabile, che a metà dell'83 l'avrebbe condotto alla morte. Assi si lamentò con me perché un medico, cori cui aveva in passato collaborato, non si era fatto vedere: «E da mesi che sono qui e non è venuto a trovarmi. Del resto, cosa posso aspettarmi da uno che neppure una volta era andato a far visita a Fulvio, eppure lo conosceva, eccome se lo conosceva...»

Non ebbi il coraggio di chiedergli di spiegarsi più chiaramente. Quando tornai a trovarlo mi riferì un colloquio, avvenuto all’epoca del ricovero di Costa, con il primario di malattie infettive che, nel rivelare il suo pessimismo sul decorso della malattia, aveva manifestato la sua amarezza e la sua incredulità: «Non si può morire a questa età per un’antitetanica!»

Il 10 giugno 1983 Conconi indirizzò una lunga lettera a Nebiolo e, per conoscenza, al commissario tecnico Rossi. Vi si leggeva, fra l’altro: «Caro presidente, il lavoro di ricerca di questi tre anni ci ha permesso di mettere a punto tecnologie che superano quelle adottate per Mosca ’80, Zagabria ’81 ed Atene ‘82... Il lavoro preparatorio per Los Angeles con gli atleti che aderiranno al programma durerà in media quattro mesi. Occorre quindi iniziarlo non più tardi del 11 novembre 1983... Le tecnologie di cui intendiamo far uso sono di lunga e laboriosa esecuzione ed il programma risultante molto complesso. Ci è quindi indispensabile conoscere numero e nome degli atleti che aderiranno al progetto per poter organizzare un calendario precisato nei giorni e nelle ore, tale da assicurare la buona riuscita e la riservatezza del nostro intervento. Le nuove procedure richiedono la disponibilità di materiali ad elevata tecnologia e particolarmente costosi. È quindi necessario disporre delle somme che siamo pronti a dettagliare nel preventivo... Stagione ’81—82, siamo soddisfatti dal punto di vista tecnico dei rapporti passati ed attuali con i settori fondo, mezzofondo e marcia della FIDAL. Ci dispiace di non poter intrattenere rapporti di collaborazione con il mezzofondo veloce... che, siamo certi, sarebbero altrettanto positivi»

Nel 1983 Cova vinse i mondiali di Helsinki sulla stessa distanza dei 10.000 metri, ma nessuno lo braccò all'aeroporto con domande imbarazzanti sui suoi eventuali metodi di integrazione dell‘allenamento e, forse, lui stesso non aveva più troppa voglia di approfondire l‘argomento. Da allora, nessun atleta italiano avrebbe mai più ammesso di essersi sottoposto all’emotrasfusione. Si delineò una situazione paradossale, che si sarebbe progressivamente consolidata con il tempo: ufficialmente non esistevano colpevoli, ma la colpa era continuamente stigmatizzata dagli atleti e dagli allenatori che non si erano lasciati tentare.

In realtà la pratica dell’emotrasfusione si diffuse enorme mente dal 1982 al 1984 fino a divenire, alla vigilia delle Olimpiadi di Los Angeles, una condizione imprescindibile per poter essere competitivi in tutte le discipline di resistenza. Sarebbe stata, però, proprio Los Angeles a far crollare, se non il medagliere degli emotrasfusi, perlomeno il mito della scientificità della procedura. Molti atleti italiani, che erano stati trattati, andarono infatti incontro, come nel caso dei nuotatori, a risultati mediocri e a vere e proprie crisi di rigetto.

Nel 1983 cominciò a mettersi in luce un mezzofondista marchigiano di cui ero l’allenatore personale: Claudio Patrignani. Nel mese di giugno vinse ad Edmonton, in Canada, la medaglia d'oro delle Universiadi sui 1500 metri. Seguito a segnalarsi anche nei meeting estivi con una serie di risultati rilevanti. Più volte, durante la sua escalation, ero stato invitato da alcuni dirigenti della federazione a consentirgli il definitivo salto di qualità attraverso l’emotrasfusione. Non riuscendo, però ad utilizzare me come intermediario, tentarono di aggirare l’ostacolo.

Mentre era in raduno collegiale a Tirrenia, Patrignani fu invitato, a mia insaputa, da Conconi a Ferrara. Il professore lo tentò svelandogli che tra lui e l‘eccellenza assoluta c'era di mezzo solo l‘emotrasfusione. Non fu parco né di incoraggiamenti né di senso pratico: quantificò in tre secondi la limatura che l’avrebbe trasformato in un campionissimo dei 1500 metri.

Patrignani, che per indole è un tipo tranquillo e gentile, si limitò a ringraziare Conconi per l‘offerta e a declinarla. Tornato a Tirrenia, mi raccontò subito l’incontro con Conconi e il senso delle sue proposte, Avvertì la responsabilità di aver condizionato, accettando di allenarlo, il suo destino sportivo. Forse, pensai, si era sentito obbligato a rifiutare l’offerta per non tradire il filo dei tanti ragionamenti con i quali ogni giorno accompagnavamo la fatica dura e semplice dell’allenamento. Mi rassicurò, non ero stato io la chiave della sua scelta: «Tieni presente» mi disse «che mio padre di mestiere fa il netturbino a Fano e si alza all’alba quasi ogni giorno per vuotare i cassonetti del lungomare. Fa un lavoro umile, ma onesto. A imbrogliare, mi vergognerei, non avrei più il coraggio di guardarmi allo specchio.»

Il sogno di Patrignani era, in quel momento, di riuscire a colmare lo stesso piccolo intervallo di cui parlava Conconi, ma con le proprie forze e con lealtà, Sarebbe rimasto un sogno, perché in parte per limiti strutturali, in parte per un cambiamento forzato di guida tecnica, Patrignani non varco mai la soglia che lo separava dalla leadership mondiale. Si fermò tre secondi prima. Secondo la logica dell’atletica spettacolo che non consente mezze misure, la carriera di Patrignani andrebbe catalogata alla voce fallimento. Chi non è il numero uno o non è in corsa per diventarlo, è solo un fallito, Ma è da questa concezione aberrante dello sport che ha tratto linfa vitale la filosofia del doping e degli altri trucchi finalizzati a ottenere l’unico scopo riconosciuto, a qualunque costo.

LOS ANGELES È VICINA

Se gli anni settanta erano stati contrassegnati essenzialmente da tre forme di doping — gli ormoni anabolizzanti, gli psicostimolanti e l'emodoping — in quelli immediatamente precedenti l’Olimpiade di Los Angeles, si parlò sempre più insistentemente dell’utilizzazione dell’ormone somatotropo, comunemente detto somatotropina od ormone della crescita, come nuovo strumento farmacologico per incrementare la potenza muscolare degli atleti. Centri di somministrazione della somatotropina sorsero soprattutto nein USA e quello che ne studiò più attentamente gli effetti era diretto a Los Angeles dal professor Keriz.

L’avvento della somatotropina produsse un ulteriore livello di sofisticazione nei trattamenti. Nella maggioranza dei casi, anziché procedere alla somministrazione controllata della nuova terapia, si tentarono combinazioni ardite con i vecchi e collaudati steroidi anabolizzanti.

Nel novembre 1983, sette mesi prima di Los Angeles, Giulio Signori cosi rispondeva sul «Giorno» alla domanda: «Inquinati dalla somatotropina i record di Los Angeles ’84» «Ora che gli anabolizzanti sono stati messi fuori legge, ecco che si è trovato il modo di aggirare l’ostacolo il dottor Manfred Doenike, un appassionato cacciatore di anabolizzanti, si è accorto, ripassando le analisi su campioni di atleti partecipanti ai mondiali di Helsinki, che in quelle pipì c’era qualcosa di nuovo. La novità inattesa era la presenza dell’ormone della crescita, in arte somatotropina. La somatotropina viene prelevata dai cadaveri di giornata per essere reiniettata in individui rimasti troppo piccoli per una scarsa produzione ormonale da parte di una ghiandola, chiamata ipofisi. L’ipofisi può peccare in eccesso di produzione in difetto: quando esagera, si hanno individui iperipofisari, come era il povero Carnera; dall’altra parte abbiamo i nani. L’ormone della crescita può rimediare a qualche caso di nanismo se somministrato tempestivamente. Ma non era mai stato usato su individui di stazza già notevole, come si suppone che siano i beneficiari di questo nuovo tipo di doping. Il dottor Robert Kerr, che si vanta di avere fra i suoi clienti atleti di diciannove paesi, ha approfittato dell’occasione per farsi una discreta pubblicità. La ‘cura‘ completa, ha fatto sapere tramite il ‘Los Angeles Times’, consiste in 35-40 dosi, ognuna delle quali, siringa compresa, viene a costare 45 dollari, un po’ meno di ottantamila lire, Kerr ha fatto anche sapere che uno dei suoi assistiti ha stabilito, pochi mesi dopo la cura, un fenomenale record del mondo.»

Un‘altra novità farmacologica di quel periodo, se possibile ancora più inquietante, fu rappresentata dalla somministrazione alle ginnaste di ormoni particolari, allo scopo di bloccarne lo sviluppo fisico e poter sfruttare, in questo modo, una snellezza e un'agilità non appesantite dall’incremento di massa corporea e di tessuto adiposo derivante dalla maturazione naturale della femminilità.

Il dottor Robert Klein, responsabile dei servizi medici ai campionati mondiali di ginnastica di Strasburgo, denunciò la somministrazione da parte di medici ed allenatori dell’Europa orientale di «un farmaco presumibilmente attivo sulla ghiandola pituitaria, capace di frenare la pubertà delle ginnaste.» Klein aveva anche notato, esaminando le fotografie di alcune ginnaste, un costante regresso dello sviluppo del seno nell’arco di quattro anni. A sostegno della sua denuncia, Klein aggiunse che, prima degli stessi mondiali di Strasburgo, i dirigenti di un paese dell’Est avevano preteso l’assicurazione che non si sarebbe proceduto a controlli antidoping, condizionando a tale garanzia l’iscrizione della squadra. A giudizio di Klein, l’organizzazione disponeva di tutte le attrezzature necessarie per i controlli, ma il presidente della federazione pensò bene di non farvi ricorso sul presupposto fideistico che «i ginnasti sono per loro natura brava gente e non ingeriscono per principio farmaci proibiti.»

I controlli non furono eseguiti e la stampa di tutto ii mondo poté celebrare ammirata l’inquietante bravura e le peculiarità somatiche delle bambine con il volto adulto. ll presidente della federazione italiana di ginnastica Bruno Grandi, che in seguito sarebbe divenuto vicepresidente del CONI, fu tra coloro che con più decisione denunciarono a livello internazionale il gravissimo problema, ma senza risultati apprezzabili Tanto che negli anni successivi le ginnaste avrebbero affrontato difficoltà tecniche sempre più esasperate, sfruttando una struttura fisica non corrispondente alla loro età.

Fece scalpore la notizia rimbalzata dall'URSS nell’estate 1984, secondo la quale 59 atleti sovietici, che avevano tutti partecipato alle Olimpiadi, compresi 24 vincitori di medaglie d’oro, erano morti all‘età media di quarantuno anni. Alcuni dissidenti, appartenenti all‘organizzazione dei diritti umani in Ucraina, avevano rivelato che i selezionati per i Giochi olimpici erano stati sottoposti, fra il 1976 e il 1980, a una serie tendenzialmente infinita di esperimenti farmacologici.

Al di là della denuncia restò, come dato agghiacciante, l’intera casistica degli atleti deceduti, pubblicata da un giornale svizzero.

Le morti per doping non rimarranno, però, una spaventosa prerogativa dei sovietici. Le notizie di decessi di atleti, direttamente o indirettamente ricollegabili all‘assunzione di farmaci proibiti, sarebbero arrivate negli anni successivi anche da altri paesi. E con sempre maggiore, drammatica, frequenza.

Nel 1984 altri mezzofondisti emersero a livello internazionale fra quelli del settore a me affidato. Dopo Patrignani, anche il pisano Riccardo Materazzi e lo spazzino Stefano Mei fecero segnare tempi di grande valore sui 1500 metri. Mei e Materazzi si erano già messi in evidenza due anni prima realizzando una sequenza di primati italiani a livello juniores. Parallelamente alla loro crescita sportiva, si accentuò nei loro confronti l’interesse dei dirigenti federali. L’allenamento per la stagione agonistica 1984, imperniata sulle Olimpiadi di Los Angeles, era trascorso, molto serenamente, nel centro CONI di Tirrenia. Già durante l’inverno, avevo avuto la conferma del buon andamento della preparazione, quando ai campionati europei indoor di Gòteborg Materazzi aveva conquistato una sorprendente medaglia d’argento sui 1500 metri, battuto solo per un soffio dallo svizzero Wirz. A Gòteborg si fecero onore anche due atleti che avevano diversamente incrociato la mia attività di allenatore Roberto Tozzi conquistò la medaglia d’argento sui 400 metri alle spalle del sovietico Lotarev. L’atleta si era affidato solo cinque mesi prima alla mia collaborazione tecnica ed eravamo riusciti ad invertire un trend negativo che durava ormai da sei anni, dopo che, all‘età di diciannove anni, era divenuto campione europeo juniores dei 400 metri e si era proposto come grande promessa della specialità, Donato Sabia, ventenne d‘assalto come Mei e Materazzi, vinse con grande autorità il titolo di campione europeo degli 800 metri. Una grande soddisfazione per Vittori che aveva sperimentato su di lui metodi di allenamento assolutamente originali, ma una grande gioia anche per me, che avevo scoperto Sabia sei anni prima durante una competizione giovanile e di cui avevo valutato il talento negli anni successivi seguendone la crescita, All’inizio della primavera partii con molti mezzofondisti per un lungo periodo di allenamento ad alta quota a Città del Messico. Alloggiammo all’hotel President Chapultepec, vicino alla zona rosa della città, protetto da un po’ di verde che attenuava gli effetti dell’inquinamento atmosferico e rendeva l’aria meno irrespirabile. In quello stesso albergo, che era diretto da un italiano, aveva alloggiato qualche mese prima Francesco Moser.

La preparazione si svolse proficuamente secondo i piani prestabiliti, nonostante la maledizione della dissenteria che colpì, a più riprese, gli atleti. Durante il soggiorno, strinsi amicizia con un funzionario dell‘ambasciata italiana, appassionato di jogging, che una sera mi raccontò, mentre eravamo seduti al bar dell’albergo, la grande spedizione organizzata dall‘equipe Enervit in occasione dei riusciti tentativi di Moser contro il record mondiale dell’ora su pista..

Il funzionario dell’ambasciata italiana mi riferì che Francesco Conconi era giunto a Città del Messico alcune settimane più tardi rispetto all‘equipe e tre giorni soltanto prima della gara. La preparazione era stata interamente condotta sino ad allora dai professori Aldo Sassi ed Enrico Arcelli dell'equipe Enervit, mentre Conconi si era limitato a realizzare su Moser la cosiddetta reinfusione di globuli rossi... naturalmente per curare un’improvvisa forma di anemia che Conconi stesso aveva peraltro previsto e diagnosticato mesi prima.”

Il sangue necessario al trattamento aveva viaggiato dentro uno speciale contenitore ad alta quota e a bassa temperatura, su un Concorde, da Parigi a New York. Da lì aveva proseguito, sotto buona scorta diplomatica, per Città del Messico superando cosi senza alcun problema i fastidi dei controlli doganali sia statunitensi che messicani, Dopo la reiiifusione, Conconi aveva annunciato agli inviati in trepidante attesa che Moser, sottoposto al suo famoso test, era stato capace di un risultato straordinario, nettamente superiore a quelli realizzati nei giorni precedenti. Conconi si era dichiarato assolutamente ottimista sulla riuscita del tentativo arrivando a pronosticare la polverizzazione del record detenuto da Eddy Merckx. Conconi aveva trovato cosi il modo, combinando test e ricambio sanguigno, di celebrare se stesso come scienziato dello sport.

Il docente ferrarese era stato, però, ancora più eclettico ed articolato nelle sue spiegazioni terapeutiche tanto da dilungarsi con i giornalisti sulla grande importanza che aveva assunto nella preparazione di Moser la riscoperta degli spaghetti. In molti dovettero pensare che le soluzioni più efficaci consistono troppo spesso nell’osservanza delle abitudini più banali. Gli spaghetti, piatto forte della cucina italiana, con il loro contenuto di carboidrati fornivano, dunque, all’atleta un potenziale energetico fino ad allora inimmaginabile. Qualcuno certamente si era anche domandato come mai un campione esperto ed intelligente come Moser non avesse scoperto gli spaghetti prima di conoscere Conconi.

Qualche anno dopo il campione della Germania Federale Dietrich Tliurau, che era stato compagno di squadra e di Sei Giorni di Moser, avrebbe confermato che il campione trentino si era avvalso dell’emotrasfusione per battere il record dell'ora, Anche Moser avrebbe ammesso il ricorso all'emotrasfusione, seppure genericamente e senza mai precisarne le occasioni.

Al nostro ritorno in Italia, ci attendeva un importante incontro internazionale contro l’Unione Sovietica e l’Ungheria. l mezzofondisti azzurri si comportarono bene ed in particolare si mise in evidenza un atleta palermitano. Pensai sul momento a un effetto positivo dell’allenamento in alta quota, fino a quando un impiegato della FIDAL, lo stesso che mi aveva a suo tempo mostrato la lettera di Meconi a Rossi, mi rivelò che quell’atleta, al ritorno da Città del Messico, si era recato a Ferrara per essere sottoposto ad una reinfusione di sangue,

Avevo la conferma che l’emodoping era stato dispensato a piene mani anche fra gli atleti di più modesto livello, allo scopo di conseguire piazzamenti e punti in normali incontri fra rappresentative nazionali.

Amareggiato e turbato, mi confidai con l’amico Federico Leporati, allenatore personale di Stefano Mei. ln quei giorni Mei era reduce da un’influenza ed aveva, per questo motivo, saltato il triangolare con l’URSS e l'Ungheria. Di lì a breve, avrebbe comunque fatto il suo rientro agonistico sui 5000 metri a Firenze coprendo solo una parte della di: stanza: 3000 metri. Alcuni dirigenti e tecnici della federazione gli avevano proposto, considerando che si sarebbe trattato per lui di un semplice test di efficienza, di condurre la gara a un ritmo tale (la consentire ad altri atleti della nazionale di conseguire importanti primati personali e, neila migliore delle ipotesi, il minimo richiesto per la partecipazione sui 5000 metri alle Olimpiadi. Fra questi atleti, c‘era anche chi si presentava alla partenza con una concentrazione di globuli rossi da far paura. A Mei, del tutto ignaro dei retroscena, veniva proposto di..., rovinarsi con le sue mani, facendo la lepre a chi era in concorrenza con lui per i tre posti disponibili. Aiutando, infatti, i connazionali emotrasfusi a conseguire il minimo olimpico, avrebbe, automaticamente, potuto decretare la propria esclusione dalla rosa dei partecipanti ai Giochi. Leporati ed io informammo Mei della trappola in cui sarebbe caduto e Mei a Firenze si limitò a svolgere il proprio test di rientro agonistico, senza tirare la gara neppure per un metro. L‘episodio della scoperta di nuovi emotrasfusi fra le file azzurre mi fece capire che la direzione tecnica della FIDAL e la stessa dirigenza avevano imboccato in modo totalmente irresponsabile la strada dell‘escalation nella programmazione dell'emodoping, giungendo ad attuare la discriminazione fra gli atleti.

Per perdere con qualche punto in meno di scarto un incontro senza speranze come era quello con l’URSS, non ci si era minimamente preoccupati di seminare discordia e rancori fra gli atleti e i tecnici italiani favorevoli o contrari all’ausilio del doping.

Fino ad allora avevo cercato con ogni argomentazione di dissuadere i miei colleghi allenatori della squadra nazionale dalla pratica dell’emodoping. Mi era sembrato che mi ascoltassero. L'episodio accaduto durante l’incontro triangolare di Torino mi aveva però fatto capire che, dietro alla loro disponibilità al dialogo ed all'accettazione di qualche mio suggerimento tecnico, si nascondeva la cinica scelta del doppio binario. In questo modo, mescolando nuove acquisizioni tecniche all’utilizzazione senza scrupoli del doping, alcuni di loro uscirono da un ruolo secondario e divennero allenatori di grido.

Scoprii amaramente di essere rimasto quasi completa mente solo, all‘interno della squadra nazionale, nella mia battaglia contro l’emotrasfusione, con il solo appoggio di qualche mio collaboratore, oltre naturalmente a Leporati.

In questa lotta quotidiana e snervante, il nucleo essenziale degli atleti del mio settore fu straordinariamente leale e corretto. Ben presto, ognuno di loro doveva divenire bersaglio di proposte, di lusinghe, di ritorsioni.

Torino rappresentò un momento chiave nell’intera vicenda del doping anche per un altro episodio. Dopo quasi tre anni di separazione, avevo nuovamente avvicinato Vittori, Ero rimasto a lungo perplesso sull‘opportunità di metterlo a conoscenza delle gravi insinuazioni che riguardavano il suo lavoro quotidiano di allenatore e sapevo che avrei inevitabilmente innescato un processo di ripercussioni a catena in tutto l’ambiente della dirigenza tecnica.

Pochi giorni prima, a Tirrenia, Luciano Gigliotti, nel corso dell’ennesima discussione sull’emotrasfusione e sul doping, benevolmente spazientito e come per mettermi a tacere, aveva fatto esplodere una bomba: «Apprezzo la tua coerenza e rispetto le posizioni che assumi, ma ho saputo che il più famoso fra gli atleti allenati da Vittori, Pietro Mennea, ha fatto ricorso negli anni passati agli anabolizzanti». Gli avevo risposto senza esitazione che ritenevo la sua rivelazione solo un’inaccettabile calunnia. Gigliotti mi aveva anche precisato il nome del medico che era la fonte dell’insinuazione: Leonardo Coiana, già allora responsabile sanitario della squadra nazionale.

Pensai che dovevo, prima di ogni altra considerazione, mettere Vittori e lo stesso Mennea nella condizione di potersi difendere da un’accusa tanto grave. Avvicinai, dunque, Vittori, con tutto l’imbarazzo che derivava dalla lunga sospensione dei rapporti personali, e gli ripetei alla virgola quanto mi aveva confidato Gigliotti. Come era prevedibile, Vittori andò su tutte le furie e, seduta stante, mi chiese di accompagnarlo da Gigliotti per un confronto. Gigliotti confermò senza esitare l’insinuazione di Coiana. A questo punto si rese necessario procedere a un ulteriore confronto con lo stesso Coiana che, tra mille imbarazzi, negò di aver mai pronunciato l’accusa. Tanto più, si affrettò a dire, che egli conosceva bene la posizione intransigente di Mennea nei confronti del doping.

La vicenda suscitò molto scalpore nello staff tecnico della squadra nazionale e il commissario tecnico Rossi si affrettò a convocare Vittori, Gigliotti e me in una mini riunione improvvisata nella saletta di un bar di corso Vittorio Emanuele. Cercò, innanzi tutto, di gettare acqua sul fuoco ribadendo tutta la sua stima a Vittori e dichiarandosi convinto che si fosse trattato solo di un malinteso dal momento che non era sostenibile un’accusa di doping a Mennea. Gigliotti fece in quell’occasione la figura di chi aveva capito fischi per fiaschi oppure aveva inventato tutto di sana pianta. Conoscevo, però, troppo bene Gigliotti per potergli attribuire la paternità gratuita di quella insinuazione. In molte altre circostanze egli si era confidato con me con schiettezza e sincerità, mettendo in conto anche la certezza della mia reazione e della mia disapprovazione.

Qualche giorno dopo, si svolse il meeting internazionale di Pisa. Mei disputò una grande gara sui 5000 metri, migliorando il proprio record personale e conseguendo il minimo olimpico. Capimmo però che per lui non ci sarebbe stato comunque posto nella squadra per Los Angeles. Le tre maglie azzurre erano state già assegnate. Il dopogara fu carico di tensione. Scambiai roventi battute con i miei colleghi. Tornai sconsolato a Tirrenia, dove avevamo in programma uno stage di allenamento. All‘indomani, fummo raggiunti dai responsabili della squadra nazionale che. nel corso di una riunione grottesca, tentarono di dividermi dagli atleti del mio settore. A ciascuno di loro, fu domandato se sarebbe stato eventualmente disponibile a sottoporsi alla pratica dell‘emotrasfusione. Uno dopo l'altro, Alberto Barsotti, Riccardo Mater, Stefano Mei, Stefano Cecchini e Claudio Patrignani risposero che non avrebbero mai accettato di emotrasfondersi. Ciascuno espresse il gran rifiuto con il proprio linguaggio, con il proprio modo di inquadrare il problema e con la propria carica di giovanile entusiasmo.

Una riunione organizzata per spiazzarmi nei confronti degli atleti si trasformò in un clamoroso fallimento per chi l’aveva progettata. Nelle settimane che seguirono svolsi il mio lavoro in un isolamento totale. Dalla mia parte erano rimasti solo gli atleti e i collaboratori più diretti.

Materazzi si era fatto largo a suon di risultati e la sua partecipazione olimpica non poteva essere messa in discussione. Cecchini aveva conseguito due minimi olimpici, uno sugli 800 metri e l’altro sui 1500, ma nessuno lo prendeva minimamente in considerazione.

Quanto a Mei, qualsiasi allenatore era in grado di valutare, anche prescindendo dall'emotrasfusione, che le possibilità olimpiche di un talento emergente come Mei, sarebbero state in ogni caso ben maggiori di quelle dei fratelli Antonio e Piero Selvaggio, il cui valore non si era mai allargato ad un ambito di eccellenza internazionale. Patrignani, già in possesso dalla stagione precedente del minimo olimpico sui 1500 metri, stentava a confermarlo e attraversava una fase di cattiva forma. La sua carenza di risultati mi venne fatta pesare, Mancava poco più di un mese ai Giochi olimpici e per Patrignani restavano pochissime occasioni per conseguire il risultato richiesto. Le sfruttò nel migliore dei modi ed in un paio di meeting all’etero si riportò sui propri livelli ottimali. Il suo inserimento sui 1500 metri olimpici restò, però, incerto fino all'ultimo momento

I campionati italiani di Roma rappresentarono l’ultima significativa verifica prima della partenza per Los Angeles. Mei si era preparato con molta determinazione per i 5000 metri, contando di confrontarsi in pista con gli altri tre atleti in possesso del minimo e rovesciare a suo favore la situazione.

Nell’intervallo fra le gare del mattino e quelle del pomeriggio, mi recai negli uffici della FIDAL, dove mi imbattei in uno scatolone pieno zeppo di anabolizzanti. Doveva passare più di un anno prima che potessi chiarire il significato di quel ritrovamento.

Dei tre atleti palermitani, però, risultò presente solo Piero Selvaggio, bizzarramente iscritto a una gara per lui inconsueta, i 1500 metri, Antibo e Antonio Selvaggio erano stati lasciati in allenamento in Scandinavia.

Stefano scese in pista come chi è caduto in una trappola e non ha il tempo necessario per uscirne. Nonostante l‘afa, tentò di imprimere alla gara un ritmo forsennato, ma mancavano gli stimoli e gli avversari, e la velocità fatalmente scemò. Vinse, dominando, ma non conto nulla. Secondo un copione prestabilito, Mei doveva pagare la sua dichiarata e totale avversione a qualsiasi pratica di doping. Soltanto Dino Pistamiglio di «Tuttosport» trovò il modo di spezzare una lancia a favore di Mei, mettendo in evidenza le potenzialità a cui si rinunciava. E solo Pistamiglio denunciò in un articolo il dilagare delle pratiche doping nell’atletica italiana di vertice che assimilò ad una «drogheria di paese». La presa di posizione da parte del giornalista torinese provocò qualche barlume di reazione nel resto della stampa.

Mei divenne un caso che la dirigenza federale affrontò con malcelato fastidio. Se non avessi il fondato sospetto che anche i testimoni eccellenti possono dimenticare, farei il nome dell’elevatissimo dirigente federale che commentò: «Così Mei impara a parlare di meno.»

Il commissario tecnico Rossi tirò fuori dal cilindro la soluzione di offrire a Mei, presumibilmente con i nervi a pezzi, la possibilità teorica di un inserimento in extremis nella squadra olimpica, qualora avesse conseguito il minimo sui 1500 metri, specialità nella quale erano stati nel frattempo selezionati solo Patrignani e Materazzi.

Il 15 luglio a Caorle era in programma un incontro internazionale fra le squadre cadette dell’Italia e della Germania Ovest. Mei venne inserito sui 1500 metri. Chiesi a Patrignani di correre, fuori dalla gara ufficiale, con l‘unico compito di aiutare il compagno a tenere elevato il ritmo di gara. Patrignani accompagno Mei fino all’inizio dell’ultimo giro. Al suono della campana, Mei restò solo, alcune decine di metri davanti agli avversari. Lottò come non aveva mai fatto prima e scese nettamente al di sotto del limite richiesto. Mei, come campione, nacque quella sera, nel piccolo stadio di Caorle, rispondendo con una determinazione feroce a un‘emarginazione decisa a tavolino dai grandi timonieri dell’atletica spettacolo o presunta tale. Impiegò 3'36”88, scendendo di oltre un secondo al di sotto del minimo richiesto. E con un biglietto dell’ultim’ora riuscì finalmente a trovare posto sull’aereo in partenza per Los Angeles.

L’OLIMPIADE GONFIATA

Su quell’aereo non salì. Avrei dovuto far parte della squadra, ma avevo deciso spontaneamente di rinunciare e di offrire il mio posto ad un allenatore più omogeneo al gruppo dirigente. Non fecero nulla per dissuadermi. Tifai davanti al teleschermo per i miei atleti impegnati a Los Angeles. Materazzi fu brillantissimo sia sugli 800 che sui 1500 metri, gara nella quale riuscì ad accedere alla finale. Palrignani, in buona forma fino a venti giorni prima, era incappato in un infortunio muscolare dal quale si era ripreso solo nell'immediata vigilia dei Giochi olimpici. Troppo tardi per evitare una prestazione mediocre e l'eliminazione in batteria. Mei corse in modo egregio i 1500 giungendo in semifinale e sfiorando l’ingresso in finale per pochi centesimi di secondo. Parallelamente sui 5000 metri, sia Antibo che i fratelli Selvaggio vennero eliminati alle prime battute. Antibo era però reduce dall’ottima prova sui 10.000 metri, dove si era piazzato al quarto posto. ll suo cedimento sui 5000 poteva essere giustificato dallo sforzo non adeguatamente smaltito e dal mal di piedi causatogli dalle scarpe nuove utilizzate nella finale dei 10.000.

Quanto ai fratelli Selvaggio, pagarono certamente anche il fatto di essere stati tenuti per troppe settimane lontani da prove agonistiche sui 5000 metri allo scopo di proteggerli dalla pericolosa concorrenza di Mei in crescendo di forma.

Roberto Tozzi, schierato nella prima frazione della staffetta 4x400, corse in modo eccellente, sia in batteria che in semifinale, mentre in finale superò qualsiasi più ottimistica previsione, ultimando la frazione in terza posizione, nel tempo elettronico di 45"69: una prestazione cronometrica mai conseguita, neppure lontanamente, da nessun altro primo frazionista italiano.

Dal punto di vista del medagliere e dei piazzamenti, per la squadra italiana di atletica fu un‘Olimpiade trionfale. Favoriti anche dal boicottaggio decretato dai paesi dell‘Est, gli azzurri conquistarono tre medaglie d’oro con Alberto Cova sui 10.000 metri, Gabriella Dorio sui 1500 e Alessandro Andrei nel lancio del peso. Sara Simeoni fu argento nell‘alto, Giovanni Evangelisti bronzo nel lungo, Maurizio Damilano bronzo nei 20 chilometri di marcia.

Meno trionfale, ma anzi per tanti versi inquietante, fu il dopo Los Angeles. Vennero alla luce uno dopo l’altro i retroscena della vasta campagna di trasfusione sanguigna che aveva interessato uomini e donne nel mezzofondo, nel fondo e nella maratona, ma che aveva coinvolto anche molte altre discipline sportive. Proprio le applicazioni di emodoping elargite a piene mani, come se si fosse trattato di una grandiosa svendita di fine stagione, avevano messo in luce l’empirismo e l’aleatorietà di una procedura di cui si era sbandierata l’affidabilità e la scientificità. Intorno all’emotrasfusione erano fiorite negli anni precedenti le dotte dissertazioni di Conconi. Il biochimico ferrarese era stato salutato da buona parte della stampa specializzata come lo scienziato dello sport in grado, ogni volta, di analizzare le potenzialità di «un candidato alla vittoria» e di stabilire, sulla base di precisi parametri oggettivi, l'insieme degli interventi idonei a favorirne la migliore resa agonistica.

Il 5 settembre, sulla «Gazzetta dello Sport», Aronne Anghileri accusò esplicitamente i dirigenti della Federnuoto e lo stesso Conconi di aver sottoposto, con esiti disastrosi, all’emotrasfusione le cinque punte della nazionale maschile: «Franceschi due settimane dopo, ai campionati assoluti di Bari esibisce un pazzesco ibruncolo purulento sulle terga (colpa della motocicletta, sostiene un involontario umorista). Poi sviene sotto la doccia, cade rovinosamente. Vince a fatica i 400 misti (ammirevole gara, in quelle condizioni, ora ne siamo consapevoli). Revelli non sta bene, dopo i campionati parte per la California e da la fa sapere di dolori al fianco destro ed in particolare al fegato. L’ambiente parla sempre di più, alla fine qualcuno che sa tutto racconta le cose come si sono svolte. Franceschi, Revelli, Dell’Uomo, Rampazzo e Divano, cioè gli uomini da medaglia, si sono sottoposti alla pratica dell‘emotrasfusione. D’accordo ovviamente con il commissario tecnico Bubi Dennerlein e con i loro allenatori. I prelievi sarebbero stati effettuati a giugno, dopo le selezioni di Roma, ed infatti al successivo collegiale di Cervinia si notavano scompensi in allenamento... Dopo Cervinia, visita a Ferrara da Conconi [Revelli e Dell’Uomo vi sono andati con un'auto affittata] e dopo le cure tutti a Los Angeles correndo verso le medaglie... Si è voluto rischiare cercando un intervento esterno ed è andata male. Prima di Conconi, era stato interpellato a Roma un ematologo illustre, il professor Mandelli, il quale aveva sconsigliato di praticare le trasfusioni, si è andati avanti ugualmente, tenendo segreta la cosa (non lo sapevano i genitori degli atleti ne gli altri componenti della squadra) e negando tutto»

Gli uomini da medaglia emotrasfusi erano, infatti, chi più chi meno, tutti naufragati. Luigi Saini, presidente della De Gregorio Nuoto e fratello dell’allenatore di Revelli e Dell’Uomo, ribadì l’accusa sulla rivista specializzata «Il mondo del nuoto»: «Anche se nessuno ha avuto il coraggio di dirlo chiaramente, i due [Franceschi e Rovelli] sono stati in realtà vittime della scienza". Come molti atleti di spicco, di altre discipline sportive, anche i nuotatori di maggior livello hanno adottato le metodologie messe a punto dall'èquipe del professor Conconi.»

Alle accuse di Anghileri e Saini fecero seguito deboli smentite. Conconi minimizzò il proprio contributo: «Ho soltanto dato consigli dietetici e la mia opera è stata così marginale che non posso neppure definirmi un collaboratore del nuoto.» I dirigenti federali fecero finta di nulla, salvo il consigliere Maisano che si stupî in una riunione del consiglio della mancata reazione della federazione alle gravi accuse mosse dalla stampa e ottenne di mettere a verbale una richiesta di spiegazioni e una dichiarazione di estraneità alla decisione di far ricorso all‘emotrasfusione. ll commissario Bubi Dennerlein negò ogni addebito salvo smentire, qualche anno dopo, gli altri e se stesso ed ammettere il ricorso all’emotrasfusione per i cinque nazionali di Los Angeles. Anche alcuni genitori intervennero nella polemica chiedendo che si rendesse loro conto dei danni alla salute dei figli. La madre di Revelli parlò esplicitamente del fegato del figlio ridotto «a pezzi».

ll 29 dicembre, una pagina del «Messaggero», Firmata da Sandro Aquari e Piero Mei, fu intitolata a una rassegna per lettera, dalla a alla 7., dello sport alla conclusione dell’anno olimpico. La lettera «i» ammoniva: «Il sangue non è acqua. Autoemotrasfusione: sembra la parola magica dello sport ‘nouvelle vague”. Proibita a parole, praticata a fatti, viene ritenuta dalla gente capace di trasformare il brocco in purosangue Ma il sangue non è acqua. Per maggiori informazioni, rivolgersi ai nuotatori azzurri a Los Angeles: pare si sia trattato di un bagno di sangue per Franceschi e compagni con Conconi a bordo vasca.»

Ugualmente clamorosi erano stati i retroscena smascherati in merito ai criteri di selezione utilizzati per la formazione della nazionale olimpica di Ciclismo, che avevano individuato come condizione pregiudiziale la disponibilità alla pratica dell’emodoping. Sul «Tempo» del 6 ottobre Carlo Santi denunciò: «Purtroppo oggi assistiamo a episodi particolari, dove gli atleti sono costretti a sottoporsi a questi trattamenti, pena l’esclusione dalla nazionale o dalla qualifica di probabile olimpico. I nomi? Potrei citare i ciclisti Bottoia e Franco Pica esclusi perché fuori forma. (Nel Giro dell’Umbria Pica ha vinto tre tappe)»

La storia si era dunque ripetuta. Bottoia e Pica erano stati tolti di mezzo per lo stesso rifiuto che era costato la selezione olimpica a Mei sui 5000 metri e al finlandese Maninka sui 5000 e 10.000,

Il dilagare dell‘emodoping nell’anno olimpico produsse questi ed altri disastri. Particolarmente inquietante fu il caso di una maratoneta italiana, sottoposta all’emotrasfusione nonostante il suo peso fosse inferiore ai 40 chili. La mini atleta fu colpita da gravi malesseri, sia dopo il prelievo del suo sangue sia durame la fase successiva alla remissione nell'apparato circolatorio dei globuli rossi refrigerati. In qualsiasi centro trasfusionale serio del nostro paese, con quel peso non si viene neppure accettati come donatori di sangue.

A Los Angeles i risultati negativi degli emotrasfusi non si limitarono ai nuotatori e alla maratoneta. In realtà, almeno la metà degli atleti trattati andò incontro a dèfaillance più o meno gravi. Per alcuni atleti l’Olimpiade californiana rappresentò la conclusione anticipata della carriera perché successivamente le prestazioni peggiorarono fino al punto da sconsigliarli a proseguire l'attività sportiva.

Quanto alle vittorie, il 25 novembre di quello stesso 1984 il commissario tecnico Rossi ne aveva, testualmente, delineato l‘importanza intervenendo a Marostica a un convegno sul doping: «Ottenere vittorie come quelle di Gabriella Dorio, di Andrei, di Cova o degli altri finalisti, è un compito molto difficile, ma paghiamo di persona, non vogliamo che altri paghino per noi. Quelli che vogliono stare nei loro ambienti, stiano nei loro ambienti, però noi siamo messi nelle condizioni di dare un’immagine a questa atletica. Ognuno può fare la sua scelta: io ho fatto la mia, ci sono altri tecnici che vogliono fare altre scelte. Noi non condanniamo nessuno, siamo liberi di interpretare l’atletica come meglio crediamo. Però lasciate almeno che coloro i quali rischiano di persona la loro vita, che sono gli atleti, che sono dei tecnici che si mettono a disposizione per avere di questi rischi, abbiano oltretutto, se non altro, il supporto della comprensione di tutti quanti noi.»

Vittorie e dèfaillance, combinate più o meno casualmente fra loro, chiarirono anche ai più scettici quanto poco di scientifico ci fosse nella pratica dell’emotrasfusione, E soprattutto aprirono a molti gli occhi sulla pericolosità di una «terapia» sino ad allora celebrata dai suoi banditori come assolutamente innocua e addirittura consigliabile al cittadino della strada.

Conconi si sarebbe clamorosamente smentito qualche anno dopo, in un’intervista sul quotidiano «La Repubblica», sottolineando le variazioni troppo brusche che l’emotrasfusione induce nell‘organismo. Prima che Conconi illuminasse il grande pubblico dei suoi ammiratori sull’avvenuto cambiamento di scena, altri ricercatori avevano da tempo denunciato l’estrema pericolosità dell’emotrasfusione, senza ottenere audience, perché lo scienziato mattatore era Conconi. Chi contrastava le sue teorie e le sue pratiche, veniva etichettato dalla stampa, secondo i casi, come un bacchettone, un disinformato, un invidioso.

Soprattutto l’invidia è stata in questi anni il grande vizio con cui sminuire, a monte, l’azione di tutti quelli che, a vario titolo hanno cercato di combattere il doping nello sport. In nome di una logica che equipara il successo a un magico passepartout, gli occhi e la capacità critica di molti giornalisti italiani sono rimasti a lungo offuscati, fino al punto da celebrare la presenza dello scienziato accanto all‘atleta vincitore, senza mai accorgersi della sua assenza al capezzale degli sconfitti. Lo scienziato ha potuto cosi trasmigrare dall’atletica al nuoto, dallo sci nordico al ciclismo, dal pentathlon allo sci alpino, dal tennis all’ippica, accumulando tante vittorie e nessuna sconfitta, Uno scienziato imbattuto, più che imbattibile.

Naturalmente ogni paese ha i suoi scienziati o presunti tali. Così anche la squadra olimpica statunitense si affidò in molte specialità di resistenza alla pratica dell‘emodoping. In particolar modo, scoppiarono con clamore gli echi della denuncia avanzata dal professor Thomas Dickson un chirurgo ortopedico ad Allentown, Pennsylvania. Dickson dichiarò di aver visto il collega cardiologo Hermann Falsetti, docente all'Università dello Stato dello Iowa, sottoporre all’emotrasfusione in un piccolo albergo a Dominguez Hill, nei pressi del velodromo di Los Angeles, otto corridori (sette maschi e una femmina), cinque dei quali avevano poi conquistato medaglie alle Olimpiadi: Steve Hegg (medaglia d’oro nell‘inseguimento individuale su pista e argento nella gara a squadre), Leonard Harvey Nitz (bronzo nell’inseguimento individuale e argento in quello a squadre), Pat McDonough e Brent Emery (entrambi argento nell'inseguimento a squadre) e Rebecca Twigg, medaglia d‘argento nella gara su strada vinta dalla connazionale Connie Carpenter e successivamente dominatrice nell’inseguimento su pista ai campionati mondiali di Barcellona.

Lo stesso Dickson sostenne che altri tre ciclisti (John Breckman, Danny Van Haute e Mark Whiteliead) erano stati sottoposti all‘emotrasfusione, ma i loro risultati immediati erano stati scoraggianti al punto da mettere in dubbio il loro preventivato impiego. Dickson mosse un’accusa ancora più grave: se per alcuni degli otto atleti era stato reiniettato il sangue precedentemente prelevato, per altri si era fatto ricorso al sangue dei fratelli e dei genitori Le rivelazioni di Dickson trovarono due mesi dopo una conferma diretta. Danny Van Haute, che aveva partecipato all’individuale a punti su pista classificandosi al ventiduesimo posto, ammise nel corso di un’intervista concessa alla catena televisiva CBS di essersi effettivamente sottoposto alla pratica dell’emotrasfusione prima delle prove di selezione per Los Angeles. Le rivelazioni di Dickson provocarono un'inchiesta e le dimissioni del presidente della federazione Lee lacoce.

In Italia, invece, i medici e i dirigenti coinvolti nell’emotrasfusione rimasero tranquillamente al loro posto, salvo defilarsi, qualche anno dopo, quando il coro delle scomuniche si era allargato o, più spesso, riconvertirsi in propugnatori di altro genere di «aiuti».

Cinque mesi dopo la conclusione dei Giochi olimpici americani, nel corso di una trasmissione televisiva condotta da Arrigo Levi su Canale 5, Antonella, studentessa dell'Isar disse, rivolgendosi all'allora presidente del CONI Franco Carraro: «A Los Angeles sono stati usati stimolanti, si è fatto ricorso all’emodoping. Non ritiene che si tratti di pratiche nocive, che violano leggi morali dello sport e sono diseducative per i giovani?» Carraro si tenne sul generico: «L'atleta cerca di ottenere dal proprio fisico le condizioni migliori, ma deve raggiungerle con metodologie lecite. Se si utilizzano metodi nocivi alla salute, essi sono illeciti. ll CONI è contrario a queste pratiche, credo che gli atleti non siano stati sottoposti a queste terapie. C’è una rincorsa fra chi cerca di scoprire e vietare le sostanze dannose e chi ne usa altre non ancora dichiarate nocive. Cercando di migliorarsi e studiando situazioni di potenziamento, si rischia di incappare in prodotti nocivi.» Carraro teorizzava un singolare rapporto di causa ed effetto: solo i metodi che fossero risultati nocivi alla salute, potevano considerarsi illeciti. Il giornalista Enrico Maida tentò di riportare il discorso sulle questioni concrete: «Vorrei conoscere il parere del CONI sull’emotrasfusione, che viene svolta in semiclandestinità, se può essere accettata sul piano etico, se vi è anche una sola possibilità che questa pratica possa rivelarsi nociva Carraro rispose che «una cosa è clandestinità, un’altra riservatezza. Nessun atleta parla volentieri dei suoi programmi di preparazione. Noi al CONI siamo contrari a tutto quello che, cercando di potenziare l’atleta, porti rischi di nocumento all’atleta stesso Se invece vi sono pratiche che potenziano il rendimento senza portare nocumento all'integrità fisica dell‘atleta, noi siamo favorevoli, Pertanto la risposta è generica, a me risulta che le cure fatte agli atleti italiani siano perfettamente lecite, nel senso che non intaccano la salute fisica né la salute psichica». «Compresa l‘emotrasfusione», commentò il conduttore Levi. Interessante e chiarificatrice fu, in quella stessa circostanza televisiva, l‘opinione espressa dal pentathleta Daniele Masala, due volte medaglia d'oro a Los Angeles: «il professor Conconi, oltre a fare pratiche da Dracua vampiresche, come si è detto qui, ha moltissimi altri meriti, comunque si tende sempre a drammatizzare queste cose. Sappiamo che queste pratiche sono state fatte a Monaco nel 1972 e non se n’è fatto uno scandalo, solo perché erano atleti stranieri. Noi arriviamo in ritardo...»

Il volto di Antonella tradì la sua insoddisfazione; in particolare era rimasta senza risposta la sua domanda sul valore (diseducativo dell’emotrasfusione. Due mesi prima della trasmissione di Levi, in pieno autunno dell‘anno del doping 1984, era stato trovato privo di vita, nella sua stanza del college alla Tennessee University, Augustinus Jaspers, mezzofondista olandese che a Los Angeles aveva raggiunto le semifinali olimpiche sui 5000 metri. L’autopsia aveva accertato che il decesso per collasso cardiocircolatorio era da attribuire a un micidiale cocktail di steroidi anabolizzanti, Il medico dell‘università, l’allenatore ed il farmacista che aveva venduto in grande quantità gli steroidi agli atleti del college, furono incriminati e condannati. Dall’esame antidoping svolto durante le Olimpiadi era emerso, fra i casi di positività, quello del lanciatore di martello italiano Giampaolo Urlando. Urlando, che aveva conquistato nella finale olimpica il quarto posto, fu eliminato dalla Classifica e squalificato A Walnut, il 25 luglio, quattordici giorni prima della gara olimpica, Urlando aveva battuto il record italiano di lancio del martello con la misura di metri 78.16. La federazione italiana non si è mai sognata di contestare quel record che nessun altro martellista ha nel frattempo battuto e che è pertanto tuttora in vigore. Due anni dopo il discobolo Luciano Zerbini avrebbe affermato senza mezzi termini che i lanciatori italiani avevano assumo steroidi anabolizzanti prima delle Olimpiadi di Los Angeles.

VIA TEVERE, NUMERO 1

Di ritorno da Los Angeles, Stefano Mei, senza neppure attendere di abituarsi al nuovo fuso orario, affrontò il giorno di ferragosto a Viareggio sui 2000 metri il sudanese Omar Khalifa, che si era classificato al quinto posto nella finale olimpica dei 1500 metri, battendolo nettamente e cancellando dall’albo un record che resisteva dal 1972. Una settimana dopo, a Zurigo, Riccardo Materazzi strappò a Fontanella il record assoluto dei 1500 metri con il tempo di 3’35”79. Dieci giorni dopo, a Rieti, Roberto Tozzi migliorò nettamente il suo record, personale sui 400 metri.

Nel frattempo la mia vita era cambiata. Avevo cominciato a frequentare con regolarità quotidiana gli uffici amministrativi della FIDAL di via Tevere per svolgere le mie nuove mansioni di impiegato, Dopo cinque anni di intensa collaborazione tecnica, consumati sui campi di allenamento e di gara o ad insegnare ad altri il mestiere di allenatore e le metodologie che via via avevo elaborato, ero stato invitato dai dirigenti della federazione ad astenermi del tutto dallo svolgimento della mia attività.

A rafforzare questo loro precetto, mi avevano specificato l’obbligo di osservare scrupolosamente il normale orario di ufficio. Rispondendo ad una mia richiesta di permessi che mi consentissero di continuare ad allenare alcuni fra gli atleti di cui mi ero, sino ad allora, occupato, avevano concluso che non si trattava più di una professione, ma di un hobby e, come tale, avrei dovuto coltivarlo fuori dell’orario di servizio.

Dopo cinque anni, gli stessi dirigenti che mi avevano assegnato incarichi di responsabilità preoccupandosi di mettermi in condizione di svolgerli nel più proficuo dei modi e che tante volte mi avevano commissionato pubblicazioni o la partecipazione a conferenze e scambi tecnici con altri paesi, allo scopo di punirmi della mia ostinata avversione all'emotrasfusione si erano scoperti burocrati solerti: «Tu sei un dipendente come gli altri. E inutile che ti faccia ulteriori illusioni. Hai l’obbligo di osservare l’orario di servizio. Il CONI non consente che un dipendente eviti di fare riferimento a una sede fissa. In questo momento non hai incarichi tecnici che giustifichino deroghe particolari.» Mi resi conto ben presto che insistere e tentare di ragionare era una fatica inutile. Di fronte al cinismo e all’arroganza dei miei superiori, i miei tentativi mi apparvero patetici e desistetti. Che senso aveva cercare di far capire loro quello che già sapevano perfettamente? Era un rapporto di forza squilibrato, in partenza e in arrivo. Ero disarmato di fronte al potere della FIDAL. Dovevo subire le loro conclusioni: improvvisamente si accorgevano di potere fare a meno del mio lavoro.

Una mattina di ottobre, il segretario generale della FIDAL Luciano Barra mi convocò nel suo ufficio e mi chiese conto di quanto avevo confidato ad un mio collega, Ernesto D’Ilario, preparatore della nazionale italiana di bob. Alludendo alle medaglie olimpiche di Los Angeles, avevo in effetti detto a D’Ilario che esse «grondavano sangue», intendendo con questo riferirmi alle connessioni di molte di esse con l’emotrasfusione, D’Ilario era rimasto sconvolto al punto di precipitarsi presso l’ufficio preparazione olimpica del CON! per chiedere delucidazioni. Barra fu comprensivo e paterno; disse che voleva proteggermi dai provvedimenti che il CONI aveva in animo di adottare nei miei confronti: «Il presidente del CONI è molto arrabbiato con te,» Come a dire: «Giudizio, benedetto ragazzo.» Chiuso in una stanza, seduto davanti a una scrivania, avevo seguitato a ricevere le telefonate e le richieste di assistenza da parte di atleti e allenatori: non riuscivano a capacitarsi del cambiamento del mio ruolo, tanto erano abituati a vedermi nell’altra veste. Dovetti affidare Patrignani ad un nuovo allenatore; interruppi dunque i miei rapporti con un atleta a cui ero legato da un rapporto extraprofessionale di stima e di affetto. Cercai di continuare a seguire, come potevo, Tozzi e Cecchini. La mia funzione di oppositore interno all‘emotrasfusione si era esaurita. Il sistema poteva procedere con minori ostacoli sul suo cammino.

Di lì a poco si presentò, però, all’improvviso, la possibilità di riprendere la battaglia, per altra via. Renato Marino, che era stato un mio allievo nel corso di specializzazione in atletica leggera per insegnanti di educazione fisica ed al quale ormai mi legava una profonda amicizia, mi prospetto l’ipotesi di interessare della questione doping un parlamentare. Suo zio era, infatti, il capogruppo del partito comunista alla Camera dei deputati ed era, a suo giudizio,.una persona di cui fidarsi. Ero scettico, temevo di fare inutili passi falsi, mai dal momento che non si intravedevano vie meno inusitate, tanto valeva provare.

Mario Pochetti ci ricevette nel suo ufficio al gruppo parlamentare con molta cordialità. Ascolto attentamente il nostro racconto e tradì, a più riprese, la sua ribellione durante i passi più inquietanti. Ci interruppe quando ebbe un’idea: «Adesso Vi chiamo la persona giusta che porterà avanti in sede parlamentare, ovviamente con tutto il mio appoggio, la vostra stessa battaglia. Si tratta di una questione che solo apparentemente riguarda gli atleti d'élite. In realtà, pratiche come quella dell’emodoping possono rappresentare un’attrattiva irresistibile e un pessimo esempio per vaste masse di praticanti e per tutti i giovani.» La stessa preoccupazione che aveva espresso Antonella nel corso del suo intervento televisivo a Canale 5.

Abbiamo conosciuto così l'onorevole Adriana Ceci Bonifazi, primario pediatra dell’ospedale di Bari ed ematologa, che sarebbe diventata la mia più grande alleata nella lotta contro il doping nello sport. Una donna giovane, semplice e spontanea, minuta ma energica, lontana mille anni luce dall’immagine artefatta, distante e fumosa dell’aneddotica politica. All’onorevole Ceci Bonifazi fu sufficiente un rapido riepilogo per inquadrare il problema e per proiettarsi verso una fitta sequenza di iniziative Concrete. Di lì a pochi giorni presentò, unitamente a Poochetti, la sua prima interpellanza parlamentare al ministro della Sanità, Costantino Degan.

IL DOPING ARRIVA IN PARLAMENTO

Mi recai di buon mattino presso la sede dei gruppi parlamentari, per esaminare insieme con l’onorevole Ceci la bozza dell’interpellanza. Furono necessarie poche e marginali correzioni: Ceci e Pochetti avevano sintetizzato con grande efficacia l’intera problematica della pratica dell’emotrasfusione sugli atleti, L’onorevole Ceci mi pregò di dettare il testo ad una dattilografa. Durante la mia dettatura, altri parlamentari preparavano nella stessa sala il lavoro della loro giornata politica. Percepirono qualche frase dalla mia voce e sentii che uno di loro commentava: «Come siamo ridotti se qualcuno non trova niente di meglio da fare che perdere il proprio tempo dietro a queste stupidaggini.» Quel sarcasmo sfuggito al mio occasionale vicino parlamentare sintetizzava efficacemente il divario che si era aperto fra il mondo dello sport ed il Parlamento. nonostante il raccordo di fatto esercitato dai non pochi parlamentari che facevano parte all’epoca, e ne fanno parte tuttora, delle federazioni sportive e dello stesso CONI.

Quel sarcasmo tradiva una concezione riduttiva dello sport, da spettatori sedentari e pigri. Il CONI e le federazioni sportive nazionali non si limitano a gestire l’attività di vertice, finalizzata alla partecipazione ai Giochi olimpici, Si occupano anche della promozione e della gestione dello sport giovanile e, in misura progressivamente crescente, dell‘attività sportiva amatoriale della seconda e della terza età. In questa chiave sarebbe stato naturale considerare il doping non tanto la denuncia moralistica dei rischi di salute corsi da pochi campioni maggiorenni e vaccinati o dell’attentato perpetrato all’attendibilità dei risultati, ma un grido di allarme sociale sulla possibile diffusione endemica e incontrollata di pratiche farmacologiche e di manipolazione fisiologica.

L’interpellanza di Ceci e Pochetti rappresentava una invasione anomala dei politici nel mondo dello sport e, nello stesso tempo, una rivoluzione profonda dell’approccio parlamentare alle tematiche dello sport, sino ad allora trascurate in nome del mito dell‘autonomia dell’universo sportivo.

Riferii all’onorevole Ceci alcune battute dei suoi colleghi, senza riuscire a meravigliarla. «Ci vorranno tempo e fatica» mi disse «per sensibilizzare i parlamentari, compresi quelli del mio stesso partito, L’interpellanza di questa mattina è solo un primo passo. Il doping costringerà tutti, politici, praticanti e spettatori, a considerare chiusa per sempre l‘epoca della delega e della separatézza assoluta.» Pronunciò il proclama al suo unico e fidato interlocutore con la semplicità, la chiarezza e l’entusiasmo con cui avrebbe negli anni successivi cercato di sbrogliare una matassa, di cui io per primo avevo sottovalutato il grado di complicazione. Intuii che quella donna, scientificamente preparata, capace di addentrarsi con grande professionalità nei meandri del sistema parlamentare, refrattaria per carattere all’improduttività delle mediazioni politiche, non si sarebbe limitata a gettare un sasso nella palude.

Un attimo dopo la sua riservata dichiarazione di intenti, l’onorevole Ceci si recò in aula per presentare l’interpellanza, vi si leggeva, fra l’altro: «.4. essendo a conoscenza che, a far tempo dal 1979, come ripetutamente segnalato dalla stampa, sono in atto in Italia nei confronti di numerosi atleti impegnati anche in attività agonistiche internazionali pratiche di emoterapia ed in particolare è invalso l’uso di sottoporre gli stessi ad autotrasfusione e che a tale pratica nel solo anno 1984 sono state sottoposte molte decine di atleti di numerose specialità, con l‘ovvia conseguenza dell’estendersi del suo impiego anche nelle sedi sportive periferiche e nei confronti di soggetti molto giovani; visto che a carico degli atleti che vi si sono sottoposti sono riferiti a tutt'oggi numerosi effetti collaterali anche gravi, che vanno dalla caduta della prestazione atletica, alla comparsa di cefalea, vertigini, sintomi di collasso cardiocircolatorio, di difficoltà respiratorie entro 24/48 ore dalla trasfusione, fino a documentati casi di epatopatia insorta in stretta connessione con l’autotrasfusione stessa, quali provvedimenti intende porre in atto con urgenza il ministro della Sanità per assicurare agli atleti italiani e a tutti i cittadini che intendono praticare attività sportive che tali attività si svolgano sotto l’effettiva tutela del Servizio sanitario nazionale nel rispetto delle vigenti disposizioni di legge...»

Avevo prefigurato titoli a molte colonne sulla stampa e una sequenza di echi diffusi e dirompenti, Niente di tutto questo avvenne. Dieci anni dopo le lodi di Rossi all‘anabolizzante formato famiglia del martellista Salvaterra, il fronte dei media fece ancora quadrato. Uscì soltanto, qua e la, a mo’ di riempitivo, qualche sporadico trafiletto d’agenzia. La stampa sportiva reagì con la consueta indifferenza nei confronti del doping e con il tradizionale fastidio per l’attacco dei politici alla cittadella sportiva.

Passarono diversi giorni e diverse settimane, senza che il ministro della Sanità Costantino Degan avvertisse il dovere di rispondere all’interpellanza. Si seppe che aveva girato la questione a un comitato di esperti del proprio ministero, i quali si erano, a loro volta, scoperti impreparati ad affrontare un argomento inusitato, di cui non esisteva agli atti neppure un precedente.

Dopo molti e inutili solleciti, Pochetti chiese l’iscrizione dell’argomento doping all‘ordine del giorno. Finalmente il ministro rispose e la risposta fu inaspettatamente soddisfacente. Evidentemente il comitato di esperti del ministero era riuscito, sia pure empiricamente, a raccogliere dati e informazioni supplementari e a sintetizzarli in un quadro di riferimento attendibile.

Degan assumeva, come obiettivo primario dell‘intervento governativo sul doping, la tutela della salute dei praticanti le attività sportive, a qualsiasi livello e a qualunque età. Richiamo la normativa vigente in materia di conservazione e successiva utilizzazione del sangue e chiari, una volta per tutte, che lo scarico e il carico del sangue non potevano essere considerati hobby da salutisti, ma una pratica terapeutica, dagli effetti secondari non trascurabili, a cui era lecito ricorrere solo in casi di urgente e accertata necessità, come, ad esempio, a seguito di un incidente stradale o di un intervento chirurgico.

Degan inviò per conoscenza al CONI e alla federazione medico—sportiva la risposta fornita all‘interpellanza Ceci-Pochetti, con in calce l’invito ad uniformarsi alle direttive. Parallelamente, la commissione medica del Comitato olimpico internazionale, variamente sollecitata (ricordo i ripetuti interventi di Donato Martucci sul «Messaggero»), per voce del suo responsabile, il principe De Merode, bollava ufficialmente l’emotrasfusione come una pratica doping. L‘emotrasfusione o l’autoemotrasfusione, come l’aveva ribattezzata pignolescamente il professor Conconi, diventava definitivamente emodoping. L’abbreviazione del nome era stata peraltro anticipata dai fisiologi su numerose riviste scientifiche internazionali.

Le variazioni di scenario, intervenute sia a livello italiano che internazionale, determinarono situazioni inattese, l grandi artefici del doping si trovarono, dalla sera alla mattina, completamente spiazzati. Escogitarono, per trarsi d‘impaccio, una parola d‘ordine, che annullava a ritroso la loro particolare professionalità. «L‘emotrasfusione» ripeterono in coro «è superata da tempo». La nostra battaglia sarebbe stata, a loro dire, tardiva e, conseguentemente, inutile. In realtà, la carovana aveva solo dovuto abbandonare precipitosamente il bivacco, per incamminarsi verso una nuova frontiera, Gli inseguitori avevano raggiunto la meta quando i fuochi dell‘accampamento non si erano ancora spenti e capirono che i fuggitivi non sarebbero più potuti tornare impunemente sui propri passi perché almeno il campo dell‘emodoping era minato,

IL MESTIERE DI DROGARE

Le nuove frontiere da combattere si chiamavano steroidi anabolizzanti, testosterone, somatotropina, psicostimolanti, eritropoietina. Alla sperimentazione, incrociata e spregiudicata, degli effetti della nuova farmacopea si dedicarono gli stessi ideatori e propugnatori dei miracoli dell‘emodoping. Non avevano perso, per loro fortuna, le connivenze e le protezioni che avevano spianato loro la strada.

La nostra poteva sembrare, e in parte lo era, una vittoria di Pirro, perché sviò solo i fautori del doping verso nuovi e più ambiziosi progetti. Fu, però, ugualmente un risultato importante perché per la prima volta acquisimmo la certezza che la nostra battaglia non era perduta in partenza.

I medici e i dirigenti federali, che prudentemente avevano, durante gli anni di esercizio, minimizzato il ricorso all’emotrasfusione, si allinearono ossequiosamente all’esplicitazione del divieto e chiesero che fosse messa a verbale la loro ubbidienza retroattiva: «Abbiamo cominciato ad obbedire, prima ancora che ci fosse richiesto.»

Conconi, un anno prima, in un convegno svoltosi in occasione della corsa podistica Stramilano, trascritto fedelmente dalla rivista specializzata «Atletica Leggera», aveva definito l’emotrasfusione come «un intervento medico da applicare su casi selezionati e che non abbiano reagito positivamente alle terapie mediche tradizionali... Si agisce con la trasfusione solo in casi di necessità. Ad esempio, l’atleta anemico che presenta all‘esame solo 12 grammi di emoglobina, prima di una gara importante, tanto vale che resti a casa, perché è inutile attendersi da lui una prestazione di valore. In quel caso allora si può intervenire...» Tre anni più tardi, come già ricordato, lo stesso professore, parlando dei medesimi casi di carenza dell’emoglobina, affermò retroattivamente che l’emotrasfusione era stata abbandonata in quanto provocava cambiamenti troppo bruschi nell'organismo dell’atleta. Conseguentemente era di gran lunga preferibile ricorrere ad interventi meno radicali, come, ad esempio, una correzione della dieta alimentare.

Luciano Gigliotti, attuale allenatore di Gelindo Bordin, all‘epoca in stretti rapporti di collaborazione con Conconi come tutti gli allenatori nazionali del settore, rispondendo, durame un corso di specializzazione sul mezzofondo tenutosi a Tirrenia nell‘autunno del 1984, a una domanda birichina sulle cause dell’anemia costituzionale di molti atleti della nazionale, contraddisse il professore: «Credete che si portino a vincere medaglie atleti anemici? È chiaro che l’emotrasfusione serve a mandare ancora più forte gli atleti già sani.» Gigliotti restituiva concretezza alle scoperte di Conconi sulle anemie, congenite ed acute, risultanti dalle analisi di laboratorio di molti celebrati campioni. Le allusioni dello scienziato da un lato e le confessioni di molti addetti ai lavori dall’altro, furono lo specchio, più o meno segreto, di quegli anni. Si erano ripetute con i nuotatori azzurri emotrasfusi in occasione delle Olimpiadi di Los Angeles; con i ciclisti della squadra olimpica, con i pentathleti, con alcuni campioni dell’atletica leggera, con gli sciatori di fondo, con alcuni canottieri. In tutti questi casi gli atleti, e più raramente i tecnici, avevano finito per ammettere quello che i professionisti delle terapie avevano negato. A Milano, nella stessa occasione della Stramilano, Conconi aveva tracciato la linea di confine del doping nell’emotrasfusione assumendo come tratto differenziale l'esistenza o meno di carenze emoglobiniche nel sangue dell’atleta. Un confine cosi labile nascondeva una trappola per lo stesso autore. A quel convegnista che insistendo gli chiese come valutasse l’opinione di chi equiparava l‘emotrasfusione al doping tout court, Conconi rispose aggirando l’ostacolo. L’emotrasfusione poteva essere considerata doping «se si opera su un soggetto che presenta valori di emoglobina normali e si aggiunge sangue al fine di migliorare la prestazione».

Quando tutto sembrava finalmente chiarito e la platea acquietata, Conconi fece un'altra volta dietro front e tornò subito alla sua rigida distinzione: «Noi abbiamo praticato l‘emotrasfusione solo per curare atleti in condizioni di anemia, e non per ‘supernormalizzare’ atleti che già erano normali. Quindi siamo sempre stati nella regola. Inoltre ricordiamoci che il concetto di doping è legato al fatto che non è permessa l’immissione nel corpo dell’atleta di molecole sconosciute ed estranee. Facciamo un esempio: tu decidi di ‘super normalizzarti’; va be’, potrà essere considerato un piccolo imbroglio, un colpevole artificio, ma non è certo un’azione dopante che fa male, che ti cambia, che prevede l’intervento di elementi che il tuo organismo non conosce e contro i quali può reagire, come nel caso degli anabolizzanti e altri cento farmaci.»

Conconi, poche frasi dopo aver definito doping l’emotrasfusione praticata ad un atleta sano, si era immediatamente riconvertito precisando che «doping è l‘immissione nell'organismo di molecole estranee allo stesso», dimenticando l’enunciato del cxo: «Si considera doping anche l’immissione di sostanze proprie dell‘organismo in quantità anormali e per vie anormali.»

Quanto al piccolo imbroglio e al colpevole artificio del super normalizzante, come non complimentarsi per una scappatella capace di fruttare 30 o 40 secondi sui 10.000 metri, ovvero di trasformare un fondista di medio livello internazionale in un campionissimo? Geometricamente, un grande imbroglio avrebbe provocato ancor più radicali sconquassamenti dei valori.

E giusto però precisare che Conconi si era assunto responsabilità che erano anche di altri, e che un labirinto di tecnici e dirigenti che gli chiedevano di aiutare gli atleti italiani a vincere si sono nascosti dietro le sue spalle, operando perfino la mistificazione di collegare tutte le nuove vittorie all’efficacia del loro lavoro. Conconi ha tenuto fede al principio della riservatezza professionale, che faceva a pugni con la frenesia e la rozzezza degli stessi dirigenti federali che, accecati dalla lusinga della terra promessa, allargavano a scacchiera la base reclutabile per le «sperimentazioni», con inviti perentori e pressioni nei riguardi dei recalcitranti che hanno ben presto trasformato una pratica riservata nel segreto di Pulcinella.

Senza esporsi minimamente, ma agendo all'ombra di Conconi, hanno tratto benefici e scalato posizioni direttive, tecnici, atleti ed altri medici federali. Quanto alle responsabilità dell’atleta, occorre valutare che egli si proietta, specie negli sport individuali, a diretto contatto con i suoi limiti naturali e, tendenzialmente, vorrebbe arrivare a scavalcarli. Con il crescere dei livelli di qualificazione, l’atleta si trova ad affrontare stati di incertezza, senso di insufficienza ed ansia tanto maggiori quanto più pressante diventa l’attesa del risultato nell’ambiente che lo circonda. Alcuni riescono a fronteggiare queste difficoltà emotive, altri rischiano di rimanerne soffocati. L’atleta è allora portato dal suo istinto a cercare sostegno e conforto intorno a sé, nell’allenatore, nel massaggiatore, nel medico, nel dirigente o anche nell'amico.

Il doping è stato un sostegno consigliato in modo crescente dagli allenatori. L’atleta doveva convincersi che solo il doping poteva consentirgli l‘auspicato salto di qualità, Gli allenatori più esperti sanno benissimo che il coinvolgimento emotivo dell‘atleta è tale da renderlo facilmente influenzabile ed orientabile verso qualsiasi scelta carica di promesse . Esistono certamente differenze caratteriali fra gli atleti, ma la loro influenzabilità da parte degli allenatori è una tendenza consolidata. Non si spiegherebbe altrimenti perché interi gruppi di atleti, seguiti da un determinato staff tecnico-scientifico, abbiano imboccato la strada del doping, mentre altri gruppi con uguali potenzialità, ma con preparatori diversi, abbiano all’opposto maturato un comune ostracismo.

Non esistono atleti buoni e atleti cattivi La mia esperienza, e quella parallela di tanti allenatori e medici con i quali ho collaborato o solo stabilito uno sporadico contatto, mi hanno convinto che l’atleta è tendenzialmente l’espressione dell'ambiente sportivo in cui opera.

Gli allenatori, per quanto possano essere coinvolti dalle aspettative agonistiche dei loro atleti, non scendono direttamente in competizione: avrebbero dovuto essere compiuti controlli senza preavviso durante gli allenamenti, in adempimento ad una disposizione emanata dal CONI e dalla federazione medico sportiva. Nessuna federazione ha mai attuato la direttiva o, perlomeno, nessuna federazione ha reso sinora pubblici i risultati dei controlli.

Negli ultimi vent'anni è continuamente aumentato il numero dei ricercatori universitari che si sono riversati con entusiasmo nello sport. In molti casi si sono limitati a ricerche di natura biomeccanica, fisiologica o psicologica. Questi generi di contributi hanno incontrato resistenze da parte degli allenatori, scoraggiati dal grado di complessità delle applicazioni pratiche o dalla aleatorietà degli eventuali vantaggi. Ben diversa accoglienza hanno avuto i medici e i ricercatori che promettevano terapie semplici ed immediatamente operative. I medici di questa ondata erano molto spesso ex atleti di medio livello, smaniosi di sentirsi, nello stesso ambiente, protagonisti.

Una volta prescritta la prima pillola o attuata con successo la prima manipolazione, sono stati gli allenatori, gli atleti e i dirigenti a sollecitare i loro interventi. Ognuno poi, secondo un meccanismo perverso, ha letto, a suo modo, i miglioramenti. L’allenatore vi ha visto riflessi i propri metodi di allenamento, l‘atleta il proprio talento, il dirigente la bontà della propria gestione, il medico le potenzialità della propria scienza. Il medico sa benissimo che non è possibile quantificare, una volta per tutte, gli effetti delle pratiche doping. Sa benissimo che un’ atleta può incrementare la propria prestazione del dieci per cento, un altro soltanto del due per cento o, addirittura, tendere a peggiorarla. Sa benissimo quale rilievo può assumere la suggestione Non può, però, confessare i suoi dubbi, senza abbattere tutto il castello che ha costruito, e allora nasconde in un cassetto l’intera casistica dei risultati negativi, Le terapie sono per definizione infallibili: se qualcosa non è andato per il giusto verso, sarà colpa dell’atleta e, in particolare, della sua psiche.

Quando, al contrario, i risultati arrivano, il medico e il ricercatore offrono generosamente se stessi alla glorificazione dei mezzi di informazione. Sono convinto che non esiste medico che non conosca le controindicazioni collegate alla prescrizione delle anfetamine, degli steroidi anabolizzanti, del testosterone o dell’emodoping. Né serve per giustificarsi, come molti medici hanno tentato, sbandierare il proprio ruolo di calmieratori, sulla base della tendenza dell’ambiente alla sconsideratezza e all’esagerazione. Perché è il medico, o un suo collega, ad aver innescato la spirale.

«Scienze», ha definito ironicamente questa nuova branca sommamente empirica della medicina Oliviero Beha, in un articolo uscito più di dieci anni fa sulla «Repubblica». Una «scienza» che si accorge di aver abusato di un trattamento solo quando ne scorge fisicamente gli effetti. Quando l‘atleta diventa impotente, quando cade in crisi depressive, quando cambiano alcuni dei suoi tratti somatici, quando il fegato è a pezzi, quando esplodono strane ed improvvise malattie.

I giornali hanno ampiamente descritto il sistema seguito dalle federazioni sportive, in Italia e all’estero, che sottoponevano preventivamente, prima di una grande manifestazione, gli atleti a controlli segreti al solo scopo di verificare le curve di smaltimento delle sostanze doping e di evitare il rischio di venir smascherati.

E accaduto spesso, anche nel nostro paese, che sia stata sospesa la partenza di atleti rilevati come positivi al controllo interno. Magari due o tre giorni dopo la situazione si era evoluta al punto da ripristinare l'opportunità della partenza.

I medici sportivi, di fronte all’esplosione del fenomeno doping, si sono divisi in tre categorie: i contrari, i favorevoli e gli incerti. Questi ultimi hanno tentato di barcamenarsi pensando esclusivamente alla conservazione del posto. E significativa in proposito un’intervista rilasciata a Giorgio Reineri del «Giorno» da Romano Tordelli, docente di atletica leggera all'ISEF di Urbino, già responsabile nazionale del mezzofondo italiano negli anni settanta; «Come prima cosa trovo singolare che medici, fisiologi, ematologi, biologi non abbiano mai confutato le affermazioni del professor Conconi, almeno pubblicamente. Il loro silenzio non dipende, io credo, dall’incapacità di controbattere le sue teorie e neppure da una tacita accettazione, ma da quella scelta di comportamento diplomatico e politico che è tipica della classe medica italiana. Un vero peccato, perché sarebbe proprio loro il compito di intervenire sulla ‘scienza di Conconi, mettendone in luce i lati oscuri, le contraddizioni e l’avventurismo

A MOSCA, CINQUE ANNI DOPO

Il 1985, iniziato con la messa al bando in Italia dell’emotrasfusione, fu l’anno nel quale venne alla luce il bubbone degli steroidi anabolizzanti. Il rapporto fra il gruppo della velocità e la direzione tecnica della FIDAL era divenuto via via più precario. Il contrasto esplose alla vigilia della finale di coppa Europa a Mosca. Nella settimana che precedette le gare, venne a trovarci a Formia il giornalista Vanni Loriga del «Corriere dello Sport» che raccolse, in particolare, un lungo sfogo di Vittori sul rilievo assunto da un fenomeno che rischiava di sopraffare le potenzialità del settore velocità. Vanni Loriga si rese interprete della nostra protesta informandone diligentemente il commissario tecnico che andò su tutte le furie. Molti si sono chiesti come mai le polemiche sul doping siano esplose puntualmente alla vigilia delle grandi manifestazioni ed hanno insinuato, più o meno espressamente, l’esistenza di oscure manovre. La spiegazione del mistero è più banale: noi abbiamo denunciato la diffusione del doping senza soluzione di continuità, trovando udienza presso i mezzi di informazione solo quando l‘atletica giornalisticamente tirava.

Vittori, che aveva insegnato la preparazione alle corse di velocità e la metodologia dell’allenamento a tante generazioni di tecnici italiani e stranieri, divenne, quasi all'improvviso, un personaggio ingombrante. Le sue conoscenze teoriche e ’la sua straordinaria esperienza professionale entrarono in ‘contraddizione con la nuova figura di tecnico che la dirigenza federale richiedeva: un allenatore «elastico», che non rifiutasse categoricamente le proposte dei superiori e che fosse soprattutto omogeneo con il resto della squadra. La vigilia della coppa Europa era stata, dunque, molto travagliata.

Al nostro arrivo a Mosca, fummo avvicinati dal direttore tecnico della nazionale sovietica Igor Ter Ovanesian, il quale, a bruciapelo, chiese a Vittori se fosse preoccupato per i controlli antidoping a cui si sarebbero dovuti sottoporre gli sprinter azzurri. Vittori strabuzzò gli occhi e rispose: «No, grazie, nessun problema.» «Va bene, Carlo» replicò Ter Ovanesian «se tu ne dovessi avere, rivolgiti pure a me.» La nostra coppa Europa cominciò così.

Al termine della prima giornata di gare la squadra italiana si ritrovò con un bottino di punti nettamente inferiore alle aspettative, Il commissario tecnico Rossi riuni in una saletta dello Sport hotel l’intero staff tecnico della nazionale, e denunciò la stranezza dei risultati conseguiti da alcuni atleti dell’Europa orientale.

Il giorno successivo Rossi ribadì alla stampa le sue convinzioni, dichiarando a Gianni Merlo della «Gazzetta dello Sport»: «Se avessimo gareggiato in un altro paese, la classi fica sarebbe stata diversa, Chiedetelo ai francesi, Secondo me siamo ad un bivio: o ci mettiamo nelle mani di un organismo internazionale della sanità al di sopra delle parti, oppure liberalizziamo tutto, Le mezze misure non servono a nessuno.»

Merlo commentò: «Siamo d’accordo sul fatto che bisogna fare una scelta precisa, però deve essere chiara, infatti non basta parlare di antidoping solo quando ci si trova in difficoltà. Molte sono le federazioni, forse quasi tutte, che hanno qualcosa da nascondere.» Durante la conferenza stampa tenutasi al termine della competizione, Rossi tornò sull’argomento: «I cecoslovacchi hanno ottenuto una serie di prestazioni anomale, quasi incredibili.» E ancora: «Molti risultati ottenuti qui mi lasciano perplesso, quasi meravigliato. Qualcuno dice che ogni volta che gli azzurri perdono giochiamo sempre la carta del doping, ovvero diciamo che gli altri si arrangiano in modo irregolare», Rossi ripeteva le stesse argomentazioni che, utilizzate dagli oppositori del doping, avevano provocato solo accuse di invidia e di malafede. Quanto all’auspicio che i controlli antidoping fossero affidati ad un organismo internazionale della sanità, era stato proprio Vittori, alcuni mesi prima, ad avanzare questa proposta perché, giustamente, non si fidava della attendibilità dei controlli effettuati dalle federazioni. Persino Rossi, nell‘ansia di giustificare una debacle imprevista, confermava, dunque, che i controlli antidoping non erano assolutamente attendibili.

I DIARI DEL DOPING

Daniele Faraggiana era stato un decathleta di buon livello nazionale. Laureatosi in medicina, aveva iniziato ben presto a collaborare con la FIDAL ed era stato subito identificato nell’ambiente come il medico che gestiva in dettaglio l‘operazione doping con alcuni lanciatori, ostacolisti e specialisti delle prove multiple della squadra nazionale. A parlare di Faraggiana mi trovo in imbarazzo, perché non sono mai riuscito ad attribuirgli il cinismo, l’arrivismo e l’esibizionismo di altri medici più famosi di lui. Ho affrontato più volte con Faraggiana il problema del doping. Egli tendeva ad interpretare il suo ruolo come quello del calmieratore nei confronti di atleti che avevano comunque deciso, indipendentemente da lui, di assumere anabolizzanti Era anche convinto che bassi dosaggi non costituissero un pericolo per la salute dell'atleta, Spiegava le sue ragioni con semplicità, con una franchezza e un’ingenuità in qualche modo disarmanti.

Faraggiana rappresentava un riferimento essenziale della strategia federale ma non riesco a considerarlo un protagonista del doping. Penso piuttosto che sia stato usato proprio in considerazione delle sue caratteristiche. Anche se può apparire banale e inverosimile, penso che non si rendesse pienamente conto della pericolosità delle terapie a base di doping.

Con il suo fare dimesso sminuì, a poco a poco, agli occhi degli allenatori e degli atleti con i quali collaborava, i rischi collegati all’assunzione degli steroidi anabolizzanti. Mi è capitato di parlare a lungo con un allenatore nazionale di giavellottisti, che mi ha elencato con identica convinzione e semplicità l’utilità di questi prodotti anche per le persone comuni, addirittura dei veri toccasana per gli anziani. Quando Vittori ed io parlammo con Vanni Loriga, alla vigilia della coppa Europa di Mosca, sapevamo perfettamente che la nostra protesta era pienamente giustificata. Avevamo infatti letto un blocco di fogli scritti da Faraggiana, una sorta di diario, di vademecum, di programma analitico di gestione del doping. Io li avevo accuratamente confrontati con le notizie in mio possesso e verificati con circostanze già, in qualche modo, agli atti.

Sono in totale 60 pagine: 54 riguardanti l’atletica leggera e 6 riguardanti l'atletica pesante ed in particolare il sollevamento pesi. Faraggiana era in rapporti ufficiali di collaborazione con le due federazioni. Tra i fogli sono comprese anche le fatture attestanti il compenso periodico da lui percepito sia dalla FIDAL che dalla FILPJ. Sui fogli Faraggiana ha annotato molti argomenti diversi che, per semplicità, si possono distinguere in quattro categorie.

La prima categoria riguarda le dichiarazioni liberatorie, o presunte tali, che la federazione, per il tramite di Faraggiana, richiedeva agli atleti sottoposti ai trattamenti provinciali, allo scopo di scaricarsi da ogni responsabilità. E interessante e significativa la trafila attraverso la quale Paraggiana, o chi per lui, è giunto, progressivamente, dalla bozza iniziale fino alla stesura definitiva. Il primo tentativo di dichiarazione, scritto di pugno da Faraggiana, recita testualmente, errori di sintassi e di ortografia compresi: «Dichiaro di voler intraprendere, secondo la mia personale responsabilità e volontà, una terapia farmacologica con steroidi anabolizzanti come sostegno all’attività fisica e sportiva intensa, seguendo i consigli del dottor. Faraggiana Daniele, che mi ha edotto sugli eventuali rischi per la salute che ne potrebbero derivare e di seguire ogni consiglio di posologia ed i controlli clinici e di laboratorio atti a registrare ogni anomalia che saranno realizzati con la tecnologia e i mezzi più attuali e opportuni. Dichiaro inoltre di essere libero da ogni impegno morale e materiale nelle mie scelte, da poter sospendere in ogni momento, qualora lo desiderassi, la terapia.»

Encomiabile, ma imprudente, deve essere stato giudicato il riferimento diretto all'autore dei «consigli». Fatto è che nella bozza successiva, molto tormentata per la verità, il nome di Faraggiana scompare e la dichiarazione da far firmare diventa: «Io sottoscritto dichiaro di volermi sottoporre a terapia con farmaci anabolizzanti (metandienone: registrato in Italia) come sostegno per l’allenamento, per mia libera scelta e sotto la mia responsabilità; mi ritengo libero di poter sospendere la terapia in qualunque momento».

Mi torna in mente il famoso scatolone di anabolizzanti, rinvenuto da me e da Nicolini negli uffici della FIDAL quel pomeriggio dell'11 luglio dell'anno prima. Lo scatolone, di grosse dimensioni, si trovava nella segreteria del settore tecnico. Era semiaperto e contrassegnato da vistose etichette che facevano pensare a una provenienza statunitense dal momento che sapevo che proprio negli Stati Uniti si recava periodicamente un dipendente della FIDAL per acquistare farmaci «particolari», mi insospettii e sollevai i lembi dello scatolone per verificarne il contenuto con me c’era, come detto, Ida Nicolini, mia collaboratrice nel settore mezzofondo, nonché assessore allo sport del Comune di Pisa. Lo scatolone era pieno di flaconi, forse più di 1000: si trattava di metandienone, 100 pasticche da 5 milligrammi. Era siglato NDC 0725 — 9002 - O 1. Ditta Bolar Pharmaceutical Co, lnc. Copiague, New York 1726. Scadenza: aprile 1985. Avvertenze: la legge federale proibisce la vendita senza prescrizione medica.

Anche la bozza che fa riferimento al metandienone non convince Faraggiana, o chi per lui, ed allora l’ex decathleta torinese, pazientemente, compila un'altra versione: «Io sottoscritto dichiaro di accettare per mia libera scelta e quindi sotto mia responsabilità di sottopormi a terapie mediche con farmaci iscritti nell’elenco della Farmacopea ufficiale, come sostegno per l’allenamento e mi ritengo libero di poter sospendere tali terapie in qualunque momento».

Gli anabolizzanti e tanto più il nome metandienone sono scomparsi, si parla ormai; genericamente, di farmaci di sostegno; magari delle vitamine 0 dei sali minerali, per la cui somministrazione si ritiene però più prudente richiedere agli atleti una dichiarazione di assunzione di responsabilita. Neppure quest‘ultima versione viene giudicata idonea e si passa finalmente alla stesura vincente: «Cognome e nome. Il sottoscritto dichiara di sottoporsi per propria libera scelta, alle terapie mediche e farmacologiche proposte dai inediti della FIDAL, su cui verrà personalmente informato per le indicazioni, controindicazioni, posologia, effetti collaterali, avvertenze ed eventuale tossicologia. Si ritiene inoltre libero di sospendere tali terapie in ogni momento e si rende responsabile delle proprie scelte. Luogo e data Firma ...»

Ricompare la Figura del medico, anzi dei medici della FIDAL. Resta da appurare se Faraggiana si esprima al plurale maù’slatis oppure a nome di anonimi colleghi. Come si vede, la formula prescelta provvede a una scissione temporale: l’atleta sottoscrive al presente la dichiarazione, ma solo «successivamente verrà personalmente informato per le indicazioni e le controindicazioni.» Fra i fogli sono comprese alcune dichiarazioni già sottoscritte da atleti della squadra nazionale ed altre, in bianco, sono pronte per l‘uso. La data e il luogo delle dichiarazioni firmate sono identici: 21 giugno 1985, Schio. La seconda categoria di fogli contiene le dichiarazioni da far sottoscrivere per impegnare gli atleti a rispettare il programma di analisi e controlli con cui ci si propone di accertare eventuali anomalie. Anche la stesura di questa dichiarazione ha avuto un iter tormentato, del quale risparmio al lettore i dettagli. Come nel caso precedente, la versione finale è molto più sfumata di quella iniziale: «Cognome e nome. L’atleta in questione è invitato a presentarsi al laboratorio analisi di ,. con le seguenti scadenze .. per eseguire i seguenti esami ematologici [tra cui colesterolo totale, colesterolo HDL, lipidogramma, protidogramma, potassiemia, sodiemia, fosfatemia, tutti indici le cui variazioni possono, Chiaramente, ricollegarsi all’assunzione degli steroidi anabolizzanti. [N.d.A.]. I risultati di queste analisi devono essere consegnati a mano al dr. Daniele Faraggiana o speditigli a Tirrenia presso il Centro con con la massima solerzia.

Con le scadenze sotto riportato, l’atleta deve invece presentarsi al laboratorio dell’Ospedale di Pisa diretto dal dr. Marco Ferdeghini, per ulteriori analisi, che comprendono l’assetto endocrinologico e vitaminico, la ferritina, i sali biliari ed altri esami La mancata esecuzione dei controlli di laboratorio proposti, solleva la FIDAL da ogni responsabilità per il controllo delle analisi mediche degli atleti. Luogo e data, Firma ...»

Anche di questo modello sono allegate copie sottoscritte da alcuni atleti, altre sono pronte per l’uso. E significativo notare come la frequenza degli esami ormonali è direttamente proporzionale alla entità dei dosaggi assunti di anabolizzanti: a maggiori dosaggi corrispondono controlli endocrinologici più frequenti. E superfluo spiegarne le ragioni.

La terza categoria di fogli entra maggiormente nel vivo dell’operazione. Faraggiana vi annota scrupolosamente le posologie di ciascun atleta, i dosaggi da alternare, settimana per settimana, i periodi durante i quali interrompere i trattamenti, i sostegni farmacologici da utilizzare durante i periodi di tregua e disintossicazione, i nomi dei prodotti e così via.

Ecco, ad esempio, uno di questi fogli che si riferisce ad un lanciatore della squadra nazionale: «17 aprile 1985. Fino al 20 aprile 70 mg methandrostenole;
proteine 2 cucchiai al dì; lecitina di soia 1 cucchiaio al di; Supradyn 1 confetto al dì. Se avverte stanchezza muscolare: Berolase 2 fiale per volta a giorni alterni; vitamina C o 3 gr. per bocca, o 1 gr. endovena al giorno, Dal 22 aprile in poi: Testoviron 100 mg. ogni lunedì, mercoledì e venerdì. Fino al 5 maggio; vitamina B12 (Benexol 812 o Epargrisovit 2 fiale rosse o similari) Epargrisovit 2 fiale rosse intramuscolari o endovena ogni 2 giorni fino al ..,; Miele naturale; Lievito di birra; vitamina E (prinol) 1 compressa al dì dal 22 aprile al ...; proteine e lecitina di soia come sopra e Supradyn. Dieta senza grassi, aumentare farinacei negli ultimi lO Se compare sonnolenza: Brain 3 conf. die, Se compare svogliatezza: Sargenor 4-6 fiale die.»

E' da notare la presenza del Testoviron che ricomparirà in un prossimo capitolo di questa stessa storia. L’atleta in parola trascorre la sua giornata ad ingoiare pillole ed a subire iniezioni. E' previsto tutto, anche che cada in stati di sonnolenza (come se fossero previsti allenamenti notturni) o di svogliatezza (come un bambino davanti ai compiti). Più che di sostegno per l’allenamento, pare che si tratti di sopravvivenza. Il paziente viene bombardato di ormoni e poi tenuto in piedi grazie ad altri farmaci.

Sempre alla categoria delle posologie e cure varie, appartiene un foglio dove Faraggiana ha schematizzato un «incidente di percorso» nel quale devono essere incappati alcuni lanciatori, A seguito dell’utilizzazione di un anabolizzante «sbagliato», il metiltestosterone, gli atleti hanno accusato una serie di allarmanti anomalie.

Faraggiana annota che gli atleti hanno manifestato una «rigidità della muscolatura». Per fronteggiarla, viene prescritta, dopo la sospensione del metiltestosterone, una cura disintossicante per 20 giorni e, poi, senza perdere altro tempo, viene ripresa la cura con un ormone diverso, il metandienone, da assumere in dosaggi crescenti di settimana in settimana.

Le posologie consigliate sono personalizzate e variano anche in ragione del prodotto. Ad alcuni viene prescritta una miscela di anabolizzanti: ad esempio il metandienone più il Nerabol oppure, nei casi più sofisticati Dianabol più Winstrol più Nerabol.

La quarta categoria di fogli tratta le consegne di anabolizzanti ad allenatori, medici ed atleti. Faraggiana è molto scrupoloso nell’annotare, oltre che le quantità, la data e il luogo della consegna. Si tratta in tutti i casi di metandienone che egli sigla come «METH», Anche il professor Conconi figura tra i destinatari delle consegne, insieme a molti allenatori del settore lanci. Compare nell’elenco anche il nome del direttore tecnico della nazionale italiana di sollevamento pesi. In un foglio Faraggiana pianifica l’utilizzazione degli anabolizzanti nel corso di una giornata e di un periodo. Annota una serie di misure evidentemente corrispondenti alle prestazioni conseguite dai lanciatori nelle diverse specialità.

La quinta categoria di fogli contiene appunti presi nel corso di riunioni o in vista di riunioni; si tratta di considerazioni e piccoli progetti che riguardano quasi esclusivamente il doping. Si leggono accenni allo studio personalizzato delle curve di scomparsa degli anabolizzanti e del testosterone. Vengono appuntati sistemi presumibilmente capaci di mascherare la presenza delle tracce degli anabolizzanti nelle urine: su un foglio è annotato: «ricostruzione curve di scomparsa degli anabolizzanti. Con 5 UDPG e barbiturici (P).»

In successione compaiono elenchi di atleti; qualche nome è accompagnato da un punto interrogativo, qualche altro è indicato fra parentesi. La conoscenza diretta che ho di alcuni di loro mi fa ritenere che punti interrogativi e parentesi siano segni convenzionali per rappresentare la resistenza individuale all’assunzione di farmaci.

Un punto interrogativo segue, ad esempio, il nome di Luigi De Santis, pesista e discobolo di Ascoli Piceno, allenato dal maestro di sport Armando De Vincentis, Entrambi, dopo aver praticato in passato, seppure in modo marginale, il doping, hanno più volte ribadito pubblicamente di non volerne più sapere. De Vincentis ha così spiegato il suo definitivo ripensamento: «Non e possibile accettare di divenire dei polli (da allevamento). »

Due parentesi racchiudono i nomi dei giavellottisti Ghesini e Vesemini, che hanno raccontato alla «Gazzetta dello Sport» di essere stati invitati a drogarsi, ma di aver opposto un netto rifiuto, In un altro foglio Faraggiana accenna all’ormone somatotropo. I riferimenti alla somatotropina compaiono successivamente all’annotazione: «incontro del prof. Carnevali con il dottore Spagna.»

E probabile che anche questo capitolo venga, prima o poi, svelato e si sappia che alcuni atleti italiani hanno fatto uso anche dell’ormone della crescita. Per ora è certo che a Madrid, nel periodo a cavallo fra il 1984 e il 1985, ha esercitato un medico argentino di nome Laich, assistente del famoso professor Kerr di Los Angeles. Laich era tornato a Madrid, dopo molti anni, per convalidare in un paese di lingua spagnola la sua specializzazione.

Egli ha collaborato, fino alla vigilia dei Giochi di Los Angeles, con la nazionale spagnola ed è stato il punto di riferimento di medici, allenatori ed atleti di mezza Europa che, periodicamente, sono andati a fargli visita. Il suo nome è stato più volte citato da Kerr quando decise di rendere pubblica l’avvenuta assunzione dell’ormone somatotropo da parte degli atleti.

Mi è. capitato di parlare con i direttori tecnici di due nazionali dell’Europa occidentale, che mi hanno confidato, vicendevolmente, di aver incontrato l’altro nello studio del dottor Laich a Madrid. Naturalmente ciascuno dei due sosteneva di essersi recato da Laich soltanto per applicazioni di fisioterapia, mentre il collega dell’altro paese vi era andato per sollecitare prescrizioni di somatotropina. Gli atleti chiamati in causa erano di primissimo livello: qualcuno è poi caduto nella rete a maglie larghe dei controlli, qualche altro non è mai stato sfiorato (la alcun sospetto. L’utilizzazione del doping è stato un fenomeno che ha interessato, del resto, l'intera Europa. Molti dei medici e degli allenatori che sono stati protagonisti della sua diffusione, occupano attualmente posizioni di grande responsabilità nell’ambito delle organizzazioni sportive nazionali, per cui non è scongiurato il rischio che le campagne contro il doping tornino ad arenarsi di fronte a muri insormontabili. In un foglio, intitolato «Argomenti da trattare con il prof. Carnevali», datato aprile 1985, Faraggiana annota: «Gestione decisioni farmacologiche responsabilità testosterone sospensione forniture farmaci -> questione economica 4 milioni + 3 milioni + 4 milioni 500 mila calendario controlli farmacologici antidoping a Monaco questione economica -> farmaci -—> tre mesi senza 35 contratto argomenti prof. Conconi batteria esami controllo testosterone durante stress» Il foglio più significativo di tutti contiene una sorta di manifesto del doping, In esso Faraggiana sintetizza: «Tutti devono avere il prodotto per tutto l’anno
Non bisogna più utilizzare il metiltestosterone
Parlarne prima di introdurre nuovi prodotti
Prodotti da usare: metandienone, Nerabol, Oxanor, Winstrol
I dosaggi vanno stabiliti col settore tecnico e col prof, Carnevali
Strategia farmacologica in abbinamento con la strategia tecnica
Segnare ogni strategia e dame copia al prof. Carnevali Controlli periodici ogni venti giorni: convocazioni precise e controlli delle presenze
Cercare alternative per ridurre le dosi di anabolizzanti Secondo prof. Carnevali il 50% del risultato dipende dalla terapia medica
Calendario dei controlli di laboratorio (12 aprile, 6 maggio, 22 maggio, 11 giugno, l luglio, 21 luglio e 10 agosto)
Da 5 a 75 mg‘ ogni 21 giorni
Da 80 mg. a 120 mg. ogni 14 giorni
Aumento progressivo nella stagione
Chiedere a Michele per i farmaci di sostegno.»

Ogni frase trascritta in questo foglio è di un'eloquenza estrema. Voglio commentare solo la riflessione attribuita al responsabile del settore lanci Carnevali, secondo la quale il cinquanta per cento del risultato dipende dalla terapia medica. Quello che stupisce, al di la della grossolana approssimazione, è la totale sottomissione di un allenatore a un’iperbole che in pratica ne cancella il ruolo. Se l’atleta e l’allenatore rappresentano il cinquanta per cento dei fatv tori che entrano in gioco nella prestazione, l’altro cinquanta per cento è il mostro, la scimmia del doping, come l‘ha definita Andrea Girelli sul «Corriere dello Sport». L’atleta e l’allenatore sono stati espropriati dal farmaco, in cambio della promessa di due metri nel lancio del peso, di sei metri nel lancio del disco, di otto metri nel lancio del martello. Se poi sia tutto vero, poco importa. L’atleta e l’allenatore saranno definitivamente segnati da questa convenzione.

Tra i prodotti indicati da Faraggiana è compreso l‘Andriol, testosterone undecanoato, come egli annota. Le caratteristiche del prodotto, illustrate dalla casa farmaceutica, segnalano che, a differenza di quanto avviene per altri prodotti analoghi, l’Andriol è ottimamente tollerato e non determina danni alla funzionalità epatica. Qualche riga più avanti, però, la casa farmaceutica ne elenca le indicazioni: «... dopo castrazione, nell'eunucoidismo, nell’impotenza di origine endocrina, nella sindrome climaterica maschile con diminuzione della libido. Il prodotto è, quindi, destinato a chi è affetto da una diminuzione, o addirittura dall’interruzione, della produzione naturale di testosterone...»

Dalle annotazioni scrupolose di Faraggiana si deduce quanto fosse incessante il passaggio degli atleti dal laboratorio del CNR di Pisa, diretto dal dottor Ferdeghini, E accertato che per ogni atleta sono stati raccolti periodicamente molti dati; è probabile che per Ciascuno sia stata registrata l'evoluzione dello stato di salute. E quantomeno singolare che né la commissione doping del CONI, né il presidente del CNR che la presiedeva, né la commissione affari sociali della Camera né il ministero della Sanità, abbiano mai chiesto al laboratorio di Pisa una relazione dettagliata sulla collaborazione con la FIDAL ed, eventualmente, con altre federazioni. Eppure tale collaborazione è. durata molti anni e ha spesso comportato la scoperta di danni fisici molto gravi, causati dall’utilizzazione di sostanze proibite.

Da alcuni carteggi ufficiali intercorsi fra Ferdeghini e la FIDAL, risulta che il laboratorio di Pisa abbia addirittura tentato, d’intesa con la stessa federazione, di farsi accreditare come uno dei laboratori antidoping ufficiali del Comitato olimpico internazionale. Sono significativi, in proposito, alcuni passi della lettera scritta da Ferdeghini alla FIDAL, in data ‘5 febbraio 1982, nella quale viene fatto il resoconto di un viaggio a Londra, presso il St. Thomas Hospital, per tentare di raggiungere l’intento: «,.. non ci è stata rilasciata ricevuta per alcune spese, lo stesso dicasi per alcune fotocopie che abbiamo fatto dei metodi di dosaggio utilizzati per gli steroidi anabolizzanti... come potrà osservare dalla nota delle spese abbiamo accluso un conto di 19,45 sterline per omaggi floreali alla consorte del direttore del dipartimento (prof, Brooks), abbiamo infatti pensato che l'accreditamento del nostro laboratorio come Centro internazionale per il controllo antidoping dipende anche dall’impressione che abbiamo lasciato al prof. Brooks come esperti di metodi RIA di dosaggio di ormoni steroidei e come persone degne di fiducia... Abbiamo inviato fin dal settembre 1981 la documentazione delle spese da noi sostenute per il congresso internazionale di Acta Endocrinologica tenuto a Cambridge alla fine dello scorso mese di agosto... inoltre ci deve essere in parte ancora rimborsato il pagamento come medici del controllo antidoping durante la coppa del Mondo, tenuta a Roma i primi giorni del settembre del 1981.»

Qualora questo piano fosse andato in porto, un unico laboratorio italiano, al di fuori del controllo della federazione medico sportiva, avrebbe gestito tanto la routine dei controlli prescritti agli atleti durante i trattamenti, quanto i controlli antidoping ufficiali nelle grandi manifestazioni internazionali.

L’ultima categoria dei fogli di Faraggiana si riferisce alla collaborazione con la federazione italiana lotta pesi judo, in particolare con il settore pesi della stessa. Si nota subito che, in questo caso, le procedure sono inizialmente più empiriche di quelle adottate nell’ambito della collaborazione con la FIDAL.

L’approssimazione ha comportato inconvenienti che poter vano anche essere evitati, come ad esempio la ginecomastia (sviluppo abnorme delle ghiandole mammarie e di altri caratteri femminili) in alcuni atleti, perfino di età inferiore ai 18 anni. Si ha come l’impressione che Faraggiana abbia tentato di rimediare ad alcuni errori di altri. Egli annota su un foglio: «Età ossea dei ragazzi: solo se sviluppati —> terapia anabolizzante. Disintossicanti nel periodo di somministrazione e di sospensione dell’assunzione del farmaco. Periodizzazione dell’assunzione del farmaco e posologia. Apporto dietetico (dieta ipolipidica) per colesterolo.» L‘esperienza accumulata da Faraggiana con la FIDAL lo poneva in grado di prevedere, anche per i sollevatori di pesi, due generi di esami di laboratorio periodici: quello clinico e quello ormonale, quest’ultimo naturalmente presso il laboratorio del CNR di Pisa. Sempre a Pisa, oppure presso il laboratorio antidoping di Roma, Faraggiana consigliava di controllare periodicamente l'emissione urinaria di anabolizzanti. Lo scopo era quello di valutare preventivamente le curve di smaltimento e programmare quindi i cicli di assunzione, in prossimità della partecipazione alle gare. Alla FILPJ venivano suggerite le stesse procedure «cautelative» attuate nell‘ambito della FIDAL la raccolta di dichiarazioni da parte dei ragazzi (sono definiti proprio così), di accettazione delle terapie e della eventuale sospensione. Per i sollevatori di pesi sono previsti anche anabolizzanti, diversi da quelli utilizzati nell’atletica leggera, come il Metanabol o il testosterone Omnadrem 200, a lungo effetto.

Su un foglio intitolato «Calendario 1985, 21282931 Germania Est Blankenburg», Faraggiana annota: «Farmaci 10000 + 8000 + 6000 + ...» Si tratta degli stessi quantitativi già registrati in relazione alla consegna degli anabolizzanti ai diversi tecnici, medici o atleti. Sullo stesso foglio segue l’elenco degli atleti trattati, praticamente l’intera nazionale, compreso il campione olimpico Norberto Oberburger, con l’annotazione delle posologie indicate per ciascuno: l’età degli atleti varia tra venticinque e diciassette anni.,.

DAL SOSPETTO ALLE PROVE

Il vademecum del doping rappresentò una svolta clamorosa nell’acquisizione delle prove. Prima di allora, le denunce e le testimonianze avevano suscitato in noi sospetti e presentimenti su responsabilità individuali ed isolate. Infatti la lettera di Meconi, che avevo avuto occasione di leggere sommariamente negli uffici della FIDAL e le «imprudenti» dichiarazioni del responsabile del settore lanci Carnevali nell‘intervista televisiva del 1972 e nella «lezione» agli insegnanti ISEF del 1982, avevano delineato un quadro preoccupante, in cui la FIDAL sembrava recitare un ruolo tutt’altro che marginale nella gestione del doping.

Il diario di bordo del dottor Faraggiana tratteggiava, invece, sin nei minimi dettagli, i vari aspetti di una somministrazione centralizzata e coordinata degli anabolizzanti La rmAL aveva, in pratica, conferito mandato a un medico, neppure specializzato in endocrinologia, perché organizzasse, attuasse e controllasse per l’intero territorio nazionale la somministrazione degli steroidi nei lanci, negli ostacoli e nelle prove multiple, Faraggiana non si limitava ad intrattenere rapporti con un numero consistente di allenatori nazionali e societari, con il professor Conconi, con il CNR di Pisa, con numerosi laboratori di analisi, con medici e tecnici di altri paesi, ma si spingeva sino ad acquistare e a distribuire personalmente i farmaci.

Era evidente che Faraggiana, legato da regolare contratto alla FIDAL e alla FILPJ, non avrebbe avuto motivi personali né mezzi economici sufficienti, né coperture politiche e scientifiche per allacciare una serie tanto complessa di rapporti ed attuare un insieme di procedure così rischiose ed impegnative.

La FIDAL ai nostri occhi appariva, dunque, per la prima volta come mandante del doping, dietro le quinte dell’attività di Faraggiana, Il medico torinese aveva viaggiato per anni spasmodicamente da un centro di allenamento all’altro, da un laboratorio di ricerca ad un altro di analisi. Sempre con l’autorizzazione della FIDAL, compilando ogni volta diligentemente i fogli trasferta per il rimborso delle spese sostenute.

Leggendo le pagine di Faraggiana ci rendemmo dunque conto, in maniera definitiva, che il doping nell'atletica italiana non solo era una certezza, ma addirittura il frutto di una cospirazione federale.

La federazione italiana di atletica leggera, che avrebbe dovuto diffondere l’atletica come valore educativo, aveva deviato divenendo un’organizzazione tesa a promuovere con ogni mezzo, a scopi commerciali, un’immagine da vendere.

Nonostante l’evidenza dei documenti Faraggiana, tendevamo, però, ancora ad escludere che l’intera dirigenza federale fosse coinvolta nell’operazione. Continuammo a concentrare i nostri sospetti sulla direzione tecnica. Pensavamo che i vertici federali, impegnati nella loro politica di grandeur, si fossero disinteressati, o avessero fatto finta di non accorgersi, di quanto i settori tecnico e medico avevano attuato

Era chiaro che, sia l’utilizzazione degli steroidi anabolizzanti, sia gli «aiuti» provenienti da giudici di gara compiacenti, determinavano un gonfiamento dei risultati sportivi, quindi una «valorizzazione» del prodotto da vendere. Nebiolo stesso nel giugno 1985 mi aveva convocato nei suo mega ufficio, facendo spostare di un giorno la mia partenza per un incontro internazionale a Montecarlo, per rimproverarmi alcune prese di posizione contro il doping: «Lei deve avere una visione più ampia dell’attività della federazione. Mi sono impegnato a far crescere l’immagine dell’atletica, che in precedenza aveva scarsa presa sui mezzi di informazione e sul pubblico. La valutazione del nostro lavoro deve essere globale, non fermarsi ad alcuni aspetti. Il nostro è come un grande circo nel quale si rischia, tirando il tendone da una parte o dall’altra, che questo ceda e si richiuda su tutti noi.»

Quando Nebiolo mi espresse questo pensiero, che aveva del resto ribadito a molti altri interlocutori, non riusci a dissimulare il fastidio per il disturbo che arrecavo alla sua grande opera: «Invece di occuparmi della promozione dell'atletica, avrei potuto interessarmi della diffusione del basket, del nuoto o della pallamano. Da questo punto di vista, uno sport sarebbe valso l’altro: mi trovavo di fronte a delle saponette da vendere, e dovevo fare in modo di venderne sempre di più e a un miglior prezzo.»

Il Coinvolgimento della federazione significava che lo stesso organismo deputato a prevenire e reprimere il doping, anche attraverso gli specifici controlli, lo aveva, al contrario, protetto e favorito utilizzando i controlli stessi strumentalmente sia per studiare il tipo di anabolizzante e le modalità di assunzione più adatte a ciascun atleta, senza che questi ne conservasse tracce nelle urine in occasione delle gare importanti, sia per verificare che l’atleta fosse tornato «pulito» al momento opportuno. Per anni i controlli antidoping sono stati solo di facciata, mentre dietro le quinte si tramava per aggirarli.

Fu l'ex responsabile del mezzofondo Romano Tordelli ad accollarsi l’onere di informare ufficialmente il presidente Nebiolo, il segretario generale Barra e l‘intero consiglio federale della estrema gravità della situazione Vittori, Pasquale Bellotti, responsabile del Centro studi e ricerche della FIDAL ed io, appoggiammo dall‘interno la sua azione, martellando quotidianamente gli stessi dirigenti.

La mia posizione professionale e quella di Vittori erano divenute estremamente precarie: da un momento all’altro la FIDAL poteva decidere di accantonarci, Quando qualche anno prima Vittori, all’epoca allenatore personale della gloria nazionale Pietro Mennea, aveva denunciato su «Repubblica» l’intreccio esistente fra il doping e i dirigenti dell’atletica mondiale, il segretario Barra non aveva esitato a proibirgli qualsiasi collaborazione giornalistica, ai sensi del contratto collettivo di lavoro.

Io cercavo faticosamente un punto di equilibrio fra l‘appagamento della passione per l‘allenamento e la voglia di ribellarmi all’indifferenza pressoché totale dei mezzi di informazione nei confronti del problema del doping, all‘emarginazione progressiva dei tecnici meno accomodanti, alla sensazione di impotenza indotta da un sistema cinico e arrogante.

Tordelli mise al servizio della causa la sua onestà e la sua intatta passione per l’atletica leggera. Già da un anno, del resto, con lettere e colloqui personali, aveva messo i dirigenti federali in guardia contro la diffusione ormai incontrollata delle pratiche doping le prime lettere tradivano la speranza, che era anche mia, di riuscire a persuadere i dirigenti ad attivare i necessari rimedi.

Nella raccomandata indirizzata a Nebiolo il 30 ottobre 1984, Tordelli aveva fra l'altro scritto: «Da una parte il Suo impegno e quello di altri collaboratori per dare all’atletica italiana un‘immagine nazionale ed internazionale di prestigio, dall'altra un coordinatore tecnico che si muove in maniera personalistica e non sempre in sintonia con le direttive della federazione. Enzo Rossi ha finito infatti per accentrare funzioni che non competono ad un coordinatore tecnico... svolgendo operazioni. per lo più spregiudicate ed incontrollate... Oltre a coordinare tecnicamente la squadra nazionale, gestisce di fatto i rapporti con l’intero apparato medico-scientifico,.. E ancora più grave la valutazione se viene preso in considerazione il rapporto con l’Università di Ferrara che è emblematico della tendenza di Rossi ad individuare solo nelle procedure di ‘dilatazione‘ della prestazione agonistica, le problematiche di carattere tecnico-scientifico da adottare... Le chiedo se Enzo Rossi abbia provveduto ad informarla di tutto; ad esempio del fatto che alcuni atleti in seguito all’emotrasfusione [seguono i nomi] siano piombati in uno stato di crisi che si è protratto a lungo... Per ritornare alla faccenda delle autoemotrasfusioni, è molto grave rilevare che il coordinatore tecnico ha innescato irresponsabilmente una spirale di recriminazioni e lotte fra gli stessi atleti e tecnici azzurri, facendo schierare in gare italiane atleti trasfusi contro connazionali: un atleta, in questo modo. è stato proposto per Los Angeles [segue il nome] nonostante si sapesse che alle Olimpiadi sarebbe tornato a gareggiare.,, solo con la sua forza usuale... Rossi ha saputo abbracciare solo uno schema di comportamento: la diffamazione dei tecnici che per etica morale non la pensano e non si comportano come lui, ed il piccolo clientelismo improntato alle promesse (quasi mai mantenute), alla scelta dei collaboratori da lui più manovrabili, piuttosto che più meritevoli ed utili per l‘atletica italiana... Mi sembra, signor presidente, che occorra urgentemente, a soli due anni e mezzo dai Campionati mondiali di Roma, ridare credibilità, slancio e capacità programmatica al settore tecnico... Nessuno meglio di Lei, ne sono certo, saprà trovare le soluzioni più idonee. Resto in attesa di un Suo riscontro.»

Invece, Nebiolo non aveva risposto, cominciando a nascondersi dietro altri collaboratori, come avrebbe fatto al dilagare dello scandalo . Era stato il segretario Barra ad entrare in scena, cercando di imbrigliare Tordelli in strani colloqui nei quali alternava attestazioni di stima ad atteggiamenti meno benevoli Solo quattro mesi dopo, il 20 febbraio del 1985, Nebiolo, resosi conto che Tordelli non si lasciava incastrare dalla palude delle promesse, gli aveva risposto: «L'immagine che l'atletica italiana ha dato e sta dando, a livello nazionale e internazionale, è tale da essere fuori di ogni dubbio. Per tutti noi dell’atletica — Lei compreso — deve esserci l’orgoglio e il vanto di tutto questo in un momento in cui nel paese c’è bisogno di ciò... Non sono in grado di entrare nei dettagli dei problemi tecnici ma ritengo che sia assolutamente necessario, se ci sono delle critiche da fare, che esse siano fatte dall’interno, in maniera costruttiva, utile e diretta. Gradirei che Ella potesse continuare a collaborare ed essere vicino nelle giuste forme al settore tecnico nello spirito su citato».

Questa lettera ci aveva aperto ulteriormente gli occhi: il tono di Nebiolo lasciava intendere chiaramente la mancanza di qualsiasi volontà di risolvere un problema che, almeno dal 20 ottobre 1984, egli ormai conosceva.

Il giorno dopo aver ricevuto la risposta, Tordelli aveva fatto partire una nuova raccomandata, indirizzata questa volta al segretario Barra, con cui aveva avuto un abboccamento all’ippodromo romano delle Capannelle: «E con rammarico che debbo farti notare l‘inadeguatezza del tuo atteggiamento dinanzi ai problemi che ho avuto modo di esporre nella lettera inviata a suo tempo al presidente Nebiolo. Mi sorge il dubbio che non si sia compreso appieno il significato e la gravità dei problemi da me proposti all’attenzione del presidente e tua o, quantomeno, tu intenda minimizzarli e svilirli in una chiacchierata a ruota libera da concludere eventualmente con una tua proposta di collaborazione con la FIDAL... E tu ben comprendi quanto io sia stato riservato nel limitare all’analisi dei comportamenti di Rossi una valutazione che avrebbe potuto estendersi a scelte di fondo che non vengono certo realizzate da lui. Dal successivo mio colloquio con Enzo Rossi, da te sollecitato ed auspicato, ho tratto invece la certezza di trovarmi di fronte ad una persona che fa riaffiorare tutta la sua arroganza, sfidandomi a presentare ai tecnici nazionali riuniti la mia tesi in contrapposizione alla sua [uso degli anabolizzanti, emodoping in funzione di risultati a tutti i costi]: confermando con Ciò, implicitamente, non solo la volontà di proseguire sulla strada intrapresa, ma la sicumera di poter disporre, a suo piacimento, dell’adesione dell'intero staff tecnico nazionale. A parte il tentativo di allargare ad altri le responsabilità (in ciò dimostra effettivamente la sua furbizia istintiva, ma anche la dabbenaggine di alcuni collaboratori che si è. scelto) essa suona di offesa ad altri tecnici nazionali che non condividono la scelta del doping più o meno mascherato. E non dimenticare, Luciano che questi tecnici sono in realtà rappresentativi di uno stuolo enorme di allenatori e dirigenti, che non si riconoscono minimamente nella strada del doping, ma piuttosto nella ricerca sempre più qualificata delle procedure di allenamento e di attivazione delle qualità individuali degli atleti. Il futuro dello sport, e dell‘atletica in modo particolare, deve basarsi su questi principi fondamentali. Un diverso atteggiamento è e sarà di assoluta irresponsabilità.,. A questo punto non mi resta che proseguire diversamente la mia azione di dissenso e la denuncia all‘esterno nei modi che riterrò più opportuni».

Era seguito un lungo periodo di silenzio ufficiale da parte della FIDAL. Attraverso contatti diretti e telefonici, Barra e Nebiolo cercarono invece più volte di guadagnare tempo, promettendo soluzioni che non sarebbero mai arrivate. Dopo che avevamo acquisito i documenti Faraggiana, il 19 novembre del 1985,Tordelli, non fidandosi più né di Barra né di Nebiolo, scrisse una nuova raccomandata indirizzandola anche a tutti i consiglieri e dirigenti federali: «Egregio presidente, faccio riferimento alla mia lettera del 30 ottobre 1984 ed ai successivi incontri e corrispondenza con il segretario della FIDAL per constatare come i problemi da me esposti sul doping non abbiano, al di là delle generiche assicurazioni contenute nella Sua lettera di risposta e nelle parole del signor Barra, trovato seguito e soluzione adeguata. Sono ora in possesso di una dettagliata documentazione pervenutami da più' parti, e che ho affidato al mio legale, che prova inequivocabilmente quanto da me affermato in precedenza e dimostra come le pratiche di doping in uso presso la FIDAL abbiano raggiunto un livello di gravità tale da far ipotizzare veri e propri reati penali in danno della collettività e degli atleti che ad esse sono sottoposti, con reiterate violazioni della normativa sportiva e delle leggi italiane, Tutto ciò non potrà non interessare il ministero della Sanità e l'autorità giudiziaria [che ingenuità]... AULA.) alla quale sono fermamente intenzionato a rivolgermi affinché queste scandalose pratiche siano definitivamente messe al bando».

La lettera di Tordelli, con un pizzico di humour, così proseguiva: «Poiché sono tuttora convinto della Sua estraneità, o comunque della Sua disinformazione da parte dei Suoi collaboratori circa tali argomenti, ritengo necessario portare anzitutto a Sua conoscenza tali fatti, affinché Lei possa prendere i necessari provvedimenti nell’ambito della federazione. In assenza di che dovrei constatare che anche a Lei tali argomenti non interessano e trame, dolorosamente, le dovute conclusioni: il dottor Faraggiana, (la quanto risulta, coordina per conto della FIDAL l'approvvigionamento e la distribuzione agli atleti e ai tecnici degli steroidi anabolizzanti e del testosterone. Il prodotto fondamentalmente usato come anabolizzante è il metandienone; accanto ad esso vengono, volta per volta, utilizzati altri prodotti tra i quali il Nerabol, l’Oxanor, il metiltestosterone, il Winstrol ed il Testoviron. Il costo di questi prodotti, il pagamento dei medici che li somministrano, i viaggi necessari per l’acquisto, il pagamento (almeno come contributo parziale) delle strutture mediche necessarie a controllare di continuo e con sofisticate e costose procedure gli atleti ‘trattati’, il costo dei farmaci di sostegno e disintossicanti ecc., sono molto ingenti: Le chiedo se un tale esborso di denaro non rappresenti un atto di irresponsabile gestione economica delle risorse della federazione, e fino a qual punto abbia contribuito al notorio deficit in cui essa versa. Tanto più che in molti casi gli atleti trattati sono di insignificante interesse internazionale, come si evince dagli elenchi di nomi stilati da Suoi collaboratori [seguono alcuni nomi]. La posizione del prof. Conconi va al di là delle emotrasfusioni ed egli risulta operante anche nella somministrazione degli steroidi anabolizzanti e del testosterone, anche ad atleti vincitori olimpici. Quelli elencati sono alcuni dei fatti da me documentabili, e che si aggiungono agli altri esposti nelle mie precedenti lettere. Data la gravità e‘ delicatezza degli argomenti, ritengo necessario che della presente siano informati, per il momento, almeno tutti i consiglieri federali e i dirigenti della FIDAL, e per evitare alla Sua segreteria il fastidio di doverlo fare, nonché la possibile dimenticanza, provvedo io stesso».

Questa volta Nebiolo dovette un po’ spaventarsi se rispose dopo un mese, il 18 dicembre 1985, seppure con una breve lettera, dal linguaggio generico ed elusivo. Del tutto sproporzionata all’inaudita gravità e puntualità delle accuse: «Ho ricevuto la Sua lettera del 19/11/1985 e l’ho passata ai competenti organi tecnici ed amministrativi per avere le necessarie delucidazioni Intanto, il prof. Ferrito, da me delegato, mi riferisce che Lei ha manifestato il desiderio di incontrarsi con me; se Lei ritiene di avere elementi utili da riferirmi, La prego di voler cortesemente prendere contatto con mei sarò comunque lieto di incontrarla». Naturalmente, Tordelli non rispose mai a questa lettera, che venne considerata in tutta la sua irresponsabile gravità. Al contrario, rilasciò alcune dichiarazioni ai giornali. Nebiolo, spaventato dalla piega che la vicenda stava prendendo, decise allora, quattro mesi dopo, il 24 marzo 1986, di scrivere di nuovo a Tordelli invitandolo nuovamente ad un incontro. Questo avvenne di lì a due settimane, il 7 aprile 1986, presso l’hotel Cavalieri Hilton di Roma. Nebiolo si limitò ad esporre le solite argomentazioni generiche ed in concreto fece a Tordelli la sola proposta di affidare al professor Gianmartino Benzi una inchiesta per accertare eventuali responsabilità e trovare soluzioni per il futuro. Ancora una volta la risposta di Nebiolo e della FIDAL era ridicola di fronte alla gravità dei problemi denunciati. Tordelli pensò di mettere per iscritto le sue considerazioni sul colloquio appena svolto, in una lettera datata 10 aprile 1986. In essa ribadì tra l‘altro: «Il problema del doping nell’atletica leggera italiana, così come è stato ormai posto, seguirà evidentemente un suo corso, sia a livello parlamentare che di indagine giudiziaria, in gran parte indipendente dalla sua volontà, dalle mie decisioni e dagli interventi del prof. Benzi».

Meno di un mese dopo, il 5 maggio, Nebiolo mostrava ancora intatta la voglia di sorprendersi non tanto del doping, quanto dell’insistenza di Tordelli: «La Sua lettera mi ha molto stupito in quanto l’incontro dell’Hilton non ha mai avuto lo scopo di concordare iniziative precise su quanto da Lei asserito... La proposta Benzi, non mirava certamente a risolvere un problema che è di competenza degli organi tecnici della federazione... Volevo che, un tecnico esperto come Lei e un uomo dotato di esperienza ed autorità scientifica come il professor Benzi, si scambiassero delle idee per gettare le basi per l’ipotesi di organizzazione di un convegno di alto livello tecnico-scientifico».

in altre parole, due anni di denunce epistolari servirono soltanto a far nascere in Nebiolo la proposta di organizzare un innocuo convegno scientifico sul doping. Un anno e mezzo dopo, nei dilagare degli scandali del doping e del salto allungato di Evangelisti, le «lettere da Recanati» di Romano Tordelli sarebbero tornate ad accusare la cattiva coscienza della FIDAL prima sulle pagine della «Gazzetta dello Sport» e poi in un servizio andato in onda nella trasmissione televisiva «Domani si gioca» di Gianni Minà.

LA CAMPAGNA DELL’«ESPRESSO»

Il segretario generale Barra intuì che alcuni, all’interno della federazione, erano al corrente del carteggio e degli incontri fra Tordelli ed i dirigenti della FIDAL. Tento una verifica anche con me, ma senza risultati.

Gli onorevoli Ceci Bonifazi e Pochetti, anche dopo il primo successo della loro battaglia parlamentare sull ’emodoping, avevano continuato a seguire con attenzione l’evolversi della situazione e, entrati in possesso degli appunti rivelatori di Faraggiana, ritennero che fosse giunto il momento di presentare una nuova interpellanza parlamentare, sottoscritta anche da deputati di altri partiti, volta a mettere sotto accusa l‘utilizzazione degli steroidi anabolizzanti nello sport. Il direttore dell’«Espresso» Giovanni Valentini si disse disponibile a dare spazio alla denuncia parlamentare.

Tordelli era riluttante a rendere di pubblico dominio fatti e accuse tanto gravi e chiese anche il mio parere. Alla fine, valutati gli argomenti favorevoli e quelli contrari, spinto soprattutto dal fallimento del suo tentativo di sensibilizzazione interna, Tordelli si decise a muovere questo altro passo.

Da quel momento l’«Espresso» iniziò una lunga e tenace campagna contro la diffusione del doping nello sport, dando naturalmente il via alle più strane congetture sulle motivazioni che ne ispiravano l‘azione. Noi stessi, sorpresi da tanta grazia e abituati da sempre alla massima disattenzione per la nostra battaglia, siamo arrivati talvolta a nutrire qualche sospetto su oscure ragioni editoriali. In realtà, la conoscenza delle persone e l’esperienza diretta ci avrebbero convinti che l’«Espresso» si limitava ad interpretare il proprio ruolo tradizionale con una denuncia su un grande tema di interesse sociale. La scelta redazionale fu tanto più significativa e meritoria perché contraddisse l‘indifferenza sino ad allora dimostrata anche dalla stampa specializzata e perché non si fermò a uno scoop, ma prosegui nel tempo.

Martedì 11 marzo 1986 Tordelli si incontrò, all’hotel Fleming di Roma, con il giornalista Pierluigi Ficoneri e gli mostrò il materiale di cui disponeva. Era la prima volta che Ficoneri entrava in contatto con questi problemi e, nonostante il fiuto e l’esperienza del mestiere, fatico non poco a mettere a fuoco il groviglio dei nomi e delle vicende, alla fine trattenne i documenti per valutare con maggiore cognizione di causa l’opportunità della loro pubblicazione. Il giorno dopo l‘articolo era già composto.

Parallelamente, il 14 marzo 1986 Ceci Bonifazi, Pochetti, Caprili, Garavaglia, Rubino e Lussignoli, presentavano la seguente interpellanza parlamentare: «I sottoscritti chiedono di interpellare i ministri della Sanità e di Grazia e Giustizia, per conoscere — premesso che: sembra essere sempre più diffuso l'impiego di anabolizzanti steroidei da parte di atleti appartenenti a federazioni sportive italiane, in particolare la FIDAL e la FILPJ, che adottano tali farmaci allo scopo di aumentare artificialmente il peso e la forza muscolare; la somministrazione di tali sostanze avviene con l‘intervento di personale medico talora dipendente dal Servizio sanitario nazionale e dall’Università, che ha rapporti formalizzati con le federazioni e risulta che le stesse si fanno carico dell’acquisto dei farmaci da somministrare rilevandoli anche dall’estero; tale pratica contrasta con precise norme di legge (Legge 26 ottobre 1971, numero 1099) che vietano il doping e prescrivono sanzioni nei confronti di chi lo effettua e di chi lo consente; l’abuso di sostanze steroidee anabolizzanti in giovani sani che le assumono a scopi non terapeutici, come documentato da ampia letteratura scientifica nazionale e internazionale, comporta danni talora irreversibili, sia sul terreno dell’aggressività, sia come turbe della cenestèsi e della personalità, tossicità epatica da lieve a moderata riscontrata dal 10 al 40% dei casi, epatocarcinoma di cui sono stati segnalati casi in giovani atleti, suscettibilità all’arteriosclerosi, ipertensione, ipertrofia ed infarto del miocardio, riduzione della spermatogenesi che, con dosi di 200 milligrammi di enantato di testosterone, può interessare fino al 97% dei soggetti trattati, irsutismo nelle donne, arresto dell’accrescimento osseo nei giovani, fragilità tendinea e muscolare, alterazioni immunologiche con particolare sensibilità indotta verso malattie virali e tumori;. altri danni possono manifestarsi a distanza e rimanere misconosciuti data la mancanza di studi clinici controllati con serio rigore scientifico [chiedono di conoscere] le iniziative che intendano promuovere con urgenza per verificare l’effettivo stato della situazione e i comportamenti delle federazioni sportive in materia di pratica del doping; quali provvedimenti intendano adottare nei confronti delle federazioni qualora sia stato consentito o facilitato l’uso di steroidi anabolizzanti nein atleti in assenza di indicazioni cliniche e terapeutiche. Se intendano realizzare una vasta opera di informazione in modo che gli atleti siano effettivamente messi a conoscenza dei rischi che tale pratica comporta per la loro salute, visto che non sono da escludersi casi di accettazione della terapia steroidea dovuti al pericolo di vedersi altrimenti esclusi dalla partecipazione ad attività agonistiche di rilievo internazionale...»

L’uscita dell’articolo di Ficoneri sull'«Espresso» fu preceduta da un lancio (di agenzia) che venne recepito da numerosi quotidiani italiani. Si scatenò il putiferio. La FIDAL prese posizione con un curioso comunicato: «I responsabili tecnici delle nazionali maschili e femminili Enzo Rossi e Sandro Giovannelli, hanno respinto le affermazioni del prof. Tordelli precisando che gli atleti citati dal loro ex collega sono stati sempre sottoposti ai controlli antidoping previsti dopo ogni grande avvenimento, ed effettuati presso i più avanzati e sofisticati laboratori del mondo, e mai nessuno di loro è risultato positivo»

A parte il singolare tentativo di circoscrivere un fenomeno, denunciato come capillare, ai due direttori tecnici delle squadre nazionali, la FIDAL, e Rossi e Giovannelli per essa, nella fretta di dimostrare l’innocenza generale attraverso la prova delle negatività riscontrate ai controlli, avevano dimenticato che un caso di positività c‘era stato e aveva riguardato, un anno e mezzo prima a Los Angeles, il martellista Giampaolo Urlando. Quanto alla più generale attendibilità, come indizio a discolpa, dei controlli antidoping, il lettore ha avuto l’opportunità di farsi un‘idea scorrendo gli appunti di un esperto come Faraggiana. Qualora fosse ancora titubante, gli ricorderò ancora una volta come numerosi atleti (Lewis e Tilli, ad esempio) abbiano spiegato in più occasioni, e con dovizia di particolari, come per anni nella rete dei controlli antidoping potessero venir intrappolati solo gli sprovveduti.

In questa circostanza la stampa italiana diede più spazio del solito alla vicenda, ma prevalse ancora l‘irresistibile tendenza a minimizzare, a chiudere gli occhi, a negare, a sbandierare il troppo comodo alibi delle oscure manovre nascoste dietro le denunce. La solita domanda d‘effetto rimbalzo ovunque: «Chi ci sarà dietro?»

Dietro, ancora una volta, non c‘era niente e nessuno. Tranne una neo deputata dotata di fresco entusiasmo e di solida preparazione scientifica, un galantuomo, suo collega alle soglie della pensione e alcuni tecnici ormai votati a condurre la battaglia fino alla fine e improvvisatisi, allo scopo, un po‘ Maigret, un po' public relation men, un po' promotori (lì una forza organizzata di opposizione Tordelli spiegò ai giornalisti: «Il mio intento è moralizzatore ma, attenzione, senza criminalizzare gli atleti. Il mio obiettivo sono coloro che hanno scelto strade sbagliate, sono loro che intendo mettere fuori gioco». A Guido Alessandrini di «Tuttosport», che gli domandò se si stesse muovendo a titolo personale, Tordelli rispose: «Agisco in prima persona, ma rappresento uno stuolo infinito di tecnici periferici che sono stanchi di subire atti provocatori». All’articolo dell'«Espresso» fece eco l’esplosiva intervista rilasciata il 19 marzo 1986 a «Tuttosport» dal discobolo Zer' bini, che raccontò esaurientemente quanto era accaduto nell’anno olimpico di Los Angeles, un j‘accuse mai smentito da nessuno, una lucida, dettagliata, e inquietante denuncia. Una piena conferma di quanto era contenuto negli appunti di Faraggiana: «Che gli atleti assumessero farmaci su invito della FIDAL, era il segreto di Pulcinella. Gli inviti ci sono sempre stati e talvolta si sono trasformati in veri e propri ricatti. Nell'84, prima delle Olimpiadi, io e il mio allenatore [Walter Bragagnolo] siamo stati messi di fronte ad un aut—aut da parte di alcuni dirigenti federali: ‘O prendi certe sostanze o tu a Los Angeles non ci vai.’ Abbiamo detto di no, a Los Angeles ci siamo andati lo stesso e i risultati si sono visti. All‘Olimpiade ho visto lanciatori italiani tremare, perché era venuta meno la fiducia nei propri mezzi, erano depressi, senza euforia: il contraccolpo, specie psicologico, per aver smesso di 'bombarsi‘ era stato tremendo. Adesso speriamo che salti qual' che testa in FIDAL, perché questa gente gioca con la vita degli altri». Invece non saltò nessuna testa, e i dirigenti della FIDAL negarono ancora l'evidenza,

Gli amici di Zerbini sostennero che l‘atleta, in forza alle Fiamme Oro di Padova, era stato convocato dai superiori e «consigliato» a non rilasciare ulteriori dichiarazioni. Alle parole di Zerbini fecero eco, due giorni dopo, quelle di Federico Leporati, ex campione italiano indoor dei 1500, nonché allenatore di Stefano Mei, che denunciò l‘emarginazione e le ritorsioni che avevano colpito l’atleta a seguito del suo rifiuto dell'emotrasfusione aggiungendo: «I fatti del doping sono soltanto un aspetto, anche se scatenante, di una situazione molto più ampia La FIDAL si occupa ormai soltanto del vertice, degli atleti che le fanno da vetrina. In questo modo, l’attività vera, quella svolta in tutti i piccoli centri d’Italia, è stata dimenticata. In questo senso il movimento atletico italiano sta morendo, avendo raggiunto su tutti i fronti una situazione di grave degrado».

Gaio Fratini commentò in quegli stessi giorni sul «Guerin Sportivo»: «Sull‘ Espresso’ leggo una viva inchiesta di Pierluigi Ficoneri su sport e farmaci. E un tema scottante, scabroso, ‘impopolare’ che la stampa, non solo sportiva, sistematicamente evita... Ma quale miglior farmaco della congiura del silenzio? Quale migliore politica di quella dello struzzo che nasconde la testa nella sabbia delle pedane... Avrebbe detto Rossi a Tordelli: ‘Allenare un pesista a scagliare l'attrezzo a 18 metri, puoi farlo anche tu sulla piazza del tuo paese; ma per fargli fare i 22 metri ci vogliono i farmaci.‘ Mi risponda Enzo Rossi. Mi confermi che la sua dichiarazione è apocrifa. E che è vuota di fondamento anche la testimonianza dell’ex discobolo azzurro De Vincentis (ho preferito ritirarmi ad Ascoli, in provincia, resto fedele ad un’atletica pulita Quando nell‘80 gli atleti passarono dai ricostituenti a cure da polli di allevamento, molti di noi preferirono allontanarsi). Perché io possa tornare ad amare l'atletica e dare tutto il mio credito spirituale alla più limpida e pura disciplina del mondo, qualcuno mi invii un messaggio di fede e d'amore e non la solita letterina burocraticamente impegnata,»

Sull’«Unità» Remo Musumeci dedicò all’argomento un'inchiesta in varie puntate. Riporto, in particolare, una affermazione di Gino Brichese, allenatore nazionale dei lanci: «Sono sicuro che Andrei e i lanciatori di vertice non facciano uso di anabolizzanti perché sostanzialmente non servono e perché comunque quell’uso è troppo pericoloso e c‘è un’immagine — costruita con fatica — da difendere.» A Brichese rispose Danilo Facchini, dirigente tecnico della FIDAL: «Tutti i lanciatori fanno uso di prodotti anabolizzanti.» Pacchini era uno che infatti li conosceva bene. E di Pisa ed era stato uno dei promotori della collaborazione fra la FIDAL ed il CNR. Una volta era intervenuto a Formia ad una riunione della direzione tecnica della nazionale italiana criticando chi aveva rappresentato con tinte fosche la questione degli anabolizzanti, e difendendo a spada tratta la funzione essenziale esercitata dal laboratorio del CNR di Pisa che aveva regolamentato con criteri «scientifici» la somministrazione degli ormoni.

Anche Conconi disse la sua in un’intervista concessa a Sandro Aquari del «Messaggero» Alla domanda: «Ma gli anabolizzanti si adoperano ancora?», Conconi rispose: «Credo di sì, ma non al vertice. Li si adopera più giù. Forse ne fanno uso atleti più modesti o tecnici in arretrato con i tempi.»

Ben Johnson, ingordo divoratore di stanozolol, record del mondo e medaglie al valore, gli avrebbe dato, due anni dopo, pienamente ragione. Forse, però, Conconi intendeva riferirsi ad una modestia spirituale, come a dire: atleti, tecnici e medici modesti di spirito sportivo.

Alla successiva domanda sui rischi relativi all‘assunzione degli anabolizzanti, Conconi fu rassicurante: «Meno di quanto non si creda. Si tratta, dopo tutto, di farmaci in commercio. E l'organismo ha grandi capacità di difesa...» I farmaci in commercio erano peraltro destinati a curare alcune gravi patologie e le dosi consigliate erano clamorosamente inferiori a quelle normalmente prescritte ad atleti «sani» sulla cui capacità di difesa, più che altro, si sperava...

L’« Espresso» tornò alla carica, pubblicando sull’ultimo numero di marzo del 1986 la registrazione della lezione tenuta a Roma, nel complesso sportivo dell’Acqua Acetosa, il 6 dicembre 1982, dal responsabile del settore lanci Carnevali durante un seminario sulla forza al corso di specializzazione in atletica leggera per insegnanti di educazione fisica: << Le tedesche dell’Est saltano 2.87 in lungo da fermo, le nostre 2.50. È una questione di cilindrata diversa.» «Non sarà mica per via degli ormoni?» replicò un’allieva illustre, la pluriprimatista e campionessa italiana, nonché finalista olimpica degli ostacoli Ileana Ongar. Carnevali si spazientì: «Accidenti signora... perché mi chiede... e va bene, però spegnete tutti i registratori. Non è che non ne voglio parlare, è che non se ne può parlare perché sono proibiti dalla legge. Che poi tutti li prendano è un altro discorso, ma uno che prende queste sostanze può essere legalmente perseguito, questo è il punto... Direi che in questo campo siamo all’avanguardia nel mondo perché i nostri atleti sono super controllati. Tutto quello che devono prendere lo prendono nella giusta misura ben conoscendo che oltre certi limiti non si può andare... Naturalmente per noi nessuno prende niente... sapete quante volte hanno chiesto, i giornalisti, anche in TV: ‘Ma i nostri li prendono?‘ Ufficialmente no... Ma adesso basta, non si può mica dire altro, ci mancherebbe».

«E l'antidoping?» domandò poi la stessa allieva. Carnevali fu didascalico e pragmatico: «Il fatto è che questi prodotti [gli anabolizzanti, N.d.A.] hanno un effetto ritardato per cui l’organismo ha una grande possibilità di smaltirli. Da studi fatti in Italia, originali, molto interessanti, la possibilità di smaltire queste sostanze varia da soggetto a soggetto, ma vi sono alcuni atleti che fino a una settimana prima possono tranquillamente ingerire prodotti anabolizzanti e agli esami antidoping risultano negativi perché li hanno smaltiti completamente. C’è un solo pericolo che si è verificato: se nel fare l'iniezione, un po’ di anabolizzante si deposita in una gocciolina di grasso e rimane li... magari dopo un mese che non si prendono, si compie un esame e improvvisamente si trova questo soggetto positivo. La gocciolina di grasso si è sciolta e la sostanza anabolizzante è stata rimessa in circolo... Ecco perché noi siamo molto severi con i nostri atleti e li sottoponiamo a un controllo radio-immunologico e a uno spettrometrico... Abbiamo avuto anche in Italia qualche caso di atleti che, pensando di fare bene, hanno voluto esagerare nell‘uso di questi prodotti, potrei fare dei nomi, e poi sono scomparsi dalla scena e hanno avuto dei disturbi non tanto leggeri ed ecco perché, vi dicevo, questi controlli da parte nostra... Oltre che indicare le dosi, diciamo ai nostri atleti tutto quello che può servire per disintossicarsi come, ad esempio, bere cinque litri di acqua al giorno,»

Nello stesso articolo l'« Espresso» riprodusse anche un ordinativo di acquisto di Testoviron da parte della FIDAL per un importo paria L. 1,31 1.000. I lettori ricorderanno che il Testoviron era stato più volte menzionato negli appunti del medico della FIDAL Daniele Faraggiana.

A seguito della denuncia dell’« Espresso», il ministro della Sanità Degan scrisse due lettere: una all‘Ordine dei farmacisti e l’altra, qui di seguito riportata, al presidente del CONI pro tempore Franco Carraro: «Da più parti viene sollecitata una mia presa di posizione in relazione alla presunta utilizzazione di sostanze anabolizzanti da parte degli atleti italiani. Anche autorevoli organi di stampa hanno affrontato il problema mediante articoli, nei quali viene avanzata una serie di critiche in relazione ai controlli antidoping Le chiedo la Sua disponibilità ad un incontro, da tenersi possibilmente in tempi brevi, tra ministero della Sanità e organi del CONI, per una opportuna verifica della situazione e per la eventuale adozione di comuni misure finalizzate alla tutela dei nostri atleti.»

Quanto a me, le difficoltà professionali crescevano, nel frattempo, in misura direttamente proporzionale al tono delle polemiche. Ai primi di maggio si tenne a Formia uno stage internazionale a cui parteciparono i tecnici di mezza Europa. Lessi una relazione ufficiale sui fattori che influenzano la prestazione dei quattrocentisti, tra i quali inserivo, provocatoriamente, anche il «fattore aberrante doping», Sui volti di molti dei miei colleghi stranieri lessi un moto di imbarazzo.

Nella stessa circostanza, il commissario tecnico Rossi organizzò, a latere dello stage ufficiale, una mini riunione dei tecnici italiani nella quale lanciò accuse esplicite agli autori di «certe denunce», lasciando intendere che la federazione se ne sarebbe ricordata al momento di definire lo staff tecnico per l‘anno successivo Quella sera stessa — era il 8 maggio del 1986 — scrissi una lettera al segretario generale Barra, con la quale cercai di fare appello alla sua intelligenza per convincerlo non soltanto dell'immoralità, ma anche dell’inopportunità pratica del doping.

Il segretario generale, una decina di giorni dopo, mi convocò nel suo ufficio. Premise che aveva letto la lettera, ma che si riprometteva di riesaminarla con una attenzione meno superficiale. Era presente al colloquio, come testimone, Pasquale Belletti. Barra disse di condividere il senso della mia lettera e si scuso perché aveva nutrito su di me più di un dubbio in relazione ad alcuni episodi accaduti: «Vorrei poter credere che tu sia estraneo a questi fatti, non immagini quanto mi farebbe piacere: sei un tecnico che stimo...»

Capivo di rappresentare una grave minaccia per il suo modo di intendere l’atletica. Provai imbarazzo a dovermi giustificare di chissà quali colpe, per quanto, al di là delle insinuazioni, la mia condotta era effettivamente incompatibile con l’insieme dei comportamenti intrapresi dalla federazione Esattamente come incompatibile era stata ritenuta l’azione moralizzatrice, tentata dall’esterno da Romano Tordelli. ‘

Mi domandavo se effettivamente non sarebbe stato giusto uscire dalla FIDAL e chiedere al CONI il trasferimento presso un‘altra unità operativa. La diffidenza degli altri mi era insopportabile. Anche se non riguardava in alcun modo le mie mansioni, ma per intero le mie idee. Al tecnico non avevano mai mosso appunti, dei tecnico si fidavano, Barra mi aveva promesso che avrebbe cercato di informarsi meglio, che avrebbe chiesto lumi al commissario tecnico. Purché, naturalmente, mantenessi la discussione all‘interno della federazione. Disse che aveva crescenti difficoltà a seguire l’ordinaria amministrazione a causa dei suoi impegni sempre più gravosi a livello di federazione internazionale.

Il 14 maggio 1986, undici giorni dopo la mia lettera a Barra, mi venne nuovamente comunicato che, in base a una Circolare diramata dal CONI due anni prima, durante l'orario di lavoro dovevo tornare a fare l’impiegato.

CONTRO TUTTI, STEFANO MEI CAMPIONE D’EUROPA

Mentre la stagione agonistica si avviava al clou, rappresentato dai Campionati europei di; Stoccarda, era esploso il «caso Mei», Da molte parti era stata sollecitata l’esclusione di Mei dalla partecipazione ai 10.000 metri. Cova ed il suo allenatore Rondelli avevano perorato a lungo la causa di Francesco Panetta, destinato altrimenti al ruolo di riserva per la preventivata iscrizione, accanto a Mei e allo stesso Cova, del siciliano Antibo.

Cova sostenne che si sarebbe sentito più sicuro con un fidato scudiero accanto piuttosto che con un avversario acerrimo come Mei. Su «Il Giornale» Oscar Eleni descrisse me e Leporati come gli alienati dell’atletica che mandavano Mei allo sbaraglio sui 10000 metri, per contrapporlo ad Albertino Cova, con il rischio che l’atleta spezzino, per la fatica, fallisse poi anche i 5000 metri. La richiesta di Cova, per la verità stravagante, era stata bocciata dal commissario tecnico Rossi. La scelta si sarebbe rivelata doppiamente felice: Mei avrebbe trionfato sui 10.000 metri, mentre Panetta, liberato da compiti di gregario, sarebbe puntualmente esploso sui 3000 siepi con una fantastica e indimenticabile fuga che gli avrebbe fruttato la medaglia d’argento.

A Stoccarda, le squadre partecipanti alloggiarono in uno splendido campus universitario. Noi della velocità vi giungemmo dopo uno stage di allenamento svoltosi a Macolin. Nel corso di un concitato consulto a cui avevano partecipato Vittori e Rossi, ero riuscito a difendere la partecipazione ai campionati della staffetta 4x400, nonostante il forfeit di Sabia incappato nell’ennesimo incidente museo» Nel frattempo Mei era arrivato direttamente dall’Italia e si era aggregato al resto della squadra. Il suo allenatore non era stato invece convocato. Sarebbe giunto a Stoccarda a sue spese, privo finanche dell’accredito per entrare nei campi di allenamento e di riscaldamento. Nell’impossibilità di un’assistenza diretta, Leporati mi affidò il compito di seguire Mei negli ultimi allenamenti e durante le gare. E restò a guardare dietro la recinzione. Gli Europei entrarono nel vivo proprio con la gara dei 104000 metri, prevista in Chiusura della prima giornata. Seguii da vicino l‘inizio del riscaldamento di Mei prima di raggiungere Vittori in tribuna. Faceva freddo, pioveva a dirotto. Dopo qualche minuto mi raggiunse il dottor Rossetti, un medico fisiatra della squadra. Mi disse: «Stefano ti vorrebbe, se puoi». Tornai allora nella grande palestra, adiacente allo stadio, dove gli atleti stavano ultimando il riscaldamento.

Stefano mi venne incontro e si sfogò: «Mi sento solo come un cane, guarda, sono tutti là intorno a Cova e ad Antibo. E indicò gli indaffaratissimi allenatori, massaggiatori e dirigenti. Cercai di tranquillizzarlo. Lo invitai a scaldarsi correndo lungo il perimetro della palestra in senso inverso a quello percorso dagli altri. Lo caricai dicendogli: «Tu non hai bisogno di un clan, devi contare solo su te stesso». Quando mancavano venticinque minuti alla gara, Mei indosso un impermeabile e usci con me sotto la pioggia, tenendo in mano la borsa con gli indumenti di gara.

Lo accompagnai fino all’ingresso della camera d’appello, dove gli atleti devono entrare da soli per le ultime formalità. Prima di lasciarmi, mi urlò in faccia la sua fiducia: «Oggi quello lì lo distrugge».

Tornai in tribuna per seguire la gara con Vittori e con un gruppo di turisti italiani. Stefano fu fantastico: nel tratto finale si produsse in un‘accelerazione irresistibile e staccò tutti. Era campione d’Europa! Qualche minuto dopo, eravamo li e non ci stancavamo di abbracciarci, io, lui e Leporatil Era la fine di un incubo tecnico ed umano. Il nostro sogno si era avverato: avevamo dimostrato, Mei come atleta, Leporati ed io come allenatori, che si poteva ancora vincere una grande competizione senza trucchi, senza emodoping e senza anabolizzanti.

Il dopo gara fu caratterizzato da molte polemiche- La vittoria di Mei sembrò gelare, anziché entusiasmare, i dirigenti federali. Sulla tribuna stampa scoppiò un violento diverbio fra i sostenitori di Mei ed i sostenitori di Cova. La vittoria di Mei rappresentò una boccata di ossigeno per un pugno di allenatori che si sentivano ormai alle corde. Pochi giorni dopo Mei sfiorò il bis, conquistando, nonostante la stanchezza e l’appagamento, la medaglia d‘argento sui 5000 nel giorno in cui Panetta rivelò il suo straordinario talento sulle siepi.

Dopo la vittoria di Mei, Leporati ed io eravamo rimasti in un corridoio ad aspettare che tornasse dall’antidoping. Dopo un quarto d’ora usci dai locali dove era stato effettuato il controllo con un sorriso ironico sul volto: «Gli altri due l’antidoping non lo hanno fatto: è stato fatto fare soltanto a me» (gli altri due erano Alberto Cova e Salvatore Antibo, rispettivamente secondo e terzo classificato della gara, N.d.A.). Contrariamente a quanto era stato stabilito e comunicato ufficialmente, non in tutti i casi i primi tre classificati erano stati controllati.

I campionati si conclusero con grande soddisfazione anche per il nostro settore della velocità, grazie all’insperato quarto posto e al nuovo record italiano della staffetta 4 x 400, nonostante fosse priva del contributo di Sabia. Ci sembrò che i rapporti di forza fossero in qualche misura cambiati. Pensai di avere acquisito buone chance per scongiurare l’epurazione di fine d‘anno.

IO, RESPONSABILE NAZIONALE DELLA VELOCITÀ...

L’andamento degli Europei aveva dunque, rafforzato la mia posizione, mentre quella di Vittori si era indebolita. Non voglio entrare nei particolari di una vicenda che ha investito soprattutto rapporti personali e che sarebbe, quindi, arbitrario pretendere di decifrare unilateralmente, senza la possibilità di un contraddittorio.

L’unità di intenti di Vittori con alcuni velocisti era venuta meno per contrasti radicali sulle metodologie di allenamento. La FIDAL decise che era giunto il momento di una svolta. Se esistevano ragioni obiettive che premevano in tal senso, è però certo che a muovere la FIDAL fu anche il desiderio di liberarsi di un personaggio scomodo come Vittori. Paradossalmente, quando si trattò di individuare il successore, pensarono a me. Ritengo che a dettare una scelta apparentemente illogica furono soprattutto i buoni rapporti esistenti fra me e gli atleti. Furono loro, e in particolare quelli di maggior livello tecnico come Pavoni, Tilli, Simionato e Sabia, a manifestare espressamente il loro gradimento nei miei confronti. All’esterno il cambio della guardia fu interpretato come un avvicendamento naturale fra un tecnico di lunga militanza, ormai proiettato verso altre forme di attività, in particolare di ricerca o di didattica, ed un allenatore più giovane, ma sufficientemente esperto per aver lavorato con le squadre nazionali per dieci anni, A Vittori fu assegnata dalla FIDAL la direzione tecnica della Scuola di atletica leggera di Formia.

Nella realtà il passaggio di incarico non fu indolore. Vittori non scelse, ma subì il nuovo incarico. L’unica alternativa sarebbe stata quella di rinunciare definitivamente al contratto di collaborazione con la FIDAL, a meno di non ingaggiare un braccio di ferro con la federazione avvalendosi del sostegno di tutto il settore della velocità.

Mi riservai di valutare con calma l‘offerta. Mi misi in ferie. il segretario generale Barra ed il direttore tecnico Rossi mi cercarono più volte per sollecitare una risposta. Ero incerto perché Vittori aveva mostrato di non gradire in alcun modo un cambio di mansioni che equivaleva ad un accantonamento dalla attività di allenatore, che più di ogni altra lo appassionava.

I dirigenti della FIDAL, che avevano intuito le ragioni delle mie perplessità, intervennero direttamente su Vittori. Fu Barra a chiedergli di esprimersi. Chiaramente sulla questione della sua successione. Vittori dichiarò in una intervista, rilasciata a Gianni Merlo sulla «Gazzetta dello Sport», che era stato lui stesso a sollecitare il cambiamento delle sue competenze e ad indicare il mio nome, insieme a quello di Ennio Preatoni, come possibili successori. Presi atto del suo assenso formale e accettai.

Affrontai con entusiasmo il nuovo incarico e, analogamente a quanto avevo fatto nell’assumere la responsabilità nazionale del mezzofondo veloce, anche in questa circostanza dichiarai a scanso di equivoci, fin dalle prime interviste, che avrei lavorato nel segno della lotta al doping. Era stato, del resto, Vittori stesso a tracciare questa strada, l’aveva difesa con tutte le sue forze e l’aveva onorata con la ricerca e la definizione di metodologie di allenamento originali ed efficaci, Per me si trattava dunque soltanto di proseguire il cammino. Avviai i contatti con gli atleti e con gli allenatori di interesse nazionale, cercai di allargare lo staff tecnico per lavorare con più continuità sulle fasce giovanili.

Non ebbi altro tempo per realizzare i miei progetti. La stagione indoor era alle porte. Ci attendevano i campionati (l’Europa ed i campionati del Mondo. Dovevo anche occuparmi direttamente dell’allenamento di Sabia, Pavoni ed Ullo. Cercai di elaborare per Pavoni un sistema di allenamento sui generis, sensibilmente diverso da quello da lui praticato fino ad allora. Ne fu entusiasta, anche per i miglioramenti evidenti che poteva constatare, di settimana in settimana.

Nel caso di Sabia, si trattava invece solo del ripristino dei rapporti tecnici. L’avevo seguito a lungo nei primi anni della sua attività, fino al 1981. Da quel momento era stato Vittori ad allenarlo e a condurlo in tre anni a prestazioni di valore mondiale sugli 800 metri. Erano poi subentrati inconvenienti a un tendine d’Achille a causa dei quali Sabia aveva praticamente saltato l‘intera stagione 1985 ed aveva dovuto sottoporsi ad una operazione. Il 1986 avrebbe dovuto rappresentare l‘anno della sua ripresa ed invece si era rivelato un nuovo calvario, con una sequenza ininterrotta di incidenti muscolari. Mentre nell’ambiente si era consolidato lo scetticismo sul suo futuro di atleta, Sabia affidò alle mie cure la sua voglia ostinata di tornare ad essere un campione.

Anche Ullo proveniva da un periodo di stallo nei risultati. I suoi tempi migliori risalivano al 1984. Durante l’86 aveva interrotto la preparazione per due volte a causa di incidenti alla muscolatura posteriore delle cosce. Dovevo prepararlo per le manifestazioni indoor dove era particolarmente competitivo, eccellendo soprattutto sullo scatto brevissimo dei 60 metri.

Fin dalle prime gare indoor si capì che Pavoni era nettamente cresciuto ed in grado di conseguire risultati di rilievo, Anche Ullo andava bene. Tilli aveva iniziato in modo eccellente. Agli Europei indoor di Lievin, per la prima volta nella storia della velocità italiana, due sprinter azzurri entrarono in finale nei 60 metri. Pavoni conquistò la medaglia d’argento con il nuovo record italiano ed Ullo la medaglia di bronzo. Pavoni migliorò più volte durante quell’inverno il record nazionale ed anche Ullo riuscì a realizzare, per una volta, il record italiano.

Poche settimane dopo, ai campionati del Mondo di Indianapolis, conquistarono entrambi la qualificazione per la finale: Pavoni giunse quarto ed Ullo quinto, Furono i primi dell’Europa e dei bianchi. Il vincitore fu Ben Johnson e diciotto mesi dopo si sarebbe capito come anche quel campionato non si fosse svolto ad armi pari.

Ricordo che al termine della gara mi avvicinò a caldo il giornalista e maestro di sport Giacomo Crosa per chiedermi un commento. Risposi come fosse per me insopportabile che il doping riuscisse ad equiparare agli effetti dell'ordine d‘arrivo le prestazioni vere con quelle fasulle. Crosa ribatte che per avanzare denunce occorrevano le prove, altrimenti era meglio tacere.

I giornali italiani commentarono molto positivamente i risultati degli sprinter e parlarono di rilancio del settore velocità. Qualche mese più tardi, tuttavia, dopo l‘ennesima mia presa di posizione sul dilagare del doping, qualche giornalista, che aveva celebrato quei risultati, pensò bene di sottoporli ad una revisione critica.

Nel frattempo il nuovo ministro della Sanità Carlo Donat Cattin usciva in avanscoperta sulla questione del doping e dichiarava: «Voglio che sia stilato un elenco delle sostanze dopanti per avere un quadro preciso”. Per adesso non possiamo intervenire durante l'allenamento, ma a settembre chissà.,. So cosa diranno i dirigenti sportivi: che non sanno nulla. Ma poi ci sarà l’ammissione.» Un esordio ministeriale estremamente incoraggiante. Sarebbero venuti due settembre e due inverni e saremmo rimasti inutilmente in attesa dei suoi interventi.

Qualche vecchio esperto di allenamento pensò bene a quel punto di elaborare nuove teorie che tenessero nel giusto conto anche la variabile rappresentata dagli steroidi anabolizzanti era l’anello mancante della catena. Il mostro, la scimmia, erano diventati parte integrante della specializzazione in metodologie di training. Il doping non era uno spartiacque neutro: la sua utilizzazione trasformava le risposte al carico di lavoro, le sensazioni, l’umore, la struttura fisica.

MENNEA RITORNA ANCORA

Per la seconda volta, Pietro Mennea era tornato alle gare dopo altrettanti ritiri. A trentacinque anni voleva nuovamente tentare una sensazionale rentrée ai grandi livelli internazionali. Si aspettava già qualche risultato importante dal 1987, ma soprattutto guardava a Seul e alla disputa della sua quinta Olimpiade. Durante l’inverno si era allenato con la sua consueta determinazione.

Al termine della stagione delle indoor, a cui peraltro non aveva partecipato, il 5 marzo 1987 Mennea affermò in un’intervista rilasciata a Gianni Mina per «La Repubblica», di essersi recato nel 1984, subito dopo la conclusione dei Giochi olimpici, nello studio del professor Kerr, lo specialista della somatotropina. Kerr gli aveva prescritto una «terapia», ma quando era tornato in Italia per disputare le ultime gare della stagione, si era immediatamente reso conto dell'assurda tentazione in cui stava cadendo. E, dopo un paio di iniezioni, senza rimpianti, ma anzi esprimendo pubblicamente il proprio disgusto, aveva lasciato perdere. Rimasi deluso soprattutto perché avrei desiderato che me ne avesse parlato di persona, specie considerando che qualche anno prima ero stato proprio io a mettere Vittori in condizione di ribattere alle insinuazioni sull‘uso da parte sua degli steroidi anabolizzanti.

La preparazione di Mennea prosegui durante la primavera senza arrivare a livelli particolarmente promettenti. Tradiva, al contrario, almeno come atleta di eccellenza, gli acciacchi propri dell'età. Quando si avvicinò l’estate, mi resi però conto, anche se seguivo solo da lontano i suoi allenamenti, che egli intendeva tornare in tempi brevissimi a gareggiare. Ai primi di agosto, improvvisamente, i giornali cominciarono a dare grande spazio al suo rientro agonistico e a descrivere con toni entusiastici presunte sedute portentose di allenamento.

Gianni Merlo della «Gazzetta dello Sport» mi chiese quali fossero le mie intenzioni, in vista dei Mondiali in programma a Roma alla fine del mese, dal momento che i dirigenti della FIDAL non facevano mistero di caldeggiare vivamente l’impiego di Mennea. Risposi che cadevo dalle nuvole e che non vedevo come Mennea potesse, di lì a venti giorni, reinserirsi nella squadra, specie nella staffetta veloce , che era reduce da un lungo collaudo con Ullo, Evangelisti, Tilli e Pavoni, con Catalano pronto a subentrare ad Evangelisti nel caso avesse incontrato difficoltà a sdoppiarsi dal suo ruolo principale di saltatore in lungo, anche peri fastidi alla schiena che gli avevano impedito di allenarsi adeguatamente.

Dissi a Merlo che in nessun caso avrei inserito Mennea nella staffetta e, ove qualche dirigente federale avesse tentato di impormelo, mi sarei immediatamente dimesso. Nacque così una farsa di mezza estate all’italiana. La FIDAL aveva confidato di poter giocare, senza ostacoli, una mossa vincente per la sua immagine. Era un argomento che ovviamente non mi riguardava in alcun modo, anche se debbo a posteriori confessare che il mio rifiuto all’inserimento di Mennea nella staffetta nasceva da un ragionamento non soltanto tecnico, ma anche di opportunità. Mennea, dopo tante denunce pubbliche avanzate in tema di doping, agli occhi di molti aveva perduto, con quelle assurde iniezioni praticate su suggerimento di Kerr, gran parte della sua credibilità.

Tanti, al contrario, interpretarono la mia decisione come una dimostrazione di lungimiranza tecnica, considerando i risultati tutt‘altro che esaltanti che Mennea conseguì subito dopo. In realtà non ero affatto sicuro che Mennea non fosse capace di meritarsi l’inserimento nella staffetta. Giocai questo bluff, ma le carte che avevo in mano erano differenti: pensai che, qualora avessi schierato Mennea nella staffetta, quelle iniezioni di somatotropina avrebbero potuto diventare un boomerang contro la nostra battaglia. A distanza di quasi due anni penso di essere stato, in quella circostanza, troppo duro con Merinea per dimostrare che io e il mio gruppo non eravamo disposti a cedere di un millimetro nella battaglia contro il doping.

Il 7 agosto Mennea chiese di parlarmi. Mi trovavo allo stadio dei Marmi con i velocisti quando venne a chiamarmi un suo collaboratore. Lui in Vespa faceva da staffetta; io lo seguivo con la mia vecchia Giulia. Dopo un giro tortuoso per strade sempre diverse, allo scopo dichiarato di seminare i giornalisti che erano ai Marmi, approdammo, a pochi metri di distanza, in un luogo tutt’altro che appartato: lo stadio dell’Acqua Acetosa.

Mennea mi domandò i motivi del mio ostracismo nei suoi confronti. Gli spiegai che non intendevo esporre me stesso e l’intero settore al rischio di venir attaccati per la faccenda della somatotropina. Mennea si infuriò e, prima di lasciarci, ci scambiammo vicendevolmente alcune frasi secche e concitate.

Torno alle gare tre giorni dopo, a Grosseto, in un meeting internazionale. Venne accompagnato da un nutrito staff personale. Per riprendere la sua gara, la televisione si Collegò in diretta durante il telegiornale, la stampa presenziò come negli avvenimenti più importanti, il pubblico gremì le tribune e attese il grande risultato.

Mennea corse con molta tensione, senza mai trovare la necessaria scioltezza. All‘arrivo il tabellone luminoso non indicò nessun tempo. C’era stato un guasto. Si attese qualche minuto prima di conoscere il risultato ergonometrico del fotofinish: 21"88. Una prestazione assoluta mente deludente. Quelli che erano venuti per celebrarlo, si riconvertirono in fretta e lo criticarono impietosamente. l giornalisti, che gli erano nemici, gioirono platealmente. Anche quelli che mi erano stati sino ad allora ostili, come Giorgio Reineri, non riuscirono a controllarsi e vennero da me, quasi volessero complimentarsi. Il mio ostracismo nei confronti di Mennea aveva fatto il miracolo restituendomi la loro cordialità. Provai una dolorosa sensazione di squallore.

Un‘ora dopo il rientro agonistico di Mennea, senza più l’onore della diretta nel telegiornale, scese in pista Pavoni sui 100 metri. Due giorni prima, a Rovereto, era finalmente tornato, dopo cinque anni, a prestazioni di valore, correndo la distanza nel tempo di 10"26. Avevo fiducia che quella sera potesse ancora progredire. Gli erano stati opposti alcuni sprinter statunitensi di buon nome, ma Pavoni domino la gara, concludendola, nonostante un lieve vento contrario, in 10"23, Quindici metri prima del traguardo, smise di spingere e si abbandonò all’esultanza, sprecando l’opportunità di scendere per la prima volta e nettamente sotto i 10"20.

Un'ora più tardi Pavoni si schierò nuovamente sui blocchi di partenza dei 200 metri insieme con un fuoriclasse come l'allora campione mondiale Calvin Smith. La partenza di Pavoni fu particolarmente felice e, all‘uscita della curva, conservò un lieve vantaggio sull'asso statunitense, che difese strenuamente. Il responso cronometrico fu entusiasmante: 20"58.

Per me si trattò di una grande serata dal punto di vista professionale: ero riuscito a dimostrare, prima di tutto a me stesso, che si poteva giungere, partendo da un adeguato talento, all’eccellenza mondiale nella velocità senza fare ricorso né al doping né ad altri farmaci assimilabili al doping. Il giorno dopo alcuni giornali tentarono il confronto tecnicamente improponibile ed impietoso fra il giovane ed il vecchio campione, giocando anche su una circostanza casuale di sicuro effetto giornalistico: Pavoni aveva infatti impiegato sui 200 metri un secondo tondo meno di Mennea.

È chiaro che la defaillance di Mennea fini in qualche modo per riaccreditare le ragioni della sua esclusione Anche i dirigenti federali, che si erano affrettati, a scanso di equivoci, a stampare il suo nome sulla tuta ufficiale dei mondiali, finirono per fare buon viso a cattivo gioco, Faticarono, però, a farsene una ragione. Un giorno, mentre allenavo gli atleti nello stadio della Farnesina, un impiegato della FIDAL venne a comunicarmi che Barra voleva vedermi. Protestai perché non mi sembrava che fosse il caso di interrompere una seduta importante a pochi giorni dall’inizio delle gare. Abbandonai comunque gli atleti per recarmi all'incontro con Barra. Quando mi affacciai alla porta del suo ufficio, Barra mi invitò freddamente ad attendere. Gli ricordai che ero stato distolto dalla mia attività di allenatore, in un momento di grande concentrazione. «Ti chiamo quando occorre, caro Donati» replicò indispettito, seguitando ad assolvere alle sue incombenze organizzative e lasciandomi ancora ad attendere fuori della porta.

Dopo circa mezz’ora, uscirono da una sala attigua, dove si stava svolgendo il Consiglio di presidenza, il commissario tecnico Rossi e il consigliere federale Domenico Ferrito . Rossi mi fece cenno di seguirli. Domandai a Barra cosa significasse quella pantomima, ma non si degno neppure di rispondermi.

Fra me e Rossi, nei giorni precedenti, c’era stato uno scontro senza esclusione di colpi sui giornali. Al mio rifiuto di inserire Mennea nella staffetta, Rossi aveva replicato che Mennea sarebbe stato senz‘altro schierato qualora i risultati lo avessero giustificato e che non sarebbe stata tollerata alcuna pregiudiziale opposizione.

Entrai con Rossi e Ferrito in una saletta, Ferrito accennò senza scomporsi alla situazione incresciosa che si era determinata a seguito della mia presa di posizione su Mennea. Replicai che l’aveva creata chi, come Rossi, aveva prospettato come una scelta ineluttabile l’inserimento in squadra di Mennea.

Ferrito mi rimprovero di aver voluto, minacciando le dimissioni nel caso di un’imposizione, mettere la dirigenza federale con le spalle al muro: «Noi vogliamo rispettare la sua personalità, ma non possiamo tollerare che sia lei a imporci la sua volontà. Oltre quelli tecnici, ci sono altri fattori di cui la federazione deve tenere conto. Ad esempio, quello dell’immagine, che non le compete».

«Vede, professor Ferrito» gli risposi «avete fatto un grave errore ad affidarmi importanti responsabilità tecniche, Non sapevate quali erano le mie idee? Comunque, siete voi che comandate, siete liberi di comportarvi come meglio credete. lo, naturalmente, resto però libero di dimettermi».

Rossi si dovette preoccupare non poco della piega, evidentemente non prevista, che prendeva il colloquio, tanto che intervenne, in tono conciliante, assicurandomi che nelle interviste dei giorni successivi avrebbe provveduto a sottolineare la piena intesa fra noi due. Mi chiese Cli fare altrettanto e il problema si sarebbe dovuto considerare risolto. Ci salutammo formalmente, in un clima di apparente normalità.

Tornai, esausto, alla Farnesina, dove gli atleti e gli allenatori erano ancora ad attendermi e tutti insieme ci ritirammo nell’albergo di Frascati dove eravamo alloggiati; La questione Mennea si risolse da sé. Pietro fece ancora un tentativo agonistico, poi desistette affermando di non voler ulteriormente turbare l’ambiente della staffetta azzurra. Pochi giornali criticarono il mio atteggiamento. Gianni Brera mi definì un allenatore superbo che chiudeva la porta in faccia al vecchio campione, senza rendersi conto che questi sarebbe comunque tornato a ruggire. Anche Gianni Minà mi accusò di aver escluso Mennea per un’insignificante ed effimera concessione al doping.

L’INTERVISTA

Mi telefonò in albergo un’impiegata della FIDAL per dirmi che un giornalista dell‘«Espresso», Carlo Gallucci, aveva chiesto di intervistarmi in relazione a un’inchiesta che il settimanale avrebbe pubblicato sui rapporti fra la scienza e lo sport. Subito dopo mi chiamò personalmente Gallucci per fissare un appuntamento.

Pensai che non potevo perdere un’occasione simile e dovevo trovare una chiave logica per indirizzare il discorso sul doping. Rispettando il titolo e lo scopo dell’inchiesta programmata, avrei dovuto distinguere fra due diverse modalità di relazione fra la scienza e lo sport. La prima, quella che riguarda l’approccio scientifico allo studio del gesto tecnico, delle metodologie di allenamento, della valutazione attitudinale dell ’atleta, genera un processo di qualificazione sia per il medico ricercatore che per l’allenatore e l’atleta. La seconda, quella che si attua in pochi istanti, il tempo di prendere una pasticca, di fare un’iniezione o di subire una manipolazione fisiologica, non comporta né un progresso reale né, tantomeno, l’integrazione qualificante dei diversi contributi professionali.

Medico, allenatore ed atleta restano, dopo la pratica del doping, quello che erano prima, anche se possono apparire più bravi. Quando il pomeriggio dopo Gallucci arrivò, entrai subito in argomento ripercorrendo la traccia che avevo mentalmente prefigurato. Gallucci accumulo in fretta molti appunti e mi chiese quanto pensassi che il fenomeno del doping fosse diffuso nello sport. Risposi che la diffusione era ormai endemica non solo nell‘atletica leggera, ma anche in molti altri sport, sia in Italia che all’estero mi soffermai sulla pratica dell’emotrasfusione che aveva attraversato orizzontalmente molti sport. Chiamai in causa non solo i mezzofondisti dell’atletica ma anche i fondisti dello sci, i pentathleti, i nuotatori ed i ciclisti.

Gallucci mi chiese insistentemente di fargli i nomi degli atleti della FIDAL coinvolti nel doping. Mi limitai a ricordargli quanto l’«Espresso» aveva scritto un anno e mezzo prima. Nella prima stesura dell’articolo, che mi fece leggere preventivamente, Gallucci mi attribuì direttamente la denuncia dei casi di doping. Recepì, però, le mie obiezioni e l’articolo andò in stampa rispettando pienamente il mio pensiero.

Due giorni dopo l’«Espresso» effettuò un lancio attraverso le agenzie, anticipando alcuni stralci della mia intervista. La sottolineatura redazionale degli argomenti di maggiore effetto aveva privilegiato l'elencazione dei nomi degli atleti. I giornali raccolsero il lancio e concentrarono, a loro volta, la loro attenzione sul nome di Alessandro Andrei, che qualche settimana prima, nell‘arco di pochi minuti, aveva battuto per tre volte il record del mondo ed era il campione olimpico in carica. L’inserimento del suo nome Tra quelli degli accusati suscitò un enorme scalpore.

La stessa sera in cui le agenzie fecero arrivare nelle redazioni dei giornali le anticipazioni, Rossi mi telefono. Era infuriato e mi accusò di aver scatenato una polemica devastante, proprio alla vigilia dei Campionati mondiali. Non conoscevo ancora il contenuto degli stralci d’agenzia e mi domandai perché trovasse tanto strana una denuncia contro il doping che era allargata a tutti gli sport e a tutti i paesi. Rossi non ascoltò neppure le mie spiegazioni e rilasciò a caldo una serie di dichiarazioni con le quali mi attaccava pesantemente sul piano professionale lo querelai per diffamazione.

Nel primo pomeriggio del 21 agosto mi raggiunse a Frascati una persona, latore della convocazione ad un incontro con il presidente Nebiolo e altri dirigenti della federazione, che aveva lo scopo di valutare l’opportunità di stilare un comunicato congiunto, che potesse porre un argine al dilagare delle polemiche in un momento così delicato. Esitai a lungo e chiesi al messaggero su quali basi poggiasse l’aspettativa di un‘intesa, considerata la piega che aveva assunto la questione. «Si sbaglia» replicò il mio interlocutore «il presidente ha tutta l'intenzione di prendere di petto il problema del doping Le chiede solo di accettare una soluzione onorevole che consenta a lei di non fare marcia indietro e a tutti di calmare le acque che si sono fatte troppo agitate, proprio nell’immediata vigilia dei campionati del Mondo.»

Mi convinsi che valeva la pena tentare. Salii in macchina con questa persona, la quale mi chiese di mantenere segreta la sua identità, e ci recammo nella sua abitazione privata, che era il luogo prescelto per la riunione. Giunse all‘appuntamento solamente Rossi. Dissi all’intermediario, mentre Rossi stava ancora salendo in ascensore, che il commissario tecnico non poteva essere considerato come il rappresentante di tutta la dirigenza federale e che si stava per ripetere una mossa abusata, quale doveva considerarsi quella di confinarci il doping all’interno di un battibecco fra tecnici. Per di più, Rossi era il meno adatto a ricercare una mediazione accettabile, in considerazione dei contrasti insanabili che erano intercorsi fra noi sulla questione. La mia protesta fu troncata dal sopraggiungere di Rossi.

Il padrone di casa introdusse l’argomento cercando, per quanto era possibile, di colmare la distanza fra le parti. Rossi si sforzava di nascondere la propria ostilità nei miei confronti; io, invece, non feci nulla per non farla trapelare. Non mi dilungo sulle tante argomentazioni che furono gettate sul quadrato. Non ne vale la pena. Rossi disse che il presidente in persona lo aveva incaricato di incontrarmi per concordare un comunicato comune. Fu il padrone di casa a stilarlo di suo pugno: «Preciso che ho voluto dare la mia adesione incondizionata al principio etico che condanna il doping nello sport. I nomi apparsi si riferiscono a fatti resi noti dalla stampa circa due anni fa. La mia intervista deve essere considerata una presa di posizione, di principio, che si rifà ad ogni pratica illecita nello sport mondiale e non rappresenta una esplicita accusa solo a quello italiano. Mi dissocio da qualsiasi strumentalizzazione di altro genere che si volesse fare delle mie dichiarazioni». La seconda parte del comunicato, che riassumeva la posizione della FIDAL, recitava: «La federazione italiana di atletica leggera si associa a quanto dichiarato dal proprio tecnico Alessandro Donati e, condividendone le denunce, si impegna ad esaminare approfonditamente il problema della lotta al doping in vista della ricerca delle soluzioni». Rossi si infilò in tasca il comunicato assicurandoci che l’avrebbe immediatamente consegnato all’ufficio stampa. Giuro che non sarebbe stata toccata neppure una virgola, perché la federazione gli aveva dato pieno mandato di concordare il testo con me. Quando Rossi uscì, anche il padrone di casa mi assicurò che si sarebbe messo immedia tamcnte in contatto con il presidente Nebiolo per farsi garantire l'integrale pubblicazione del comunicato. Tomaia Frascati e raggiunsi gli atleti nello stadio 8 Settembre per l'allenamento serale. Ero stanco, ma sostanzialmente fiducioso che dalla polemica, scatenata dalla mia intervista‘ potesse a sorpresa scaturire una piccola svolta positiva.

Nonostante quello che gli altri potevano pensare, non chiedevo nulla di più che contribuire a determinare un cambiamento di indirizzo da parte dei dirigenti della mia federazione. La mattina del 25 agosto sfogliai i giornali per leggere ii comunicato. Mi accorsi che era stata diramata soltanto la parte che riguardava le mie dichiarazioni. La parte riguardante gli impegni della FIDAL era rimasta sul foglietto che Rossi si era messo in tasca...

Mi resi conto che ero ingenuamente caduto in un tranello. La pubblicazione delle mie dichiarazioni, separate dalla presa di posizione della FIDAL, falsava completamente il significato del comunicato. Era diventato null’altro che un tentativo unilaterale di gettare acqua sul fuoco delle polemiche suscitate dall’articolo dell’« Espresso». Era, in buona misura, la marcia indietro che la FIDAL aveva assicurato di non volermi chiedere. Mi attaccai allora al telefono e chiamai alle sette del mattino il segretario generale Barra che dormiva placidamente nella sua suite dell'hotel Hilton, dove la dirigenza federale, dal presidente a molti dei consiglieri, si era umilmente accampata.

Barra si sforzo di non tradire alcun imbarazzo nonostante fosse stato svegliato di soprassalto. Disse con tono fintamente confidenziale: «Dimmi pure: che problema hai? Dimmi.» «Non sai nulla» risposi seccamente «del comunicato?» «Ma il comunicato è uscito, l’ho dato personalmente.» «Luciano, non stai parlando con un imbecille.» «Ma ti dico che l’ho dato io ieri all’ANSA; abbiamo persino interrotto la riunione del consiglio della IAAF. Ma hai letto tutti i giornali?» «Si, e il comunicato è uscito solo per la parte che riguarda me e neppure in forma completa, mentre la seconda parte non è uscita affatto. In compenso è uscito un articolo del signor Enzo Rossi su ‘Repubblica’ ed una sua intervista ieri sull‘Unita’ per cui lo querelerò.» «Fai quello che ritieni più opportuno, ma ti ribadisco che ho addirittura chiamato per maggiore sicurezza l’ufficio stampa e ho appreso che il comunicato era stato trasmesso fra le 21 e le 21.30.» «Coma quello che c’è scritto sui giornali.» «Tu non puoi dubitare! Ad esempio, il ‘Giornale' lo ha pubblicato» «Ma che dici, quale giornale?» «Il ‘Giornale' di Montanelli,» «No, neppure il ‘Giornale’.» «Non puoi pretendere che mi preoccupi anche di quello che decidono di pubblicare i giornali.» «Senti Luciano, hai da dirmi solo questo? Perché per le mie idee io vado fino in fondo, te lo dico in maniera molto chiara.» «Tu puoi andare con le tue idee deve vuoi, ma debbo dirti che metto in discussione il buon gusto di comportarsi così proprio in questo momento, Sandro,» «Non perdiamo tempo. Ti chiedo ancora se hai altro da dirmi.» «Adesso mi dai addirittura l’aut-aut? Ti ho detto che ieri abbiamo inviato il comunicato all’ANSA. Se poi i giornali non lo pubblicano...» «Normalmente i comunicati della FIDAL escono per intero sui giornali, senza alcuna censura.» «Vuoi insinuare che noi abbiamo telefonato bloccando la seconda parte? O che non l’abbiamo proprio comunicata?» «Non voglio seguitare a discutere, ti chiedo solo se hai qualche altra cosa da dirmi.» «Ma il ‘Giornale’ ha pubblicato tutto!» «No!» «Ma melo ha detto Frasca [il capo dell’ufficio stampa] in questo mmento!» «No, non ha pubblicato niente, Io sono stato di parola e ho dimostrato il mio senso di responsabilità accettando l’invito a stilare un comunicato comune per superare le polemiche alla vigilia dei campionati del Mondo». «Mi fa piacere che tu dica questo.» «Guarda che io non ritratto nulla di quello che ho detto e sai benissimo che quello che ho letto è solo l’uno per cento di quello che c’è da dire!» «Va bene, va bene.»

«A questo punto, c’è una sola possibilità. Chiedo di vedermi con te e con il presidente per concordare insieme un nuovo comunicato, diverso da quello censurato. Questa volta deve essere più esplicito e diramato ai giornali alla mia presenza.» «Va bene, io sono disponibilissimo; ora devo andare allo stadio Olimpico, purtroppo si è messo anche a piovere, ma se tu vieni qui alle due trovi anche il presidente». «No, alle due del pomeriggio non va bene, non voglio rimanere vittima di una nuova manovra» «Vieni subito, che vuoi che ti dica.» «Vengo subito, ma voglio trovare il presidente.» «Va bene, così ti dimostrerò che il comunicato è stato trasmesso regolarmente». «Lascia perdere il comunicato. Pensa piuttosto all'articolo di Rossi su ‘Repubblica’. Qualcuno l’avrà scritto, perché lui non è solito esprimersi con tanta proprietà di linguaggio». «Smettila con queste affermazioni contro tutti Rossi ieri l‘ha chiamato Emanuela Audisio che gli ha chiesto di fare un pezzo per loro. «E lui ne ha approfittato per dire che io sono solo una delle mille voci dell’atletica e rappresento un punto (li vista del tutto trascurabile, Rossi cerca, come al solito, di imbrogliare le carte.» «Tu sai come io non sia d'accordo con certi sistemi e come, al contrario, io stia dalla tua parte. Però, temo che tu sia in questo momento mal consigliato.» «Guarda che non mi consiglia nessuno» «E allora sbagli, fatti consigliare. Le tue iniziative sono giuste, ma ti si ritorcono contro per il modo in cui le porti avanti. Comunque, sbrigati, vieni qui. Il presidente è in riunione con il consiglio, la interromperà. C’è Mastropasqua, c’è Tosi, ci sono io, più di così non puoi pretendere». Un’ora dopo ero all’Hilton, accompagnato dal mio amico Leporati, Barra ci accolse premurosamente pregandoci di aspettare solo per poco, perché il presidente stava ultimando una riunione. E, alludendo a Leporati, mi rimproverò con benevolenza: «Vedo che hai portato i rinforzi.» Risposi che era stata una mossa obbligata, considerando i precedenti immediati.

Mi invitarono a salire nella suite del vicepresidente Mastropasqua: oltre a lui, inizialmente, erano presenti l'intermediario del malaugurato incontro con Rossi e Leporati, ma dopo pochi minuti arrivarono Barra e l'altro vicepresidente Giuliano Tosi. Nebiolo non arrivò mai, nonostante Fosse continuamente annunciato.

L’intermediario ruppe il ghiaccio: «La parte del comunicato che è uscita non può venir interpretata come la smentita delle precedenti dichiarazioni di Donati. Sono testimone diretto dell'omissione operata. Nel comunicato si è perduta ogni traccia di quanto avrebbe dovuto dire la FIDAL. Se Donati si arrabbia... eppure i patti erano precisi.» Lo interruppi: «Questi ragionamenti non mi bastano. Adesso si deve uscire di qui con un nuovo comunicato. La federazione è libera di tirarsi fuori, ma poi non potrà lamentarsi se le cose non procederanno nel verso desiderato.»

Entrò nella discussione Mastropasqua e domandò quali fossero i contenuti della parte mancante del comunicato. L'intermediario distinse con precisione: «Le parti erano tre. Prima la nostra, poi quella in cui la federazione si associava alle dichiarazioni rilasciate dal proprio tecnico a proposito dell’allarme sul doping e infine l’ultima parte in cui si preannunciavano misure specifiche da adottarsi subito dopo la conclusione dei Campionati mondiali. Ieri sera mi ha chiamato Rossi per confermarmi che era stata trasmessa esattamente la versione concordata E poi, invece, è andata come è andata ho firmato e controfirmato la parte sottoscritta in proprio da Donati, non ho voluto firmare la vostra solo per una questione di delicatezza, F. ora sono costretto a pentirmi perché vedo che il testo è stato censurato.»

«Lei» lo interruppi «si è comportato con grande delicatezza, ma questa è gente che ha un totale disprezzo della delicatezza. Per loro conta solo il risultato finale». L’intermediario iniziò allora una dissertazione sull‘imbecillità di alcuni capi redattori che vogliono solo attizzare il fuoco delle polemiche anziché salvaguardare una manifestazione affascinante come i Campionati mondiali. Riportai la discussione su temi più concreti: «A tutti i dirigenti della federazione, compreso il qui presente Mastropasqua, ho denunciato l’aggravarsi della diffusione del doping in tempi non sospetti, ma non sono mai stato ascoltato. Ogni volta si ammetteva l‘esistenza del problema, ma si rinviava a data da destinarsi la decisione di affrontarlo adeguatamente, Se sono arrivato a denunciarlo esternamente, è perché vi sono stato costretto. Ho parlato al vicepresidente Mastropasqua a Mosca. O non è vero?» Mastropasqua annui, << Le dissi tutto quello che sapevo sulla gravita del problema e mi pare che Lei fosse d’accordo.»

Il vicepresidente replicò: «Ma Donati, avrei dedicato tempo, denaro e venti anni della mia vita allo sport se non fossi stato sicuro di agire nell’interesse della gioventù? Uno può comportarsi diversamente per tre, quattro anni, il tempo di appagarsi con qualche risultato e poi ritirarsi, Se io avessi delle idee diverse dalle tue, mi sarei sentito appagato anch’io da molti anni. Ora... Donati... con estrema sincerità ti dico che la tua è una battaglia giusta e santa, ma in questo momento dobbiamo sentirci tutti responsabili di fronte all‘opinione pubblica, anche perché sai bene che se queste cose avvengono in Italia, avvengono anche all'estero». Non per niente, replicai «io ho parlato di una dimensione internazionale. Ma, tornando all’Italia, vorrei sapere chi è allora il responsabile della situazione presente. E se sono più di uno. Devo indicarli io?» Mastropasqua rispose: «Non dico che non ci siano dei responsabili, o che queste cose non avvengano, io ti do pienamente ragione. Ma io non c’entro. Pensa: un quattrocentista ad ostacoli è stato alla Pro Patria [la società milanese di atletica leggera di cui Mastropasqua è tuttora presidente, [N.d.A.] per un anno. Appena arrivato, andò dal massaggiatore per chiedergli alcuni prodotti. Il massaggiatore gli rispose che certe cose alla Pro Patria non si facevano. Alla fine dell’anno se ne dovette andare.»

Replicai con l‘apologo della mano destra che non sa sempre quello che fa la sinistra. «Lei è sicuro che nessun atleta della sua società fa uso di doping?» E Mastropasqua: «Sono sicuro che tutti gli atleti che a Milano sono sotto il diretto controllo della società, ne sono fuori. Se poi un mio atleta che vive a Terni o un altro a Firenze prendono qualcosa... io non lo so... che cosa vuoi che ti dica... io sono il presidente della società, non posso sapere tutto.»

Guardai l‘orologio: era passata più di mezz‘ora e Nebiolo non si intravedeva, Chiesi: «Ma il presidente viene?» Rispose l'intermediario: «Sì, sì, il presidente viene.» Mastropasqua riprese il suo discorso: «Ci sono questi campionati del Mondo e c’è chi è amico di alcuni della federazione, chi è amico di altri.” ma tutti sono amici dell’atletica, hanno tutti interesse al migliore svolgimento possibile dei campionati. Sia che si tratti di amici di Nebiolo, sia di suoi nemici.»

Lo interruppi nuovamente: «Essere nemici di Nebiolo non equivale a essere nemici dell’atletica. Con quale spirito, se non per amore dell’atletica, io avrei ieri accettato l’invito a concordare un comunicato che risolvesse temporaneamente il problema? Salvo poi trovarmi di fronte a questa vergogna!»

Mastropasqua replicò: «E la stampa, la stampa che... Guarda che l’ho vissuta anch’io questa vicenda...» Intervenne con tono risentito e alterato la persona di cui mi sono impegnato a tacere il nome: «Basta, non facciamo cosi. Mi sento coinvolto in prima persona, Se le cose sono andate in un certo modo, debbo saperlo!»

Mastropasqua tentò di spiegare: «Ieri alle quattro del pomeriggio ero qui con Nebiolo quando è arrivato Rossi con il comunicato. L'abbiamo dato all’ANSA alle 19.40.» Non stetti a pignoleggiare sul diverso orario che mi aveva indicato Barra, decisi di tagliare corto: «Va bene, chiudiamo il discorso sul passato. Ho già preparato una bozza di comunicato e una postilla che spiega come si sia reso necessario ripeterlo perché i giornali non hanno pubblicato integralmente quello diramato ieri. Siamo d’accordo?» Si sentirono spiazzati e non mostrarono alcun entusiasmo per la mia proposta. Chiesi a Barra notizie sul presidente. Rispose con tono stizzito: «Verrà quando gli sarà possibile. Stiamo cercando di fare una riunione del consiglio della IAAF.» Poi in tono improvvisamente conciliante, quasi confidenziale: «Pensa che questa mattina allo stadio è saltata la luce...»

Barra insistette ad accreditare la versione della dettatura integrale del comunicato. Pensai di trarlo d’impaccio dicendo: «Si può vedere questo benedetto testo che avete dato all'ANSAP Sarebbe forse sufficiente trasmetterla per la seconda volta stasera.» «Ma tu devi prima essere convinto della correttezza del nostro comportamento Ho chiamato l'ANSAP e mi sono fatto confermare l‘ora di ricevimento del comunicato: le 19.16. Alle 19.30 del resto, eravamo tutti al ricevimento del Comune.»

Era il terzo orario diverso che mi veniva indicato nell’arco di poche ore. Barra aveva dimenticato quello delle 21.30 comunicatomi al mattino per telefono e si era spinto, questa volta, a specificare anche il minuto. Aveva clamorosamente smentito se stesso e Mastropasqua. A quel punto la discussione imbocco un binario morto. Invitai Leporati, che fino a quel momento era rimasto ad ascoltare in silenzio, ad alzarsi. Abbandonammo bruscamente la riunione ed io tornai nel ritiro di Frascati. Dopo pranzo, tornò a cercarmi il solito intermediario e mi rassicurò sulle intenzioni della federazione di emanare un nuovo comunicato. Disse che il presidente Nebiolo si era infuriato con i suoi collaboratori e ci attendeva immediatamente all’Hilton per risolvere definitivamente la questione.

Ero stufo di quell‘interminabile tira e molla, ma decisi di tornare ugualmente negli ormai familiari saloni dell'Hilton per incontrare Nebiolo. Erano invece ad attenderci Barra, Tosi e Capitani, di Nebiolo nessuna traccia, Stendemmo il nuovo comunicato. Barra era riuscito ad attenuare qualche concetto. Avevo accettato le sue correzioni, senza fare troppe obiezioni. «Purché la finiamo» avevo tagliato corto: «La FIDAL, in merito alla faccenda doping sollevata dall’allenatore nazionale Sandro Donati, esprime il suo accordo con quanto denunciato dallo stesso. Raccogliendone le istanze, sottolinea la necessità di dar corso ad un’inchiesta approfondita tendente ad accertare le dimensioni del fenomeno e le eventuali responsabilità, come è del resto nelle intenzioni della federazione internazionale che ne discuterà nell'imminente congresso.»

Avevo chiesto, a questo punto, a Barra e Capitani di trasmettere alla mia presenza il comunicato all’ANSA e Capitani si avviò verso il telex. Prima cli lasciarci, invitai nuovamente Barra a non fare scherzi e la stessa raccomandazione gli fu ripetuta dall’intermediario. Barra ci rassicurò e, rivolgendosi a me con tono affettuoso, disse: «Sono molto preoccupato per te, ti vedo troppo teso.» Ci accomiatammo. Gli atleti mi attendevano allo stadio per l‘allenamento ed io cercai, in un momento di grande tensione per loro, di nascondere il più possibile le mie inquietudini

All'ora di cena, mi chiamarono Carlo Santi del «Tempo», Guido Alessandrini di «Tuttosport» e Vittorio Zambardino di «Repubblica» per conoscere gli ultimi sviluppi della vicenda. Confermai loro che avrebbero dovuto ricevere il testo del nuovo comunicato. Zambardino andò personalmente a controllare se il dispaccio fosse giunto in redazione, ma non lo trovò. Erano passate quasi quattro ore da quando Barra aveva consegnato a Capitani il testo del comunicato. Pensai che c’era nuovamente qualcosa di strano. Temevo che la FIDAL ricorresse allo stratagemma di diffondere il comunicato a tardissima sera, quando le redazioni dei giornali avevano già chiuso le pagine sportive. Zambardino mi chiese a quel punto di dettare direttamente il testo. Feci altrettanto con Santi e Alessandrini. Nonostante quell‘ultimo disguido‘ ero stanco ma soddisfatto per come si era conclusa la giornata e lo dissi esplicitamente a Zambardino. Ero riuscito finalmente a convincere i miei dirigenti ad assumere impegni specifici per la soluzione del problema del doping.

La mattina dopo, acquistai di buon ora i giornali: il comunicato era stato diffuso solo dai tre quotidiani ai quali l’avevo dettato io. Ancora una volta la FIDAL, la mega federazione italiana che teneva in pugno la federazione mondiale, governata anch’essa dal Presidentissimo Nebiolo, aveva barato. Telefonai immediatamente all’Hilton e chiesi di parlare con Nebiolo. Ancora assonnata, rispose la moglie e mi disse che era già uscito. La invitai concitatamente a cercarlo: ero disposto ad attendere solo pochi minuti, poi avrei agito diversamente.

Dopo neppure cinque minuti. squillò il telefono, ma non era Nebiolo. Ancora una volta il monarca dell’atletica mandava in avanscoperta Barra. Al termine di un colloquio aspro e, da parte mia, spesso minaccioso, Barra, che aveva lungamente insistito sulla versione della avvenuta trasmissione del comunicato all’ANSA, tagliò corto: «Non preoccuparti parti Sandro, a chiunque ci chiamerà confermeremo la nostra parte di paternità. Quel che conta è che in qualche modo il comunicato finalmente sia uscito».

Un paio d’ore dopo mi chiamarono dall’Hilton alcuni giornalisti per informarmi che Mastropasqua, sollecitato a commentare il comunicato, aveva replicato: «Ma a quale comunicato vi riferite? A quello di Donati?». Chiesi ad alcuni di loro di aiutarmi a ristabilire la verità. Li invitai a comunicare a Barra che ero stato da loro informato della sconfessione di Mastropasqua. Di lì a pochi minuti, mi telefono Barra che cercò nuovamente di rassicurarmi: «Ho parlato con Alessandrini e gli altri che erano con lui, ti garantisco che la FIDAL non smentirà il comunicato». L’altalenante vicenda dei comunicati a quel punto si concluse, A deciderne l’esito era stato il caso: se tre giornalisti non mi avessero di loro iniziativa chiamato la sera precedente, il comunicato sarebbe rimasto per sempre chiuso a chiave in qualche cassetto della federazione.

Da quella mattina del 26 agosto fino alla fine dei Campionati mondiali, non ebbi più alcun contatto con i dirigenti. Se da quel giorno le porte della FIDAL si chiusero per me, a partire dal giorno successivo si aprirono, invece, quelle della stampa e delle televisioni di tutto il mondo. La troupe dell’inglese BBC venne in albergo ad intervistarmi. Premisero di aver già raccolto sul problema del doping molte opinioni fra i dirigenti e i tecnici delle nazioni di maggior rilievo sportivo.

Mi informarono che avevano cercato in tutti i modi di intervistare anche Nebiolo ma, fino a quel momento, non erano riusciti nel loro intento in quanto il presidente della IAAF continuava a defilarsi. L’intervistatore mi pose una serie di domande ed io, come avevo già fatto con l’« Espresso», allargai il discorso a diversi sport e ad un ambito internazionale.

Nel corso dell’intervista, precisai che non intendevo prestarmi in alcun modo ad interpretare il ruolo provinciale ed ottuso dell'italiano che attacca il suo paese. Esposi il mio punto di Vista sulla situazione dell’atletica mondiale e sull’urgenza di rimedi reali, in sostituzione degli ipocriti colpi di teatro messi in scena fino a quel momento dall’organizzazione sportiva internazionale. Oltre alla BBC, affrontarono con me la questione del doping gli inviati del Giappone, della Corea del Sud, dell’Olanda, della Finlandia, della Germania Occidentale, della Svizzera, degli Stati Uniti, dell'Australia e della Francia. A ciascuno di loro sottolineai che nessuno dei paesi da cui provenivano poteva considerarsi immune ed innocente di fronte alla diffusione del doping.

Ricordo che a Roma erano stati accreditati più di 3000 giornalisti, provenienti da tutto il mondo, La mia intervista sull'«Espresso», che fu seguita nella settimana successiva da un altro servizio contenente, fra l’altro, il testo della famosa lezione di Carnevali sugli anabolizzanti, era stata letta da moltissimi giornalisti, tecnici e dirigenti stranieri. Nelle settimane dei Mondiali, gli edicolanti romani esaurirono in poche ore le copie del settimanale. Paradossalmente, non avevo detto niente di esplosivo né di nuovo: mi ero limitato a ribadire quello che avevo ripetuto per anni a decine di giornalisti italiani. L‘intervista all‘«Espresso», piombando nella grande cassa di risonanza dei campionati del Mondo di atletica, divenne, dunque, un formidabile detonatore.

I Mondiali romani rappresentarono la massima celebrazione dell‘auto trionfo di Nebiolo. Quattro anni prima, dalla sua fervida immaginazione, per metà sportiva e per metà commerciale, era scaturita la prima edizione dei campionati ad Helsinki e subito, una volta chela creatura si era fatta conoscere, si era affrettato a trasferirla in Italia. Il sogno più grande per un dirigente della sua statura internazionale. La massima sfida nei confronti degli altri dirigenti sportivi italiani. La riaffermazione del suo ruolo egemone nei confronti dell‘atletica internazionale e del CIO.

Mai, come durante i campionati del Mondo di Roma, fu ribadita la centralità mondiale di Nebiolo e della FIDAL. Una doppia centralità: quella impersonata dalla duplice identità di Nebiolo, presidente dell‘atletica italiana e di quella mondiale; e quella rappresentata da Roma, in quel momento capitale mondiale dello sport. Ragionando a posteriori, non credo che ci fosse un momento più adatto di quello per lanciare una denuncia di vasta portata sul doping. Prima di quel giorno, in alcuni paesi si erano succedute denunce sul doping più circostanziate della mia, ma non avevano trovato un amplificatore di quella stessa portata.

Per questi ed altri motivi, quella intervista, ed i commenti che ne seguirono, divennero il detonatore di una presa di coscienza internazionale. Da quei giorni si moltiplicarono le notizie provenienti da ogni parte del mondo sul problema del doping fiorirono in diversi paesi le iniziative dei governi, che giudicarono indispensabile intervenire con inchieste e con una nuova normativa, laddove le organizzazioni sportive non avevano saputo agire autonomamente. ln alcune nazioni furono istituiti i primi controlli antidoping a sorpresa. Moltissimi atleti di grande prestigio presero pubblicamente posizione contro il doping, I giornali aumentarono enormemente lo spazio dedicato all'argomento. Simmetricamente lievitarono i casi di positività riscontrati e resi pubblici in tutto il mondo.

Il 27 agosto, pochi giorni dopo l’uscita della mia intervista sull’«Espresso», il «Giorno» pubblicò un articolo di Giorgio Reineri con un titolo a tutta pagina: «Un Dopingate senza prove: anche Ben Johnson e Angella Issajenko calunniati dalle deliranti insinuazioni di un Savonarola senza campioni da esibire.» Il Savonarola naturalmente ero io, Giorgio Reineri, grande amico di Nebiolo & C., è un giornalista di ottima quotazione. Pochi possono vantare, come avversaria irriducibile, una penna intelligente ed elegante come la sua. Reineri mi ha accompagnato sempre con le sue critiche, a volte ironiche, a volte feroci. Inizialmente ha faticato a trovare l'epiteto che meglio gli consentisse di mettermi alla berlina agli occhi dei suoi pazienti lettori.

In un primo tempo mi ha definito «monsieur La Palisse»; dopo alcune settimane, sembrò giunto alla messa a fuoco: «Altro che giovane La Palisse, questo Donati è più furente di Giordano Bruno». Anche questa similitudine, però, non lo appagava e passò direttamente all’appellativo di «Savonarola». I suoi lettori cominciarono a vedermi più nitidamente quando, invece, in rapida successione, annunciò loro che ero uno yuppie, poi un boy scout e, dopo qualche giorno, «un bel tomo».

Agli affezionati consumatori della sua, peraltro splendida, prosa, vennero forse alcuni dubbi e, a mia volta, cominciai ad avvertire i segni di una grave crisi di identità. «Chi sono?» Mi chiedevo, attendendo con ansia la risposta dal suo articolo del giorno dopo. Nella sua lunga epopea del 27 agosto, Reineri scrisse: «Donati ha accusato di doping mezzo mondo, e in questo mezzo mondo ci ha messo pure Andrei... Sentite un po' cosa ha detto a noi, per esempio: che Ben Johnson è pieno di somatotropina sino agli orecchi”. Basta così? Neppure i per sogno... Angella Issajenko, nominata nel 1985 membro dell’Ordine del Canada..., altro non sarebbe che una signora gonfia di ormone della crescita... E chi l’avrebbe gonfiata così? Secondo Donati, il suo allenatore Cliarlie Francis... Pensate: Angela che ha ventinove anni, è madre di Sasha, che di anni ne ha due. Sarà una madre tanto disgraziata da uccidersi (con il doping) per correre in qualche decimo di meno i 100 metri?»

Un anno dopo, sarebbero arrivate a Reineri le risposte dal laboratorio antidoping di Seul su Johnson e dalle confessioni canadesi della Issajenko. Insufficienti, peraltro, a farin pubblicamente ammettere che ero bene informato ed avevo avuto ragione Quando il 29 agosto iniziarono i campionati, nonostante il mio incarico di responsabile della velocità, non mi fu neppure consegnato il cartellino di identificazione necessario per entrare nei campi di allenamento e di gara, Dovetti sollecitarlo attraverso il medico del mio settore. Giorno dopo giorno, scesero in pista gli atleti del mio gruppo: Pavoni, Tilli, i quattrocentisti, le due staffette. Nessuno della federazione mi interpello per conoscere la situazione della squadra e gli eventuali problemi.

Solo una volta, dopo l’infortunio alla coscia accusato da Pavoni al termine della semifinale dei 100 metri, Rossi si degno di scambiare qualche parola con me per invitarmi a non far disputare a Pavoni la finale della stessa distanza e neppure i 200 metri, nella speranza di poterlo recuperare per la staffetta. Grazie alle sue conoscenze internazionali, Pavoni contatto prima il fisioterapista della nazionale finlandese e, successivamente, Waldemar Matuszewski, fisiatra della nazionale canadese, che si dichiarò pronto a rimetterlo in sesto in tempo utile per la finale dei 100 metri, a condizione che rinunciasse al resto dei campionati. L’alternativa, per la quale noi optammo, era che disertasse la finale dei 100 metri o si limitasse a un atto di presenza in modo da poter poi recuperare per la gara dei 200. Dopo aver passato molte ore sotto le abili mani di Matuszewski, Pavoni partecipò regolarmente alla gara dei 200 metri riuscendo a qualificarsi per la finale. Passò alla storia dell‘atletica italiana come il primo sprinter capace di accedere ad entrambe le finali della velocità in una competizione mondiale.

L’impresa realizzata da Matuszewski era stata portentosa. Mai, nella mia attività di allenatore, avevo visto risolversi in quarantotto ore un infortunio muscolare, sia pure localizzato su un muscolo secondario. Ad esclusione di Gianni Merlo, nessun altro giornalista italiano seguì le fasi successive all’infortunio. Così qualcuno arrivò a scrivere, e molti spettatori a pensare, che Pavoni avesse recitato la parte dello zoppo. Pavoni stesso, di fronte alle insistite ironie, perse la pazienza e mostrò agli increduli l'ematoma alla coscia nel sottopassaggio dello stadio.

MEZZO METRO DI VERGOGNA

Stefano Tilli riuscì a qualificarsi per le semifinali, nonostante si fosse allenato con regolarità solo nelle ultime cinque settimane a causa dei ripetuti inconvenienti che aveva lamentato ad un piede. La staffetta 4x100 si schierò nei turni eliminatori con la metà dei titolari: Evangelisti aveva dovuto rinunciare da tempo per problemi alla schiena, mentre Ullo si era malauguratamente infortunato qualche settimana prima al meeting di Viareggio, subito dopo aver conseguito la migliore prestazione stagionale e battuto l‘inglese Alan Wells. Nonostante queste gravi defezioni, la staffetta riuscì a qualificarsi per le semifinali. Si guadagnò poi anche l’ingresso in finale, traendo profitto dall’inserimento in una semifinale di gran lunga più accessibile dell’altra. Un favore assolutamente non richiesto, evidentemente suggerito dal superiore «interesse nazionale». Nella finale la staffetta dovette fare a meno anche di Tilli, colpito da un improvviso attacco di dissenteria, analogamente a molti altri atleti italiani e stranieri. La staffetta 4x400 si fermò alle semifinali scontando pesantemente l’assenza di Donato Sabia.

A campionati del Mondo conclusi, i quattro—giornalisti—quattro, particolarmente colpiti dalle mie precedenti dichiarazioni sul doping, sottolinearono, a consuntivo, la scarsa resa delle due staffette allo scopo di screditarmi professionalmente. Qualcuno di loro, nella fretta, non si accorse neppure che Tilli non aveva preso parte alla finale della 4x100. Dopo la mia intervista all’«Espresso» e, soprattutto, dopo l’interpretazione che ne era stata data, il clima nella squadra nazionale era divenuto infuocato. L’intero staff tecnico delle nazionali maschili e femminili assolute, ospite a Roma della FIDAL, si riunì in un’aula dell’Acqua Acetosa. Danilo Facchini, che aveva a suo tempo collaborato a stabilire i contatti tra la FIDAL e il CNR di Pisa per i controlli ormonali necessari periodicamente agli atleti che assumevano gli anabolizzanti, propose ai tecnici azzurri di sottoscrivere un documento di censura del mio comportamento. Qualche tecnico sottolineò come non rientrasse nei loro compiti la scomunica di un collega. L’obiezione fu sufficiente a seminare incertezza e a scompaginare i piani.

Un anno più tardi sarebbe stato proprio Pacchini a venirmi a cercare, per propormi, a nome del presidente Nebiolo, di rientrare nei ranghi della squadra azzurra. In quella occasione mi avrebbe comunicato anche la propria scoperta di un'intesa pressoché totale fra me e lui su tutti i problemi, persistendo a quel punto solo qualche differenziazione del tutto marginale... Il clima si era infuocato anche perché Sabia aveva pubblicamente accusato il commissario tecnico Rossi di avergli proposto l’assunzione di testosterone allo scopo di affrettare i tempi di recupero, dopo che aveva dovuto interrompere la preparazione alla vigilia dei Mondiali.

Alcuni dirigenti della FIDAL avevano in ogni modo cercato di soffocare la denuncia di Sabia. L’«Espresso», che aveva raccolto le dichiarazioni dell‘atleta, confermate in toto da Pavoni, era stato diffidato da un avvocato del suo club, la Pro Patria di Mastropasqua, a non pubblicare l’intervista. Il settimanale usci invece regolarmente, il lunedì successivo, con le dichiarazioni di Sabia e di Pavoni. Sabia avrebbe comunque pagato la sua accusa: l’anno dopo il suo nome sarebbe stato depennato, vigliaccamente, da quelli dei destinatari delle borse di studio previste per gli atleti di interesse internazionale. Per il reinserimento, avrebbe dovuto attendere l’ingresso nella finale degli 800 metri alle Olimpiadi di Seul ed il successivo mutamento del consiglio federale e della direzione tecnica.

Il 4 settembre, nell’intervallo fra le gare del mattino e quelle del pomeriggio, mi recai a via Tevere in federazione e lasciai un biglietto di poche righe per Rossi. Gli comunicavo la mia decisione di dimettermi dall'incarico di responsabile nazionale del settore maschile della velocità. Avevo perso, quasi all’improvviso, la mia voglia di lottare Non vedevo l’ora che i campionati finalmente si concludessero per poter trascorrere con la mia famiglia quindici giorni di vacanza. La manipolazione dei comunicati e il condizionamento, che la FIDAL era riuscita ad esercitare su gran parte della stampa, avevano accreditato agli occhi dell‘opinione pubblica l’immagine di un allenatore divorato dall’invidia e dai ripensamenti, di un calunniatore. Durante lo svolgimento dei campionati nessun giornalista, tranne Gianni Romeo della «Stampa» e Guido Alessandrini di «Tuttosport», aveva ritenuto opportuno interpellarmi per verificare di persona se ero impazzito 0 se mi ero davvero ammalato di un inguaribile protagonismo.

La «Gazzetta dello Sport» tentò, per la verità, di acquisire le carte di cui disponevo in materia di doping. In quel momento non mi fidai. Pensai che fosse solo un trucco per conoscerle e poi consolidare una tesi demagogicamente precostituita: l’insospettabile grandezza dell’atletica italiana. Avrei capito solo più tardi di aver sbagliato. Infatti qualche mese dopo, proprio sotto la spinta di Elio Trifari, divenuto vicedirettore, e di Franco Arturi, il quotidiano sportivo milanese avrebbe assunto, in parallelo con «Repubblica», un ruolo decisivo promuovendo un‘ininterrotta campagna contro tutti i trucchi dello sport. Avevo sopravvalutato la capacità di Nebiolo e dei suoi collaboratori di monopolizzare il consenso dei mezzi di informazione.

Gran parte della stampa aveva, fino a quel momento, celebrato le vittorie ed evitato qualsiasi riferimento alle forzature che molte di esse nascondevano. Aveva anche fatto finta di non accorgersi della grave crisi dell’atletica a livello societario e giovanile e del crollo del numero dei tesserati praticanti. Solo successivamente avrei capito che le mie prese di posizione andavano demonizzate perché costringevano a mettere in discussione l’aureola con cui tutti avevano acriticamente cinto la FIDAL di Nebiolo. Dapprima Vittori, poi Tordelli ed ora io avevamo messo in discussione il ruolo dei protagonisti della Grande Rappresentazione. Avevamo preteso di trasformare l’eroe in un uomo afflitto dalla malattia del potere, il grande stratega in un grande manipolatore.

Sottoscrivendo la lettera di dimissioni, pensai che mai più avrei desiderato di rientrare nel mondo dell'atletica. Con la presentazione delle dimissioni, la giornata era appena iniziata. Nel pomeriggio ci sarebbero state le gare e, in serata, mi sarebbe arrivata una notizia. Uscendo dallo stadio Olimpico, incontrai il mio amico Renato Marino. Era inquieto e me ne spiegò la ragione: «Sandro, devo informarti di quanto ho saputo da mia moglie. Mi ha fatto giurare di non dirlo a nessuno, ma con te non riesco a Conservare il segreto. La FIDAL si è organizzata per aiutare domani Evangelisti nella gara del salto in lungo. Una decina di giorni fa si è tenuta una riunione a piazza Apollodoro, presso la sede del comitato organizzatore, nella quale è stato commissionato ai responsabili della giuria l'aiuto da elargire ad Evangelisti e quantificato addirittura il risultato: otto metri e quaranta, due centimetri in più, due centimetri in meno».

«D'accordo Renato,» gli risposi esterrefatto «ma come si può smascherare una macchinazione del genere? Magari Giovanni salterà domani otto e venti, otto e venticinque con le sue forze, e sarà per loro un gioco ‘correggere’ la misura di una quindicina di centimetri. Chi se ne accorgerà mai?» Riflettei sulla combine per tutto il tragitto, dallo stadio a casa mia. Mi faceva rabbia l’idea che anche questa volta potessero farla franca.

La mattina successiva, mentre andavo in macchina verso lo stadio, mi baleno all’improvviso l’idea di informare di ciò che avevo saputo i Carabinieri. Mi fermai davanti al comando di viale di Tor di Quinto, ma il carabiniere di guardia mi fece presente che non erano abilitati a ricevere denunce e che dovevo rivolgermi alla stazione di Ponte Milvio. Vi arrivai dopo pochi minuti. Suonai e chiesi del comandante della stazione. Il carabiniere di turno disse che né il maresciallo né il brigadiere si trovavano in caserma perché erano in servizio allo stadio Olimpico per i campionati di atletica.

Li cercai allo stadio, ma erano al di là dello sbarramento posto fra lo stadio dei Marmi e lo stadio Olimpico. Chiesi agli addetti al controllo di poter accedere sul lato della tribuna Monte Mario, dove mi era stata segnalata la presenza del maresciallo. Mi venne impedito perché il mio accredito non consentiva di transitare in quel settore dello stadio. Alla fine rinunciai, anche perché il quartetto della staffetta veloce era ormai in procinto di gareggiare. Allo stadio dei Marmi incontrai il professor Ponchio, l’allenatore di Evangelisti. Era preoccupato per l‘esito della gara perché il suo atleta era reduce da una serie di contrattempi fisici e non era in condizioni di forma ottimali. Sorridendo, gli dissi di stare tranquillo, Evangelisti sarebbe andato sicuramente bene ed avrebbe saltato intorno agli otto metri e quaranta.

Anticipai l’esito della gara anche ai miei collaboratori del settore velocità, senza naturalmente specificare né la fonte né i particolari della rivelazione. Nel frattempo dovetti preoccuparmi soprattutto della staffetta 4 x 100. Salii per un attimo in tribuna Tevere assistendo al primo salto nullo di Evangelisti, ma subito tornai allo stadio dei Marmi. Rientrai all’Olimpico quando mancavano solo gli ultimi due turni di salti. Qualche amico mi avvertì che nel corso della gara si erano verificate misurazioni molto strane e sempre ai danni dei saltatori stranieri. Vidi a cinquanta metri di distanza, in basso sulla sinistra, il mio amico Marino che osservava attentamente con il binocolo lo svolgimento della gara. Un fotografo era lì, pronto a scattare un flash per ogni movimento sospetto.

Quel che avvenne nel sesto salto è entrato nella storia dell’atletica. L’ultimo salto di Evangelisti sarebbe divenuto celebre e sarebbe stato analizzato come mai nessun altro. Ripensando ora a quello che avvenne, sia io che Marino abbiamo molto da rimproverarci. Se avessimo utilizzato una telecamera, avremmo potuto cogliere spostamenti, gesti e ammiccamenti e tentare di ricostruire l'intera successione logica della messa in scena. In verità, non potevamo minimamente supporre che la falsificazione della misura avrebbe potuto essere tanto macroscopica. Dopo che la falsa misura di 8.38 comparve sul tabellone luminoso, scatenando l’entusiasmo del pubblico della tribuna Tevere che solo qualche attimo prima aveva gridato la propria delusione, pensai che anche ristabilire la verità fosse ormai un falso problema.

Anche per una medaglia di bronzo si poteva barare. Sentii piccola e patetica la mia aspirazione a un’atletica trasparente. Capii che quella misura rubata andava bene a tutti, pubblico compreso. Pensai che chi avesse manifestato il minimo dubbio sulla regolarità di quel salto sarebbe stato, come al solito, tacciato di essere un invidioso o un mestatore. Dopo la gara, Marino mi incrociò e mi comunicò quello che aveva visto. Lo invitai a rassegnarsi.

Nei giorni successivi il tecnico sovietico Ter Ovanesian, in una intervista rilasciata ad Alessandrini di «Tuttosport», dichiarò che il risultato di Evangelisti gli era parso quantomeno strano. I dirigenti federali risalirono all’interprete che aveva operato la traduzione, per sostenere che in realtà l’accusa non era mai stata formulata, In una sala dell’Acqua Acetosa, gli esperti di biomeccanica cecoslovacchi e tedeschi, che avevano analizzato con sofisticati metodi cinematografici tutte le gare dei Mondiali, scoppiarono in una risata fragorosa quando il televisore proiettò la sintesi della gara del lungo e comparve la misura di 8.38 di Evangelisti sul tabellone. Ma avevano poco da ridere, il risultato delle loro analisi, dettagliato ed illuminante, sulla gara di salto in lungo, sarebbe scomparso nel nulla. Ai giornalisti italiani e stranieri non giunse mai, come ogni sera, la tabellina riepilogativa dei dati biomeccanici dai quali sarebbe immediatamente risultato che la gara di salto dei secondi Campionati mondiali di atletica leggera era stata trasformata in una burla.

Pochi giorni dopo, dalla Sardegna, lessi gli osanna che da ogni parte furono sollevati in sede di consuntivo. Solo la conferenza stampa finale di Nebiolo aveva lasciato sul campo qualche leggera ombra, quando aveva tagliato corto di fronte a insistite domande sul doping: «Basta con queste cose, parliamo dei Campionati mondiali.» Fra gli obiettori messi a tacere, andava compreso anche Carl Lewis che aveva appena rilanciato le sue accuse sulla crescente diffusione del fenomeno e manifestato apertamente una convinzione: molti partecipanti ai Campionati mondiali avevano utilizzato prodotti proibiti.

Nel consuntivo tracciato sul «Corriere dello Sport», settore per settore, Vanni Loriga, un altro giornalista di consolidata fede nebioliana, scrisse, a proposito della velocità: «Ci dicono che Donati sia intenzionato a lasciare il settore: se la notizia fosse vera, non insisteremmo per farlo recedere dal suo saggio proponimento». Poi, riferendosi in particolare alla prova di Pavoni, aggiunse: «Pavoni ha convinto sul piano dei risultati, conquistando due volte la finale. Non su quello dell’integrità fisica né su quello dei risultati, peggiori di quanto le ultime gare avevano fatto sperare.» Nell'ambito di poche righe i risultati di Pavoni venivano citati due volte e valutati prima positivi e poi deludenti. Quando tornai in FIDAL, era ormai la fine di settembre. I miei amici disapprovarono le mie dimissioni. Dissero che, cosi facendo, avevo facilitato il compito dei dirigenti federali togliendoli dall'imbarazzo di dover decidere il mio licenziamento,

A quel punto intervenne nuovamente la stessa persona che aveva fatto da intermediario frame e la FIDAL alla vigilia dei Mondiali e mi consigliò di ritirare le dimissioni. Il mio ripensamento fu, però, determinato soprattutto da una scoperta banale. Mi capitarono casualmente fra le mani le varie edizioni delle liste di convocazione della squadra italiana per i successivi Giochi del Mediterraneo, Nella lista datata 23 luglio 1987, il mio nome figurava regolarmente tra quelli dei tecnici previsti per la spedizione. Venticinque giorni dopo, il l7 agosto, il mio nome era ancora inserito nella lista aggiornata. Il 19 agosto a Frascati il commissario tecnico Rossi, venuto a visitare la squadra in preparazione per i Mondiali, mi aveva esplicitamente chiesto di confermargli la mia disponibilità per i Giochi del Mediterraneo. lo avevo, in verità, intenzione di cedere il mio posto ad un mio giovane collaboratore, Massimo Munich, allenatore del quattrocentista Roberto Ribaud, per consentirgli un’importante esperienza internazionale. Rossi mi aveva fatto presente che il CONI voleva in squadra solo i tecnici della nazionale assoluta. Gli risposi che, se non fosse stato possibile far posto a Munich, sarei partito regolarmente. Tre giorni dopo, il 22 agosto, subito dopo la pubblicazione della mia intervista sull‘«Espresso», fu redatta la lista definitiva, il mio nome era scomparso. Quando mi resi conto che le mie dimissioni del 4 settembre non erano state che l’inutile postilla di un esautoramento già deciso, scrissi una nuova lettera, indirizzata a Rossi e a Barra, con la quale revocavo le dimissioni.

Questa mia nuova iniziativa non produsse effetti particolari, se non quello di far sospettare ai dirigenti della FIDAL chissà quali macchinazioni. In quei giorni vennero redatti i quadri tecnici per la nuova stagione ed organizzate riunioni degli staff. Non fui invitato a parteciparvi. Trascorrevo le mie ore di servizio davanti ad una scrivania, ubicata all’uscita degli ascensori, nell’angolo più buio del settore tecnico della FIDAL. Nessuno mi rivolgeva la parola ed io contraccambiavo il mutismo. In occasione del convegno «Le basi biomediche e tecniche degli sport di potenza», organizzato a Porto San Giorgio dall’Istituto di medicina dello sport di Bologna, utilizzando cavilli burocratici e formali, la FIDAL mi impedì di partecipare e di leggere la relazione, frutto di una settimana di lavoro, intitolata agli «Aspetti dell’allenamento di atleti di alto livello praticanti specialità sportive di resistenza lattacida.» Gli organizzatori vennero avvisati da Barra della mia «defezione» solo quarantotto ore prima dell’inizio dei lavori

Qualche giorno dopo la storia stava per ripetersi per un altro convegno, organizzato questa volta dalla federazione spagnola di atletica, a cui ero stato ugualmente invitato come relatore. Questa volta, però, la federazione dovette cedere alle insistenze della consorella spagnola che si impuntò e pretese il rispetto dei patti. Ancora qualche giorno più tardi, Sabia e Pavoni, che mi avevano chiesto di continuare ad allenarli, ripresero la preparazione ma la FIDAL pensò bene di impedirmi di seguirli durante l'orario di ufficio: era la terza volta in quattro anni che venivo messo in castigo.

Su «Repubblica» Emanuela Audisio scrisse: «Pavoni e Sabia fanno sapere di essere a fianco di Donati e di volerlo, anche se dimissionato, come loro allenatore personale Terminate le gare arriva il tempo delle rivincite e delle vendette. Consumare un tecnico in un anno sembra un eccesso da serie A calcistica. O Vittori e Donati sono stati allontanati per manifesta incapacità (ma non è il loro caso) oppure sono stati rimossi perché sapevano e parlavano troppo. Perché si sono permessi di andare oltre il mestiere di allenatore,»

Frattanto qualcosa sembrò muoversi sul fronte della Procura della Repubblica di Roma che esamino le notizie apparse sulla stampa a proposito del doping, per verificare la sussistenza di ipotesi di reato. Correva voce che qualche tempo prima un importante e lungimirante funzionario della federazione avesse promosso un'azione giudiziaria contro ignoti per la pratica del doping e che un magistrato avesse aperto un altrettanto lungimirante fascicolo. Non furono mai interpellati gli autori dei servizi dedicati all’argomento né le persone intervistate. Alla Procura fu sufficiente sfogliare qualche rivista e qualche quotidiano per convincersi che la vicenda era da archiviare. Per inciso, il reato che eventualmente poteva essere ipotizzato, secondo lo stesso procuratore aggiunto della Repubblica Mario Bruno, era quello di lesioni personali gravi.

Nel frattempo l’onorevole Ceci Bonifazi riuscì a far sottoscrivere da numerosi deputati, appartenenti a gruppi politici diversi, il testo di una interpellanza rivolta ai ministri di Sanità, Giustizia, Pubblica Istruzione e Turismo con cui veniva denunciata la tendenza del fenomeno a diffondersi anche tra i giovani non professionisti. Ai primi di novembre Nebiolo ricevette una lettera del CONI con cui, traendo spunto dall’intervista dell’«Espresso», gli si chiedevano spiegazioni sulla questione del doping. Il CONI doveva infatti rispondere a Franco Carraro, nel frattempo divenuto ministro del Turismo Sport e Spettacolo. Carraro, a sua volta, doveva rispondere ad una interrogazione presentata dal deputato missino Franco Servelloi Un bel giro di lettere, davvero. Ma di fatti, ancora pochi.

SULLE ORME DI SABBIA

Al ritorno dalle ferie il mio amico Aldo Bernascli mi raccontò che Enrico Spinozzi, appassionato di riprese video e di fotografia, aveva provato artigianalmente a misurare il sesto salto di Evangelisti, utilizzando i fotogrammi delle sequenze mandate in onda dalla televisione, ed il risultato si era attestato intorno a metri 7,85. Spinozzi è, per natura, una persona precisa, quasi pignola. Il suo riscontro non poteva pertanto considerarsi la boutade di un dilettante Fui spinto a cercare sistemi più sofisticati che potessero, una volta per tutte, stabilire la vera misura conseguita da Evangelisti nel suo ultimo salto mondiale. I dubbi, manifestati a caldo da Ter Ovanesian, erano stati, nel frattempo, ribaditi da due importanti riviste internazionali di atletica leggera, «Leichtathletik» e «Track and Field News». Alcuni dirigenti federali avevano risposto intonando il consueto ritornello dell’invidia maligna, quattro-giornalisti-quattro fecero loro eco.

L’«Espresso» si attivo con l‘obiettivo di giungere ad una misurazione scientificamente attendibile del salto. Interpellò numerose ditte specializzate nella elaborazione elettronica delle immagini, incontrando, però, più di un inconveniente. Alcune ditte si spaventarono ritenendo l'oggetto della ricerca commissionata in qualche modo incompatibile con la loro immagine commerciale Due ditte accettarono, chiedendo tuttavia di poter acquisire la documentazione di riferimento indispensabile per la taratura delle misurazioni, Lavorarono indipendentemente l'una dall’altra, con due sistemi tecnicamente differenti. La prima, che era svizzera, richiese una grande quantità di materiale fotografico e di dati sulle misure esatte di oggetti e particolari dell’impianto che figuravano nelle immagini considerate. L’altra ditta, la Tecnobyte di Roma, lavorò invece sulla elaborazione elettronica delle immagini video, facendo riferimento anch‘essa ad alcune misure base, quali la larghezza della pedana, la larghezza e lunghezza della zona di caduta e la distanza tra loro di alcuni punti di riferimento. Venni a sapere che anche Luciano Fracchia, un cineoperatore di Asti, conosciuto anche a livello internazionale per la scrupolosità del proprio lavoro, aveva tentato di risolvere l'enigma del salto di Evangelisti.

Gli chiesi un appuntamento ed andai a trovarlo. Fu particolarmente disponibile e gentile, mi mostrò il filmato da lui realizzato da una posizione estremamente felice. Mi disse che suo figlio, ingegnere ed appassionato anche lui di cinematografia sportiva, aveva per proprio conto effettuato la misurazione giungendo ad un risultato praticamente identico a quello di Spinozzi: una misura compresa fra 7.85 e 7.90. Acquisii, a quel punto, la certezza che il regalo ad Evangelisti era stato di dimensioni macroscopiche. La Tecnobyte, volendo annunciare un risultato a prova di smentita, accumulava nel frattempo elaborazioni delle immagini via via più sofisticate, ma aveva già anticipato che la misura reale era clamorosamente inferiore a quella ufficiale.

Il 27 ottobre l‘«Espresso» rintracciò telefonicamente Mario Biagini, uno dei giudici che avevano operato intorno alla pedana del lungo con l’incarico di ripianare la sabbia, dopo ogni salto. A Ficoneri che, dopo avergli anticipato il risultato delle prime misurazioni della Tecnobyte, gli chiese se avesse notato qualcosa di strano nell’ultimo salto di Evangelisti, Biagini rispose: «E stata decisa questa misura, ma non certo da me. Del resto, che ci fosse qualcosa di strano se ne è accorta anche la gente sulle gradinate a trenta metri: è un po’ difficile che non ce ne siamo accorti noi che stavamo a mezzo metro.»

Biagini e Ficoneri decisero di incontrarsi di persona e fissarono un appuntamento, di Ii a poche ore, sulla via Flaminia. Biagini venne, però, intercettato dal fiduciario regionale del Gruppo giudici gare del Lazio, Luciano Gambardella che, informato dell'incontro ormai imminente, gli consigliò di tenere la bocca chiusa. Spaventato, Biagini non aggiunse null’altro rispetto a quello che aveva confidato per telefono ed, anzi, evitò tutte le domande più scabrose rifugiandosi nel vago.

In compenso fu Gambardella a vincere ogni esitazione: decise di informare subito i suoi superiori, per la precisione Luciano Barra in persona. La sera del 27 ottobre Barra seppe dunque che l’«Espresso» stava per uscire in edicola con la rimisurazione del salto effettuata attraverso l’elaborazione delle immagini. Venerdì 30 ottobre, tre giorni dopo l‘incontro fra Ficoneri e Biagini, e tre giorni prima che l‘«Espresso» uscisse in edicola, la FIDAL diffuse attraverso l‘ANSA un comunicato con cui, «pur non essendo pervenuto alcun reclamo...», chiedeva ufficialmente al comitato organizzatore dei Mondiali di atletica (cioè a se stessa...) di acquisire tutti gli atti e le documentazioni relativi alla gara. La FIDAL muoveva la sua richiesta «in relazione ad illazioni apparse su alcune testate giornalistiche e per evitare prospettazioni distorte e speculazioni strumentali».

La FIDAL giocò la carta dell‘auto esposto per mettere le mani avanti ed anticipare l’« Espresso». Ma era psicologicamente impossibilitata ad andare fino in fondo nella ricerca della verità. I dubbi sollevati da esperti qualificati erano pregiudizialmente sminuiti ad illazioni. Il progetto megalomane di un'atletica (grande) spettacolo era incompatibile con l’ammissione di meschini aggiustamenti e di piccoli o grandi furti perpetrati sulla sabbia di atterraggio di una pedana. Per ironia della sorte, l’«Espresso» non riuscì ad ottenere in tempo i risultati della verifica commissionata alla Tecnobyte e, contrariamente alle ormai generali aspettative, lunedi 2 novembre non dedicò neppure un rigo al salto incriminato.

Nel frattempo Giancarlo Santalmassi della RAI aveva chiesto ai responsabili del Telebeam di verificare la possibilità di rimisurare il salto di Evangelisti ed essi, dopo quattro giorni di lavoro ininterrotto, raggiunsero il risultato. L’équipe del Telebeam batte pertanto in dirittura d’arrivo la concorrenza della Tecnobyte. Giovedì 5 novembre il TG2 dimostrò che il salto di Evangelisti era calcolabile nell‘ordine dei sette metri e ottanta. Barra presenziò in studio e fornì all'Italia sportiva la chiave di lettura di quanto era accaduto: «La differenza tra la misura attribuita e quella realmente ottenuta da Evangelisti era cosi macroscopica da escludere tassativamente qualsiasi ipotesi di dolo.» Lo sbaglio non poteva che imputarsi al momentaneo cattivo funzionamento di qualche apparecchiatura.

Quella sera non riuscii ad addormentarmi. La messa in scena appariva grottesca La FIDAL era riuscita ad assumere l‘iniziativa, anche in una vicenda in cui partiva da condizioni di oggettiva debolezza. Ancora una volta i mezzi di informazione ed il pubblico sembrava non attendessero niente altro che di essere rassicurati. Al pubblico della tribuna Tevere era bastato che il tabellone elettronico mettesse a fuoco la misura (gli 8.38 per trasformare in pochi secondi la delusione in un’ovazione. Ai mezzi di informazione, pensai, sarebbero ancora una volta state sufficienti le spiegazioni di Barra per archiviare tutto. Non immaginavo che finalmente mi sbagliavo. Nelle redazioni più di un giornalista si ribellò infatti alla spiegazione elargita in TV dal segretario generale. Dopo una notte insonne, la mattina successiva mi recai presso la stazione dei carabinieri di Ponte Milvio. Fui ricevuto dal comandante, il maresciallo Palumbo, al quale, dopo aver riassunto sinteticamente i fatti, presentai un esposto.

Il CONI mi avrebbe successivamente contestato l‘iniziativa sostenendo che avrei dovuto inoltrare la denuncia dell’illecito preventivamente all’ente dal quale dipendevo. Mancavano, però, appena sei giorni alla riunione del consiglio nazionale che avrebbe eletto il nuovo presidente. Se avessi indirizzato al com il mio esposto, osservando strettamente l’ordine gerarchico, avrei dovuto consegnarlo nelle mani di Barra, mentre esisteva la fondata possibilità che a sovraintendere all'istruttoria sarebbe stato Nebiolo, all’epoca candidato alla presidenza dell’ente! All’interno della FIDAL, la vittoria di Nebiolo veniva data per scontata, al punto che egli aveva già prese in esame con i suoi più stretti collaboratori non solo i problemi legati alla sua successione, ma anche la riorganizzazione di alcuni settori del CONI che con Nebiolo presidente non avrebbe mai potuto assumere una linea di contrapposizione alla FIDAL. Queste convinzioni si sarebbero dimostrate infondate perché Nebiolo avrebbe perduto il ballottaggio con Arrigo Gattai. Anche io ero rimasto vittima del clima di presuntuosa superiorità che si respirava alla FIDAL.

Stilai il mio esposto riempiendo a mano una decina di pagine, nelle quali sintetizzai tutto quello di cui ero in quel momento a conoscenza. Quella stessa mattina la «Gazzetta dello Sport» aprì in prima pagina con la notizia della misurazione del Telebeam. L’articolo era firmato da Elio Trifari, lo stesso che durante i campionati del Mondo aveva manifestato l‘intenzione di approfondire la questione del doping. Ci pensai nuovamente: in quella occasione sarebbe stato sufficiente che gli avessimo messo a disposizione i «diari di bordo» di Faraggiana.

Sempre in quello stesso 6 novembre, la FIDAL trasmise «tutta» la documentazione relativa al salto sospetto alla federazione internazionale, vale a dire a se stessa per via del doppio incarico ricoperto da Nebiolo, Contemporaneamente, il gruppo dei giudici siciliani, che aveva presieduto alla gara, andava ripetendo in coro che, se errore c’era stato, era da imputarsi al computer o alle altre apparecchiature elettroniche e non alla loro mancanza di diligenza. Il coro avrebbe poi più volte contraddetto se stesso, prima ancora di venir completamente smentito dalla ricostruzione ufficiale dei fatti.

A seguito delle proteste della Seiko e della Olivetti, la FIDAL intimò ai giudici di non insistere sulla versione dell‘avaria o del cattivo Funzionamento delle apparecchiature, che inizialmente aveva delineato lo stesso Barra. Con una settimana di ritardo sul preventivato, lunedì 9 novembre l’«Espresso>> si occupò del salto allungato dimostrando attraverso i dati della Tecnobyte che non soltanto la misura di Evangelisti, ma anche quelle di alcuni suoi avversari, erano state manipolate.

Si era ormai alla vigilia delle elezioni per la presidenza del CONI e una parte della stampa etichettò l’affare Evangelisti come una manovra pre elettorale, custodita gelosamente nel cassetto e poi gettata nella mischia al momento opportuno. Se, in analogia a tante altre vicende elettorali, l’ipotesi della manovra appariva credibile, nel caso specifico era assolutamente arbitraria, a meno di non voler annoverare fra i grandi elettori di Gattai il tecnico sovietico Ter Ovanesian e le riviste statunitensi, inglesi e tedesche che avevano denunciato le stranezze di quella gara.

Quando avevo consegnato il mio esposto al maresciallo Palumbo, lo avevo pregato di attendere l‘elezione del presidente del CONI, prima di avviare le indagini. Il maresciallo Palombo, che in gioventù era stato un mezzofondista di buon livello, esaudì la mia raccomandazione, convinto, a sua volta, che questo modo di procedere fosse più serio. Il 12 novembre Gattai diventò presidente del CONI con ventisei voti, il doppio esatto di quelli ottenuti da Nebiolo. La sconfitta del presidente della FIDAL nella corsa alla presidenza del massimo ente sportivo, che apparentemente costituì una sconfitta per la «grande atletica», rappresentò una svolta positiva per la nostra battaglia. Solo il 15 novembre affiorò, in un servizio di Valerio Piccioni per «Paese Sera», il primo accenno all’entrata sulla scena dei carabinieri di Ponte Milvio nella vicenda Evangelisti. Il maresciallo Palumbo aveva, infatti, come promesso iniziato gli interrogatori il giorno dopo le elezioni del CONI.

Ero convinto che, di fronte ai carabinieri, sarebbe rapida mente emersa la verità e sarebbe stata smascherata la macchinazione, era però già entrato in azione, con uno spiega» mento di forze proporzionato alle circostanze, lo staff degli avvocati della federazione e, con la tempestività del grande dirigente, Barra aveva inoltrato una contra denuncia al comando dei carabinieri del Trionfale. Da quel momento i carabinieri di Ponte Milvio non poterono più procedere autonomamente e dovettero necessariamente recitare un ruolo secondario nell‘inchiesta. Gli interrogatori si svolsero secondo un copione rassicurante, senza domande indiscrete o la contestazione di possibili reticenze o contraddizioni. I testimoni, che avevano temuto di doversi compromettere, dopo l’audizione tirarono un sospiro di sollievo.

Nel frattempo Pavoni tornò alla carica dichiarando a «Paese Sera»: «Il mio allenatore, Sandro Donati, può seguirmi soltanto nel pomeriggio perché la mattina è costretto a timbrare il cartellino in federazione, condannato a trascorrere il tempo davanti ad una scrivania vuota.» Il giornalista gli fece presente che io ero intenzionato a farmi da parte per evitare ritorsioni contro gli atleti, ma Pavoni fu categorico: «Questo è l’assurdo. lo ho un tecnico che mi segue e con cui ho raggiunto una intesa eccellente e dovrei rinunciarvi!» Ben presto Rossi l‘avrebbe richiamato alla realtà. E la realtà era allettante: sponsorizzazioni, contratti e adeguate borse di studio. Il 19 novembre chiesi il trasferimento dalla FIDAL all'Istituto di scienza dello sport. Volevo operare presso il laboratorio di biomeccanica diretto dal professor Antonio Dal Monte, dove già avevo lavorato a lungo. Dal Monte era d’accordo e anche il segretario generale del CONI Pescante aveva dato il suo benestare.

Un giro frettoloso di telefonate fece sfumare il trasferimento. Un paio di giornalisti, di stretta osservanza nebioliana, furono solerti nell’informare l‘opinione pubblica che la mia presenza all’Istituto di scienza dello sport non sarebbe stata gradita. Né Dal Monte, ne alcuno dei suoi collaboratori, si erano mai sognati di sindacare il mio arrivo, ma i due riuscirono a scovare qualche impiegato anonimo che smaniava dalla voglia di manifestare le sue perplessità. Mi ritrovai così nuovamente senza una destinazione. Si fecero avanti l’avvocato Leonardo Zauli, figlio dell’ex presidente della FIDAL e segretario generale del CONI Bruno Zauli, e il maestro di sport Mariano Ravazzolo, proponendo il mio trasferimento presso la Divisione centri giovanili del CONI. Il dirigente Massimo Di Marzio fu estremamente disponibile e mi accolse con grande simpatia ll nuovo ambiente di lavoro mi manifestò subito una affettuosa solidarietà, che nel seguito delle mie vicissitudini sarebbe stata per me di grande conforto e pratico aiuto, Nel frattempo, Barra aveva inoltrato al servizio personale del con! un voluminoso dossier contro di me, Non si era, però, sentito appagato e aveva pensato bene di rincarare la dose segnalando al suo collega ed amico Giorgio Cannella, responsabile del servizio, la mia assenza dal posto di lavoro nei giorni in cui ero rimasto al com per tentare di ottenere il trasferimento. Per sua sfortuna, l'assenza contestata era perfettamente legittima avendo io regolarmente chiesto nella circostanza il congedo per ferie. '

Proprio in quei giorni mi venne recapitata una comunicazione, sottoscritta da Barra, con cui mi si negava l’autorizzazione ad adire le vie legali contro Rossi per la diffamatoria intervista che aveva concesso all’«Unità». Barra si era arbitrariamente sostituito al Consiglio federale, che per statuto era l’unico organo abilitato a decidere sulla mia istanza. Io non tenni in alcun conto la sua lettera e querelai Rossi ugualmente. L’indagine dei carabinieri segnava il passo: cercai, insieme alle pochissime persone che mi aiutavano in quel momento, di individuare altre strade e di reperire nuove testimonianze. Ricostruii l'intera rosa delle persone con le quali Biagini si era confidato; appurai che la FIDAL aveva, alcune settimane prima dei campionati del Mondo, rivolto pressioni ad alcuni giudici romani perché si tenessero pronti a «dare una mano» agli atleti italiani in alcune gare, salto in lungo compreso. I giudici romani, tre per la precisione, avevano declinato la patriottica proposta.

A fine novembre ero ancora lontano dalla esatta ricostruzione della manipolazione attuata. La circostanza di fatto da cui partivo era la presenza simultanea, intorno alla pedana, di tutto lo stato maggiore dei giudici italiani e del segretario della FIDAL Barra. Come se quella fosse l’unica gara e quelle persone dovessero svolgere quell’unico compito. La visione diretta della competizione e l’analisi di videoregistrazioni e immagini fotografiche mi avevano consentito di accertare che Barra, nel quarto, quinto e sesto salto di Evangelisti, con il suo comportamento aveva fatto in modo che il tecnico inglese della Seiko, addetto al controllo dell’apparecchio di lettura delle misure del lungo, non osservasse o non fosse presente. Per l'esattezza l’addetto Seiko, nel quarto salto volgeva le spalle sia alla pedana che all’apparecchio di lettura, impegnato da Barra in un colloquio serrato. Dal quinto salto in poi, era stato condotto, sempre da Barra, nei pressi della pedana del salto con l‘asta, molto distante dal luogo in cui avrebbe dovuto trovarsi per espletare la sua funzione.

In quel momento, io e i miei amici ritenevamo che il giudice siciliano Ajello, addetto alla misurazione, non avesse attivato l’apparecchio automatico di lettura, comunicando a voce la misura prestabilita di 8.38 agli operatori alla tastiera del computer Olivetti. Eravamo indotti a questa ipotesi di ricostruzione perché sapevamo che il programma Olivetti, a differenza di quanto sostenuto dalla FIDAL, era abilitato a ricevere la misura tanto automaticamente dall’apparecchio di lettura Seiko quanto manualmente, attraverso la digitazione sulla tastiera. L’ipotesi era ancora più verosimile considerando che il giudice Ajello era stato visto e sentito comunicare a voce la misura all’addetto al computer. Eravamo vicini alla soluzione ma questa, in realtà, si sarebbe rivelata alla fine molto più banale. Sarebbero però trascorse diverse settimane prima che potessimo ricostruirla.

Nel frattempo la FIDAL, sempre più pressata dalle richieste di spiegazioni da parte della stampa, che cominciava ad orientarsi nel mare di contraddizioni e di reticenze, cercò di allentare l‘accerchiamento lanciando la campagna dei 250. Da non confondere con operazioni militari... La FIDAL manifestò l’intenzione di rendere finalmente operativa la lotta al doping stabilendo, con decorrenza 11 gennaio 1988, i controlli antidoping a sorpresa per 250 atleti italiani fra maschi e femmine, reclute e campioni. La campagna si sarebbe però esaurita nello stesso attimo in cui era stata bandita: nessun atleta sarebbe mai stato sottoposto, come promesso, ad alcun controllo antidoping a sorpresa durante i periodi di allenamento. In un primo tempo, infatti, la FIDAL sospese la propria iniziativa in attesa di acquisire direttive più generali dal CONI ma, quando alcuni mesi più tardi il massimo ente sportivo si sarebbe espresso, invitando le federazioni a procedere sulla strada dei controlli a sorpresa, si sarebbe defilata.

Il 26 novembre la mia solitudine si attenuò: dapprima i tecnici della lega di atletica dell’MSR mi espressero la loro solidarietà e chiesero alla federazione di individuare i responsabili del salto manipolato, piuttosto che colpire chi lo aveva denunciato Due giorni dopo anche Livio Berruti, l'indimenticabile campione olimpico di Roma dei 200 metri, si schierò dalla mia parte e dichiarò ali’«Espresso» di aver avuto anch’egli, alla vigilia delle gare, diretta notizia della combine. Questa dichiarazione sorprese anche me, Berruti, nel suo intervento, denunciò altre gravi deviazioni della FIDAL. Le sue parole furono lineari, esplicite e leali, come il suo modo di intendere la vita. Berruti ritornò così alla ribalta, dimostrandosi un grande campione anche fuori dalla pista.

Proseguii, con l‘aiuto delle poche persone che mi stavano accanto, nella ricerca di indizi e prove sul salto di Evangelisti. Dopo una serie di complicati e infruttuosi tentativi di intercettamento, riuscimmo finalmente ad entrare in possesso delle rilevazioni che l'équipe tedesco-cecoslovacca aveva effettuato la sera del 5 settembre allo stadio Olimpico durante la gara del salto in lungo. Da esse risultava, con una evidenza estrema, che al salto di Evangelisti erano stati aggiunti 47 centimetri: 7.91 era l'esatta misura Spinozzi e Fracchia, con i loro mezzi artigianali, erano dunque arrivati molto vicini alla verità. A quasi tutti gli altri saltatori erano stati invece sottratti centimetri, in qualche caso anche alcuni decimetri.

Mi occupai in quegli stessi giorni del celebrato record mondiale di lancio del peso, ottenuto in estate da Andrei a Viareggio. Per esser più precisi, Andrei di record mondiali ne aveva conseguiti addirittura tre in pochi minuti, migliorando in modo molto vistoso il primato personale, In seguito, Andrei non si sarebbe più avvicinato, neppure lontanamente, alla misura di metri 22.91 di quella magica serata. A Viareggio così come si era verificato altrove, lo staff di Andrei aveva provveduto a montare una speciale pedana di lancio, sensibilmente sopraelevata rispetto al terreno circostante. Per giunta, essa era stata piazzata in modo che l’atleta potesse lanciare dall’interno verso l’esterno del prato, lungo un declivio naturale.

In questo modo il lanciatore si era venuto a trovare con i piedi 30-40 centimetri più in alto rispetto al punto di caduta dell‘attrezzo, Il solito birichino Spinozzi aveva ricostruito ironicamente la vicenda sulla rivista del CUS Roma: «Il simbolo di tutta questa strepitosa forza nuova dell’atletica nazionale e il record mondiale di Andrei, ottenuto in condizioni ‘impossibili’: pedana ruvida, zona di caduta dell’attrezzo più alta rispetto alla pedana di ben 28 centimetri, palla di ferro risultata ai controlli più pesante di 180 grammi (!) rispetto al normale, analisi delle urine che hanno rilevato l’assenza totale di tracce di anabolizzanti negli ultimi sei anni. Per di più Andrei non stava bene di salute, e c’era un forte vento contrario e inoltre un giudice esageratamente rigoroso penalizzava ogni lancio di 4/5 centimetri!»

La circostanza della pedana sopraelevata si era ripetuta, come ho già detto, altre volte. In quello stesso anno ad esempio, nell’incontro di Torino contro l’Unione Sovietica, era stata montata la stessa pedana ed anche l’avversario di Andrei, che non era un grande campione, riuscì a conseguire un grande risultato e solo per pochi centimetri fu sconfitto dal nostro lanciatore. Qualche ora prima della gara, mentre gli operai provvedevano a collocare la per dana, avevo rivolto una battuta ad un dirigente e ad un consigliere della federazione, rispettivamente Salvatore Morale e Giancarlo Scatena: «Se stasera un lanciatore cade da quella pedana rischia di fratturarsi il bacino». Il dirigente mi aveva invitato seccamente a badare unicamente ai problemi dei miei velocisti, mentre il consigliere federale mi aveva sarcasticamente assicurato che quanto prima avrebbero predisposto anche piste in discesa per i miei sprinter.

La sera in albergo, mentre ero seduto nella hall in compagnia dell'allenatore di Evangelisti Ponchio, si era avvicinato il vicepresidente federale Giampiero Casciotti e mi aveva detto: «A Dona‘, ma che sei annato a di a questi, der fatto d’a pedana. Ma nno’ o sai che questi vanno ’mpuzza quanno je dici ste cose? So' ‘ncazzati neri; sta' attento che tte cacciano.» A metà dicembre Nebiolo mi invitò ad un incontro a vi Tevere. Fu il consueto intermediario a fare da portavoce, da accompagnatore. Rimanemmo a lungo a parlare nella stanza del presidente. Nebiolo mi apparve molto preoccupato. Si lamentò perché tanti anni di lavoro spesi per l’atletica erano stati messi sotto processo. Temeva che gli attacchi non sarebbero più cessati. Riconobbe la mia coerenza ma, appellandosi al mio attaccamento all’atletica, n: chiese di desistere.

Gli risposi che avrei voluto accontentarlo, ma purtroppo avevo già tante volte accettato le loro richieste di «tregua» senza che mai avessero cambiato, anche minimamente, i loro comportamenti. Gli ricordai la storia dei comunicati, l’impegno a fare finalmente pulizia alla fine dei Campionati mondiali. Chiesi a Nebiolo di individuare e punire colpevoli della vicenda Evangelisti, e di concordare le modalità di esecuzione dei progettati controlli antidoping stabilendo i nomi delle persone che avrebbero dovuti gestirli, Nebiolo ammise, ed ancora promise.

Sul caso Evangelisti scese in campo anche il ministro Carraro con un'intervista all’«Espresso», nella quale, riferendosi all’imminente verdetto della IAAF auspicò un «accertamento puntuale e indiscutibile di quello che è successo in quella pedana la sera del 5 settembre.» La risposta alle mie richieste ed a quelle di Carraro arrivò pochi giorni più tardi da Londra con il verdetto della IAAF «Ogni possibilità che la strumentazione sia stata mano messa è stata esclusa, anche perché, di fatto, tecnicamente impossibile. Ogni possibilità di frode nel controllo della competizione è stata esclusa. I tre tecnici ufficiali, quindi considerando che la federazione italiana, con un corretto scrupoloso riguardo per la posizione di un atleta italiano piazzatosi al terzo posto, ha chiesto una presa di posizione formale sullo svolgimento di questa gara, dichiarano che la competizione di salto in lungo maschile è stata condotta in maniera corretta e che il risultato ufficiale non deve essere cambiato...».

La FIDAL, informata (sic!) del comunicato IAAF, rispose con una breve nota: «In tale situazione la FIDAL ribadisce la volontà di perseguire, con ogni mezzo e in ogni sede, chiunque risulti responsabile di iniziative diffamatorie tendenti al discredito dell’atletica e della sua organizzazione.» Luciano Barra aggiunse alcune considerazioni più personali: «E la dimostrazione decisiva che non c’è stato dolo. E non solo: i delegati tecnici sono convinti che il risultato sia regolarissimo. Le misurazioni fatte con mezzi televisivi non sono attendibili. Di certo sappiamo che il salto biomeccanico di Evangelisti è stato di metri 8.50 [bontà sua... N.d.A.]. Ho querelato Donati proprio perché m’ha accusato di premeditazione, ma probabilmente non sarà l’unica denuncia che faremo. Finora la FIDAL aveva taciuto soltanto perché c’era un‘inchiesta in corso.» Barra in realtà non inoltrò mai l’annunciata denuncia contro di me né contro altri, e fece bene.

IL BALLETTO INTORNO ALLA PEDANA

Le rilevazioni biomeccaniche evidenziarono che il salto era stato di metri 7.91 e non di 8.38. Il rapporto premuroso e amorevole, che intercorreva fra la FIDAL e la IAAF apri gli occhi anche ai più distratti. La scelta «strategica» di negare anche quanto già riconosciuto, vale a dire l‘esistenza stessa di una differenza fra la misura realizzata e quella attribuite vorticava ogni barlume di logica elementare. Così, anche il più superficiale e pavido degli osservatori si ritrovò senza quel minimo di supporto per giustificare a se stesso una teoria diversa da quella della combine.

L'indagine dei carabinieri si avviava nel frattempo alla fine con agli atti molte testimonianze inattendibili o lacunose. Trascorrevo le mie giornate cercando di non perdere l’orientamento nel labirinto di mistificazioni e reticenze in cui si cercava di confinare i fatti. Nel tempo libero dalle investigazioni, alle quali le circostanze mi avevano obbligato, tentavo di proseguire la mia attività di allenatore. Pavoni venne un pomeriggio all‘Acqua Acetosa per l’allenamento e mi disse che la mattina dopo sarebbe partito per il Canada, dove avrebbe trascorso l’intero periodo di preparazione alle gare indoor. Cercò di convincere Sabia a partire. Mi spiegò sommariamente che la situazione era divenuta per lui insostenibile e stava procurandogli anche rilevanti danni economici. Solo pochi giorni prima aveva dichiarato al settimanale «Special»: «Se fosse necessario mi schiererei con Donati a spada tratta. Credo nel suo modo di allenare». Sabia ed io lo guardammo perplessi: in poche ore aveva cambiato radicalmente le sue posizioni. Quella sera rimasi a lungo a parlare con Sabia. Gli dissi che anche lui rischiava di venir discriminato, economicamente e tecnicamente, dalla FIDAL se avesse continuato ad allenarsi con me: «Forse ti conviene cercare un altro tecnico, anche perché, come vedi, sono ogni giorno angustiato da mille problemi.» Sabia restò a lungo in silenzio; poi rispose che contava sulla mia collaborazione e che per questo motivo aveva deciso di trasferirsi da Formia a Roma.

Non gli feci aggiungere altro. Anche se mi sentivo di non avere più voglia ed energie per dedicarmi all’allenamento degli atleti, capii che non lo avrei abbandonato: per una persona onesta e sincera come Sabia avrei fatto qualsiasi cosa. Assecondando una sua inclinazione naturale, Pavoni si immedesimò visceralmente nel nuovo ruolo, lanciando dal Canada all‘Italia le sue grida di gratitudine a Rossi, celebrando le metodologie rivoluzionarie degli sprinter canadesi e assumendo la loro difesa d'ufficio contro qualsiasi insinuazione di ricorso al doping.

Pavoni fu spinto ad abbandonare la sua città, il suo allenatore, le metodologie di allenamento che gli avevano consentito grandi progressi in un solo anno. Fu mandato allo sbaraglio perché l’obiettivo principale non erano i suoi progressi tecnici, bensì quello di allontanare da me un atleta di enormi ed immediate potenzialità. Sul fronte del doping internazionale, una settimana prima di Natale, il «Times» di Londra mise sotto accusa l’intera organizzazione dell’atletica; in particolare denunciò come l‘antidoping, in molti meeting ed incontri internazionali, fosse stato solo una parvenza sopravvissuta ad accordi e vincoli preventivamente assunti da atleti, dirigenti ed organizzatori. Quella stessa settimana prenatale fu esplosiva anche per quanto riguardava il doping di casa nostra. Prima la «Gazzetta dello Sport» e «Repubblica» e poi l’«Unità» e «Tuttosport», pubblicarono gli appunti di lavoro di Faraggiana.

Barra avrebbe spiegato qualche giorno più tardi in una conferenza stampa che non si trattava di una rivelazione sensazionale, perché gli stessi documenti erano già stati recapitati due anni prima a quaranta giornali italiani, e perfino al «Washington Post». Barra avrebbe potuto sparare altri numeri: dieci o cento giornali italiani o stranieri, perché la realtà era diametralmente diversa: gli appunti di Faraggiana, due anni prima, non li aveva ricevuti nessun giornale. Quelli che li pubblicarono nel dicembre 1988 ne avevano ricevuto copia solo pochissimi giorni prima.

Quella che venne descritta dai quattro-giornalisti—quattro come la campagna diffamatoria organizzata ad arte contro la FIDAL fu qualcosa di più semplice: alcuni tecnici si recarono presso le redazioni dei giornali indicati con i documenti in loro possesso e li illustrarono. L’orchestra non fu diretta da nessun editore e da nessun potere occulto, eppure avrebbe dimostrato nel tempo una forza dirompente. Le congiure non durano anni, si arenano al primo contrordine. Furono i caporedattori o, in qualche caso, singoli cronisti a visionare i documenti e a indignarsi. La campagna contro il doping e per un’atletica pulita è diventata inarrestabile, come aveva paventato Nebiolo, proprio perché è stata promossa dalla passione che ha contagiato, al di là del mestiere, una nutrita schiera di giornalisti.

Chi decise di consegnare quei documenti ai giornali non aveva mire occulte. Erano allenatori, come me‘ ed avevano capito che il salto in lungo di Evangelisti aveva aperto una falla nella credibilità della corazzata FIDAL ed era diventato possibile lanciare un attacco anche sul fronte, infinitamente più importante, del doping. Progressivamente, il movimento dei tecnici prese consistenza. Un gruppo di allenatori veneti dichiarò in una lettera inviata alla «Gazzetta dello Sport» di condividere senza riserve le mie denunce sul doping e sul salto in lungo. Si costituì un asse fra i tecnici veneti e quelli laziali. Nel giro di pochi giorni, nacque un movimento di allenatori a dimensione nazionale che avrebbe successivamente assunto un ruolo guida nella sensibilizzazione dei dirigenti delle società, presupposto indispensabile per ricostruire l’atletica dalle fondamenta.

Cinque giorni prima di Natale, in una affollatissima conferenza stampa, il presidente del CONI Gattai dichiarò: «Quanto denunciato dalla stampa è di eccezionale gravità. Noi non conosciamo quei documenti [gli appunti di Faraggiana, N.d.A.], ma crediamo alla validità del giornalismo sportivo italiano. Penso che quelle cose siano vere e sofferte, scritte non per il piacere di colpire qualcuno ma per dovere, perché il nostro sport resti pulito». Gattai manifestò quindi l‘intenzione di istituire una Commissione di indagine sul doping. Per quanto riguardava la vicenda Evangelisti, dichiarò in quella stessa circostanza: «La IMF ha espresso un giudizio tecnico inappellabile. Il CONI, purtroppo, non ha grande spazio per intervenire. Ciò non toglie che il mio dovere sia quello di salvaguardare l’immagine dello sport italiano: se si creeranno degli spazi, noi cercheremo di riempirli.» Gattai si riferiva evidentemente all‘eventualità che un dipendente del CONI inoltrasse all’ente un esposto, obbligando la giunta esecutiva a valutarne il contenuto ed, eventualmente, a nominare una commissione di indagine. Per me fu un segnale. Per la prima volta ebbi la certezza che il CONI intendeva occuparsi direttamente della vicenda. Mi mossi immediatamente. Andai dai carabinieri, che stavano proseguendo le indagini, per chiedere una conferma sulla legittimità della presentazione di un esposto al CONI, nelle more della loro istruttoria. Ottenuta via libera, elaborai un nuovo esposto, molto più ricco e puntuale di quello già inoltrato ai carabinieri a seguito delle numerose informazioni che nel frattempo ero riuscito a raccogliere. Il 31 dicembre 1987, recapitai alla segreteria generale del CONI un dossier di trentaquattro pagine. Pochi giorni dopo fu nominata una commissione d‘indagine formata da due magistrati, Paolo Salvatore e Alfonso Palladino, e da tre funzionari dell‘ente, Leonardo Mascia, Paolo Vaccari e Paolo Borghi. Il 20 gennaio trasmisi direttamente alla commissione d’indagine una integrazione di sette pagine con cui comunicai, fra l’altro, la disponibilità di Mario Biagini e Paolo Pellegrino a deporre. I due giovani giudici romani, che avevano seguito la gara del salto in lungo come ripianatori della sabbia, erano stati contattati ed incoraggiati a rivelare quanto sapevano dal giudice e consigliere regionale della FIDAL Franco Ravoni e dall’ex fiduciario provinciale dei giudici Livio Salvati. Biagini e Pellegrino, resosi conto che le informazioni in nostro possesso erano molto circostanziate e che non correvano più il rischio di non venir creduti, decisero di parlare.

Sulla base della ricostruzione dei due giudici, sintetizzai per la commissione d‘indagine quanto era accaduto in pedana nella sera del 5 settembre: «E appena finito il quinto turno di salti e sta quindi per iniziare il sesto ed ultimo con Evangelisti. In quel momento inizia la cerimonia di premiazione della gara di lancio del peso femminile. Uno dei giudici viene visto da Pellegrino infilare il prisma ottico nella sabbia, circa all’altezza di un segno posto sul bordo della buca. Ajello fa per inquadrarlo con il misura« tore ma Pellegrino scatta rapido, toglie il prisma ottico dalla sabbia e lo ripoggia sul prato. Ajello lo richiama severamente: ‘C’è una premiazione in corso, devi startene fermo”. Pellegrino resta sull'attenti, volgendo le spalle alla buca, mentre Ajello riafferra il prisma ottico e torna ad infilarlo nella sabbia. Pellegrino non si accorge dunque se l'operazione di posizionamento del prisma e di traguardare da parte dell’apparecchio Seiko venga completata prima che Evangelisti effettui il suo sesto salto».

Nel raccontarmi questi particolari, Pellegrino mi aveva anche detto di ricordare che una telecamera, posta in fondo alla buca, era rimasta ininterrottamente in funzione durante tutta la gara e che pertanto poteva aver ripreso la scena incriminata. E, vicino alla buca, C’era un microfono che poteva aver registrato i dialoghi intercorsi fra i giudici. Pensai che quelle immagini avrebbero potuto fornire la prova decisiva. Contattando la RAI, temevo, però, di compiere un passo falso. Avevo ancora dentro di me la sensazione della tacita alleanza che mi sembrava di aver colto nella famosa trasmissione del salto misurato con il Telebeam. Mi mossi con grande cautela, Alla fine decisi di telefonare direttamente a Gianfranco De Laurentis e gli chiesi di poter visionare quelle immagini. De Laurentis fu disponibilissimo e mi diede appuntamento per il pomeriggio successivo. Andai a via Teulada con Pellegrino, Biagini, Ravoni e Renato Marino. Trovammo finalmente il nastro giusto e vedemmo in anteprima quello che i telespettatori di tutto il mondo avrebbero visto di li a pochi giorni, Il 23 gennaio segnalai alla commissione d‘indagine del CONI la necessità di acquisizione della videocassetta numero 9, inizio ore 19.15, 5 settembre 1987. Aggiunsi: «L'osservazione della cassetta consente di chiarire definitivamente gli ultimi punti oscuri della vicenda.»

Il 16 febbraio consegnai alla commissione d‘indagine del CONI l’ultimo documento, nel quale avevo sintetizzato quello che poteva definirsi «il balletto delle giurie». I giudici dei Campionati mondiali erano stati suddivisi fra giurie incaricate di seguire le gare di corsa e giurie assegnate ai concorsi (salti e lanci). Queste ultime erano state ulteriormente suddivise in nove giurie, contraddistinte con altrettante lettere alfabetiche, dalla A alla H. Ad esclusione di Ajello, gli altri giudici siciliani, che avevano seguito la finale del salto in lungo maschile, erano stati precedentemente assegnati ad altre giurie, incaricate di seguire altre competizioni. Era accaduto invece che, attraverso una serie di atti successivi, essi erano stati dirottati nella giuria A, incaricata di seguire il salto in lungo. Sulla base degli elenchi ufficiali che il Gruppo giudici gare aveva compilato in epoche successive, a partire dalla primavera 1987 fino alla vigilia dei campionati, avevo, insieme con Marino e Ravoni, ricostruito la progressiva trasformazione della giuria A. Il percorso, che aveva condotto i giudici siciliani Nicitra, Lupo e Maggiari dalle giurie di provenienza fino alla giuria «A», dove li attendeva il corregionale Ajello, era stato complicato come un labirinto.

Il balletto delle giurie riguardò non soltanto la finale del salto in lungo maschile, ma anche la fase di qualificazione della stessa gara e la qualificazione e la finale del lancio del peso maschile, in cui era impegnato Andrei. La finale del peso maschile avrebbe dovuto essere seguita dalla giuria C, composta dal giudice arbitro Ronchi e da cinque altri giudici. Uno di questi, Giampiero Di Bartolomei, dichiarò alla commissione di indagine del CONI che la finale del peso fu sottratta alla giuria C all’ultimo momento e al di fuori di qualsiasi documentazione ufficiale, Il giudice arbitro Ronchi aveva chiesto spiegazioni sui cambiamenti decisi solo in extremis, senza ricevere alcuna risposta dal responsabile nazionale dei giudici, il siciliano Mannisi. Per una «strana» combinazione, la finale del lancio del peso maschile fu pertanto affidata, all‘ultimo momento, agli stessi giudici siciliani che avrebbero una settimana più tardi sovrainteso alla finale del salto in lungo maschile. Contemporaneamente allo sbrogliarsi della matassa del salto di Evangelisti e dei suoi avversari ai Mondiali, seguitava ad infuriare la battaglia sul doping. Altri atleti e tecnici fornirono nuove testimonianze, Dopo che De Vincentis e De Santis avevano manifestato la loro passata resistenza a uniformarsi alle direttive federali sull’utilizzazione massiccia degli anabolizzanti, l’ex primatista italiano di lancio del giavellotto, Agostino Ghesini, dichiarò di aver ricevuto analoghe pressioni da parte di alcuni esponenti della FIDAL. Di pressioni respinte parlò anche un altro giavellottista, Sergio Vesentini, che aveva superato in carriera gli 80 metri con il vecchio attrezzo. Vesentini, il cui nome era apparso negli appunti di Faraggiana tra parentesi, preciso che chi invece accettava poteva contare su un’assistenza medica organizzata,

Un'altra testimonianza di grande importanza fu resa dall’ingegnere elettronico Marco Barella, ex primatista italiano di salto con l’asta che riferì alcuni episodi e confermò la consolidata abitudine di raggirare l’antidoping: «Quelli che hanno fatto più antidoping, negli ultimi anni, sono stati i medici... Perché? Ma perché quando un atleta riceve il bigliettino di convocazione al test, ha il diritto di chiedere l’aiuto del suo medico e può anche farsi accompagnare al gabinetto. Cosi la pipì la fa il medico» A confermare nella sostanza la versione di Barella provvide Stefano Tilli. Anche Vittori rilancio l’accusa dichiarando al settimanale «Special»: «Ho le prove che, almeno in una occasione, sia stato addomesticato l’antidoping riempiendo le ampolle con urine di altre persone, per l‘esattezza di chi per mestiere accompagnava gli atleti nelle stanze adibite a quella funzione.»

Barella aveva parlato anche degli addomesticamenti dell’antidoping a livello internazionale: «E un grosso bluff. Mi ricordo che una volta a Montecarlo, era il 1985, incontrai in tribuna un vecchio quattrocentista che faceva opera di mediazione tra le federazioni per avere gli accordi giusti sui controlli antidoping,» E aveva risposto al cronista che chiedeva di indicargli i colpevoli: «Il marcio è in un gruppo di dirigenti e allenatori. I medici? Non penso che puoi diventare medico della nazionale se ti opponi a questi sistemi. I colpevoli sono venti, cento. Il colpevole è un organigramma: sono tutti amici, vanno a cena insieme... E fra dirigenti uno tappa le falle che ha provocato l'altro.» Questa serie di qualificate denunce contribuì a far comprendere ai mezzi di informazione e all‘opinione pubblica la grave diffusione del fenomeno doping nell’atletica italiana. I tecnici, frattanto, crearono un coordinamento nazionale con l‘obiettivo di costruire una opposizione organizzata al sistema di potere federale.

A fine gennaio ’88 giunse dalla Svezia una notizia, solo apparentemente marginale: la commissione tecnica della federazione svedese di atletica, dopo aver effettuato un’inchiesta sulla regolarità del campo di gara sul quale, durante il 1987, erano stati ottenuti risultati di grande valore nel lancio del disco dallo statunitense John Powell e dallo svedese Stefan Fernholm, aveva deciso di annullare le loro prestazioni. Si era potuto accertare che il terreno intorno alla pedana era inclinato al di là del massimo consentito, che è l’uno per mille, In quegli stessi giorni, il partito comunista organizzò un convegno sul doping che riunì parlamentari, tecnici, medici, giornalisti e raccolse anche l’adesione dei maggiori personaggi dello sport italiano, dal ministro Carraro al presidente del CONI Gattai, fino al terreo Nebiolo. Contemporaneamente due medici, Piero Modesti e Lido Mencarelli, denunciarono sulla stampa la crescente diffusione del doping fra i giovanissimi, in qualche caso incoraggiata e direttamente attuata dagli stessi genitori, spinti dal desiderio di veder vincere i propri figli.

Di li a pochi giorni, la commissione sul doping istituita dal CONI, iniziò i propri lavori ma, fin dalle prime battute, fu chiaro che il carattere d’indagine, che le era stato inizialmente attribuito, era sfumato in un più innocuo lavoro di esplorazione e accertamento dell’entità del fenomeno. Sempre alla fine di gennaio, il fascicolo raccolto dai carabinieri sulla vicenda Evangelisti arrivò sul tavolo del magistrato Antonino Vinci. Doping e salto truccato seguitavano ad intrecciarsi. Da Oslo rimbalzo la notizia dell’arresto di un campione di sollevamento pesi, il belga Eric Coppin, trovato in possesso alla frontiera con la Svezia di decine di migliaia di pillole di anabolizzanti per un valore complessivo di 400 milioni di lire. Si trattò del secondo massiccio sequestro operato a livello internazionale: il primo, di ben più ingenti proporzioni, si era verificato un anno prima in occasione dell’arresto dell‘ex campione d’Europa dei 400 metri, l’inglese David Jenkins, capo di una potente organizzazione che aveva contrabbandato anabolizzanti, dal Messico agli Stati Uniti, per un valore di centinaia di miliardi di lire. Sempre da Oslo giunse notizia di una denuncia del «Verdens Gang», il più diffuso quotidiano norvegese, sull'entrata in scena dell'ormone sintetico erythropoietina, che era in grado di aumentare le prestazioni legate alla resistenza e non era accertabile con i controlli antidoping. Mentre l‘inchiesta del CONI volgeva al termine, l'« Espresso» pubblicò il risultato della misurazione effettuata dalla Tecnobyte, mediante l’elaborazione elettronica delle immagini messe in onda dalla televisione sul famoso picchetto, o prisma ottico che dir si voglia, infilato nella sabbia da Ajello prima del salto di Evangelisti. La Tecnobyte affermò che, salvo un margine d'errore di pochissimi millimetri, il picchetto era stato collocato a metri 8.38.

ll 18 febbraio il sostituto procuratore della Repubblica Vinci convocò nel suo ufficio me, Renato Marino, sua moglie, il giudice Biagini e l’altro giudice Bertolotti. Complessivamente le nostre audizioni impegnarono il magistrato per poco più di due ore. Ad ognuno di noi chiese quasi esclusivamente se Barra fosse ricorso a minacce. Dedicò, invece, poca attenzione alla vicenda Evangelisti vera e propria. Durante la mia deposizione, entrò nell‘ufficio un distinto signore e il giudice Vinci mi invitò ad uscire. Un giornalista che attendeva fuori dalla porta mi disse che si trattava dell'avvocato Coppi, legale di Barra. Quando, all'uscita dell’avvocato, rientrai nella stanza del giudice, questi mi pose un altro paio di domande, senza riferimenti specifici a quello che era accaduto la sera del 5 settembre allo stadio Olimpico. La mia deposizione durò in tutto quarantotto minuti, compresa la pausa di un quarto d’ora per la visita dell‘avvocato di Barra. Il giudice Bertolotti venne ascoltato per otto minuti, il giudice Biagini per cinque minuti, Renato Marino per dieci minuti, sua moglie per quasi un’ora.

Antonino Vinci, che un mese prima aveva già sollecitato in tal senso l’ufficio istruzione della Procura, chiese l’archiviazione del procedimento penale sul caso Evangelisti. Il 26 febbraio, mentre la commissione Evangelisti affrontava la parte conclusiva dei lavori, l’altra commissione del CONI — quella esplorativa sul doping — ascoltò Vittori, Faraggiana e me. Intanto il movimento dei tecnici e dei dirigenti societari rafforzava progressivamente la propria rete organizzativa e si preparava all’assemblea nazionale.

Dal caso Evangelisti al doping italiano. Dal doping italiano al doping internazionale. Da ogni parte del mondo venivano denunciati episodi e svelati retroscena. Il medico statunitense Robert Kerr, rispondendo ad una domanda specifica sui controlli antidoping nel corso di un‘intervista rila» sciata a Giampaolo Ormezzano per la «Stampa», esclamò: « Via, sono sempre in ritardo rispetto ai sistemi per doparsi, La lista degli atleti scoperti colpevoli ai Giochi di Los Angeles è ridicola: penso che in certe discipline il 95% degli atleti erano da squalificare, secondo le regole del cro.» E Ormezzano commentò: «E invece siamo all'uno per mille.» Kerr spiegò molte altre cose e cosi tratteggio, fra l’altro, l'escalation delle posologie utilizzate dagli atleti: «L'atleta è stupido; se gli prescrivi quattro pillole al giorno di Dianabol, lui pensa che con otto ottiene risultati migliori, Poi con sedici.»

Alla meta di marzo, Conconi fu contattato da De Merode per entrare a far parte della commissione medica del CIO. Qualche giornale commentò che la notizia era sorprendente e sconcertante. Anch’io la trovai curiosa. Era davvero curiosa l‘idea che il principe De Merode chiedesse aiuto a un grande esperto del settore. Il 25 marzo furono resi noti i risultati della commissione del CONI. I commissari avevano svolto un lungo lavoro, ascoltando decine di testimoni, acquisendo moltissimi documenti, esaminando immagini fotografiche e televisive. Con un tempismo perfetto la FIDAL diffuse, quarantotto ore prima che la giunta esecutiva del CONI comunicasse le proprie decisioni, il testo con il quale la Procura generale della Corte d’appello di Roma aveva vistato la richiesta di archiviazione inoltrata dal pubblico ministero Antonino Vinci. Vi si leggeva, fra l’altro: «Un eventuale preordinato disegno di alterazione dei risultati appare obiettivamente di difficile attuazione, in considerazione delle garanzie per la genuinità delle rilevazioni, presenza di più arbitri, supervisione di un arbitro internazionale, presenza di altri atleti.» ll pubblico ministero aveva aggiunto che «sulla base delle risultanze delle indagini di polizia giudiziaria, non è emerso il benché minimo elemento sul quale poter fondare un sospetto di tale genere; che deve inoltre rilevarsi come i fatti esposti dal Di Donato non abbiano trovato alcun riscontro obiettivo né abbiano per lo più ricevuto conforto sostanziale nelle dichiarazioni rese alla RGÀ da quanti indicati dall’esponente come persone a conoscenza di dolose alterazioni dei risultati conseguiti da Evangelisti.»

Mi fece una strana impressione la distrazione del giudice istruttore, che mi aveva chiamato «Di Donato» nonostante che il mio cognome fosse in quei giorni continuamente citato su tutti i giornali. La stessa sera in cui la FIDAL diffuse le risultanze della Procura della Repubblica di Roma, mi telefonarono molti giornalisti chiedendomi un commento. Risposi a tutti che si commentavano (la sole e che temevo potessero condizionare i commissari del CON! e la stessa giunta. Il giorno successivo mi accorsi però che la notizia era stata inserita fra le «brevi» e trattata con benevola sufficienza.

Il 25 marzo la giunta del CONI rese note le proprie conclusioni

«1. La misura del salto in lungo di metri 8.38, attribuita a Giovanni Evangelisti, non corrisponde a quella effettivamente raggiunta dall’atleta.

2. L’errore di misurazione non può farsi risalire a errore delle apparecchiature elettroniche perfettamente funzionanti

3. L’errore è da attribuire ad attività posta in essere dai soggetti individuabili alla luce delle risultanze istruttorie.»

La giunta dispose inoltre di inviare relazione e atti dell‘istruttori:

«a. al segretario generale del CONI perché promuova provvedimento disciplinare nei confronti del signor, Luciano Barra per le gravi violazioni emergenti a carico dello stesso;

b. al capo del servizio personale perché promuova provvedimento disciplinare nei confronti del signor Alessandro Donati per le trasgressioni dei doveri derivanti dal rapporto di pubblico impiego a carico dello stesso;

c. al presidente della FIDAL, ai fini dell‘azione disciplinare nei confronti dei tesserati signor. Enzo Rossi, Marco Mannisi, Paolo Giannone, Francesco Bertolotti, Tommaso Ajello e Sergio Maggiari per le gravi trasgressioni che emergono a loro carico.»

Subito dopo il verdetto, alcuni giornalisti mi chiesero di commentare le risultanze della commissione. Si attendevano probabilmente che non ne fossi entusiasta e manifestassi loro le mie riserve; al contrario espressi il mio compia. cimento. Ero infatti venuto a conoscenza delle enormi pressioni alle quali era stata sottoposta la commissione e avevo temuto una conclusione analoga a quella del pubblico ministero Antonino Vinci. Mi sforzai di non tener conto della censura comminatami, anche se naturalmente la consideravo quantomeno singolare.

Alcuni giorni dopo, il presidente del CONI Gattai mi chiamò nella sua stanza e mi ringrazio per il contributo offerto al chiarimento di una vicenda così grave. Mi ringrazio anche per la pacatezza con cui avevo reagito alla censura. La motivazione del provvedimento a mio carico sosteneva che, quale dipendente del CONI, una volta venuto a conoscenza dell'illecito, avrei dovuto, anziché rivolgermi ai carabinieri, inoltrare l’esposto all’ente immediatamente, e non dopo alcune settimane. Ho già spiegato come la mia fosse stata una strada obbligata. Alla luce di quanto è avvenuto, debbo, però, riconoscere di aver corso il grave rischio di veder svanire nel nulla la mia denuncia.

La commissione del CONI, a dispetto dei condizionamenti e delle istanze insabbiatrici provenienti da più parti, riuscì a sintetizzare in un quadro esauriente i fatti. Aggiungendo indizi e testimonianze per settimane e mesi, ero giunto a delineare una sceneggiatura della combine notevolmente più approfondita e precisa di quella che avevo in mente alla fine dei Campionati mondiali ed anche al momento della denuncia ai carabinieri. Anche da questo punto di vista, la censura mi era sembrata un nonsenso. Mi ero trasformato, unitamente ad altri amici, in un investigatore per mettere insieme un puzzle, del quale fin dall’inizio conoscevano meglio di me la trama molte altre persone. Anche dipendenti del CONI. Che, però, avevano taciuto.

RE JOHNSON SPODESTATO DAL DOPING

A quarantotto ore di distanza dal verdetto della commissione d’indagine, recepito come proprio dalla giunta del CONI, Luciano Barra rassegnò le dimissioni da segretario generale della FIDAL. Fino a quel momento Barra aveva rappresentato per la federazione la più florida fonte di idee e di iniziative. Con la sua uscita di scena, veniva definitiva mente a mancare la persona che era stata capace di accollare su di se non soltanto i propri errori ma anche quelli di altri. Barra era riuscito, di fronte all’incalzare dei sospetti e delle accuse, a impersonare l’unico tentativo di difesa articolato e ragionato sia sul salto di Evangelisti sia sul doping, avventurandosi continuamente in spericolate spiegazioni. Alcune settimane prima, a scandali già esplosi, un suo amico era ’venuto a dirmi, senza timore di cadere nel paradosso: «Ma non credi che proprio Barra potrebbe diventare l'alfiere di una rifondazione dell’atletica?» Avevo sorriso senza rispondere. Quante volte durante gli ultimi tre anni Bellotti ed io avevamo affidato a Barra le nostre speranze di soluzione per i problemi più gravi, come, ad esempio, quelli della diffusione del doping e del crollo del reclutamento giovanile. Solo Barra, probabilmente, ne avrebbe avuto la capacità in federazione. Al contrario del segretario, Rossi ed i giudici restarono provvisoriamente al loro posto.

Le vicende si intrecciavano ad un ritmo sempre più incalzante. A Vicenza si era tenuta l'assemblea nazionale del movimento dei tecnici, alla quale avevano partecipato trecento allenatori che per delega ne rappresentavano più di mille complessivamente. Dall’incontro era scaturito un documento che, oltre a sintetizzare la posizione degli alle natori rispetto ai problemi sul tappeto, indicava la strada del dialogo con i dirigenti delle società come l’unica capace di consentire una radicale trasformazione dei metodi di gestione dell’atletica italiana. In quella assemblea, insieme con Vittori e Tordelli, presero la parola altri tecnici di prestigio che si erano più volte segnalati per le loro posizioni controcorrente, come Gaetano Dalla Pria, Carlo Venini, Adolfo Rotta e soprattutto tanti giovani allenatori, portatori di un modo nuovo e più libero di interpretare la professione,

Quel giorno, per la prima volta, mi convinsi che avevamo intrapreso una battaglia concreta. Il ritrovarmi in mezzo a tanti colleghi allenatori mi fece dimenticare, come per incanto, tutta la fatica e le amarezze accumulate. Finalmente l'ostinazione di pochi diveniva un’istanza collettiva di rinnovamento. Il ministero della Sanità trasmise, in quegli stessi giorni, alla federazione degli Ordini dei farmacisti, una lettera circolare, con preghiera di recapitarla a tutti i titolari delle farmacie italiane, con la quale condannava l’uso di farmaci «per il presunto potenziamento dell‘energia muscolare e per il mascheramento di uno stato di fatica» nell‘attività sportiva, In particolare, venivano citati gli anabolizzanti, gli stimolanti, i corticosteroidi e la somatotropina. Per questi prodotti: «la vendita doveva avvenire solo ed esclusivamente dietro presentazione di ricetta medica. L’indica» zione da parte del medico di un numero di confezioni superiore all’unità escludeva la ripetibilità della ricetta stessa.» Sarebbe stato un altro piccolo passo avanti nella lotta al doping, se la circolare non fosse stata disattesa da molti farmacisti, come dimostrarono alcuni sondaggi effettuati da quotidiani e periodici. Persino l’Associazione nazionale dei medici di famiglia sarebbe intervenuta, di lì a qualche mese, per segnalare l‘ondata crescente delle richieste di steroidi anabolizzanti provenienti sia direttamente dai giovani praticanti sportivi sia attraverso l’intermediazione dei loro genitori.

Il PCI chiese le dimissioni del presidente Nebiolo. I giornali attesero che gli organi disciplinari della FIDAL decidessero le sanzioni da comminare ai tesserati, indicati come colpevoli dalla commissione d’indagine del CONI. Dagli USA rimbalzarono gli echi delle dichiarazioni rilasciate da due sprinter americane di grandissimo valore: Evelyn Ashford e Gwen Terrence: «L’atletica statunitense è il più grande centro del doping. La federazione USA e i dirigenti internazionali devono prendere provvedimenti severi. Fin qui troppi hanno fatto finta di non vedere. La federazione statunitense rispose con un comunicato di stile nebioliano: «Siamo perfettamente in regola.»

Ad Ottawa, in Canada il dottor William Stanisch affermò che l’abuso di sostanze prescritte per migliorare le prestazioni atletiche aveva raggiunto proporzioni epidemiche, comprendendo anche ragazzi di 14-15 anni: «Penso che dovremo rileggere la carta olimpica e capire che si rischia di non avere più Olimpiadi pulite.» Due settimane dopo le dimissioni di Barra, il consiglio federale «prese atto delle dimissioni» anche del commissario tecnico Rossi e di quattro dei giudici sotto accusa, Mannisi, Giannone, Ajello e Maggiari. Giannone dichiarò a Leandro De Sanctis del «Corriere dello Sport»: « L’imbroglio c’è stato, me ne sono convinto anch’io; io, però, non c’entro e mi batterò perché venga riconosciuta la mia innocenza.»

Sul fronte della lotta al doping, fu per una volta la FIDAL a lanciare un segnale: ai campionati italiani indoor venne riscontrata la positività di un ostacolista. L’anticipazione fu fornita da un-giornalista—uno, Giorgio Reineri sul «Giorno»: «Secondo indiscrezioni, un atleta sarebbe risultato positivo ai test antidoping effettuati in occasione dei campionati di atletica indoor, lo scorso febbraio a Firenze [due mesi prima, N.d.A.]. Ieri sono state eseguite, nei laboratori di Roma, le contro analisi. Chi è l’atleta in questione? Impossibile conoscere il nome. Pare, ad ogni modo, trattarsi di tesserato per società militare di recente costituzione.» Il giorno successivo Reineri aggiunse: «Ecco la conferma della notizia datavi ieri: l’atleta dopato è delle Fiamme Azzurre, il club militare che ha Mennea per vicepresidente e il signor Marino come direttore tecnico, Marino, il moralizzatore? Sì, proprio lui: lo diceva già tale Orwell che i moralizzatori dovrebbero, per prima cosa, dimostrare di essere innocenti. E adesso è venuto il tempo, per Marino, di provarlo.»

Per provarlo, Renato Marino attese solo poche ore: il tempo di recarsi dal presidente delle Fiamme Azzurre e di sollecitare i provvedimenti da adottare nei confronti dell’atleta. Al termine del colloquio il presidente emise un comunicato con il quale l’atleta veniva definitivamente estromesso dal gruppo sportivo. ll lato singolare della vicenda fu che il club venne contattato da qualche esponente federale nel tentativo di mitigarne la reazione, ma non si lasciò condizionare. Chi aveva tentato di lanciare un siluro contro Marino e contro la prima società che aveva istituito in Italia i controlli antidoping a sorpresa, venne accontentato.

Venti giorni dopo il verdetto del CONI sulla vicenda Evangelisti, si riunì a Londra il consiglio della IAAF. Alla luce dei regolamenti in vigore, Nebiolo sollecitò la conferma del risultato della gara. Fu nominato un sottocomitato tecnico con il compito di approfondire il problema. Mentre Nebiolo si era, di buon mattino, allontanato dal consiglio per essere sul podio, accanto alla principessa Lady Diana. alla partenza della maratona di Londra, il sottocomitato si riunì e giunse rapidamente a conclusioni diametralmente opposte a quelle auspicate da Nebiolo. Quando il presidente, tornato al Park Lane, dove erano riuniti i membri del sottocomitato, fu informato della decisione di annullare l’ultimo salto di Evangelisti, in considerazione dell’eccezionalità delle circostanze che giustificava una deroga ai regolamenti, dovette fare buon viso a cattivo gioco.

La medaglia di bronzo fu assegnata a Larry Myricks. Perla prima volta in tutta la storia dell’atletica mondiale era stato annullato un risultato acquisito sul campo, La FIDAL era rimasta sola con il proprio imbroglio, come titolò l’<< Unità». Elio Trifari commentò sulla prima pagina della «Gazzetta dello Sport»: «E evidente che tutto ciò è potuto accadere grazie alla forza dirompente della verità, quella verità negata e irrisa per mesi e che è esplosa, giorno dopo giorno, travolgendo cortine fumogene e grandi manovratori, superando quegli ostacoli che prima la FIDAL, poi la stessa IAAF, avevano frapposto sulla strada dell‘accertamento dei fatti.»

In quello stesso giorno di metà aprile, giunse da Brescia una notizia sconvolgente: un ragazzo di diciotto anni che, in vista degli esami di maturità, voleva aumentare il rendimento scolastico, era morto per le complicazioni di una autotrasfusione: prima una epatite iperacuta e, infine, una emorragia cerebrale. Mi tornarono in mente, come uno schiaffo, le parole rassicuranti di chi aveva descritto l’autoemotrasfusione come una procedura innocua, in molti casi consigliabile, oltre che opportuna. Quello di Brescia resta un drammatico episodio, emblematico delle suggestioni che il doping sportivo aveva diffuso a larghissimo raggio. All‘inizio di giugno, Enzo Biagi intervistò l’onorevole Ceci Bonifazi e me per la trasmissione televisiva «Il caso»

A metà giugno, Giuliano Ferrara dedicò al doping e alla vicenda Evangelisti una puntata di «Il testimone». In oltre due ore intense di immagini e discussioni, più di tre milioni di telespettatori poterono conoscere e approfondire due aspetti, per una volta non trionfalistici ed edificanti, dello sport italiano. Il caso Evangelisti era già stato risolto e se ne poteva discutere a mente serena. Con mente serena e assoluta convinzione il giornalista Vanni Loriga, in appoggio a Rossi, spiegò in diretta che l’«aiuto» assicurato a Evangelisti era stato solo una sorta di risarcimento per i guai fisici che l’atleta aveva patito alla vigilia dei Mondiali... Uno spettacolo nello spettacolo fu offerto da Pavoni, che improvviso uno show assolutamente fuori programma girando in preda all’eccitazione per lo studio televisivo ed implorando i presenti di trovare qualche ricetta miracolosa per farlo Vincere sempre.

Beniamino Placido commentò la trasmissione sulla sua rubrica «A parer mio» della «Repubblica». Gioco amabilmente con la nozione concreta di sabbia e quella concettuale di negazione per comporre il quadretto di certi «giornalisti e dirigenti sportivi che la testa nella sabbia un pochino vorrebbero metterla» e che «confessano» ogni volta che insistono in una negazione. La dirigenza FIDAL era lacerata. Il mandato quadriennale dei consiglieri federali e del presidente era prossimo alla scadenza. Si era aperta una campagna elettorale che, come sempre, doveva fare i conti con uno statuto deliberatamente antidemocratico.

Per la prima volta dopo vent’anni, si era progressivamente costituita una opposizione elettorale che si contrapponeva in modo radicale alla gestione di Nebiolo e di quella schiera di consiglieri federali che, abbarbicati alle loro poltrone, si erano per venti anni limitati ad annuire, Il movimento, che aveva scelto come proprio slogan « Per un‘atletica più pulita», adottò il campione olimpico di Roma Livio Berruti come simbolo della propria battaglia e come candidato alla presidenza.

Carlo Venini, un anziano tecnico conosciuto nell’ambiente da alcuni decenni per la sua attività di allenatore e per il suo pregiudiziale rifiuto di qualsiasi compromesso sleale, rivelò un carisma insospettato e contribuì, in misura determinante, a dare alla nostra azione un’impronta concreta anche sul piano nazionale. Senza di lui e senza Berruti, Nebiolo starebbe ancora in sella a ridere del nostro sterile idealismo. Venini riuscì a calamitare la stragrande maggioranza delle società lombarde intorno a poche, semplici e chiare idee di rinnovamento. La Lombardia divenne in questo modo la regione guida del movimento capeggiato da Berruti. Grandi spazi si aprirono anche nel Veneto, nell’Emilia Romagna, nelle Marche, nel Lazio e in Campania.

Alla fine di luglio la commissione CONI del doping concluse i suoi lavori. Le risultanze furono sintetizzate in un documento di grande respiro e di sacrosanti principi che non preoccupo né irritò nessun dirigente e nessun componente dello staff medico federale. Sul fronte elettorale della FIDAL, dopo Berruti e Nebiolo, scese in lizza come terzo candidato alla presidenza il fiorentino Giuliano Tosi, vicepresidente in carica e dirigente federale da più di vent’anni.

Il CONI mi aveva nel frattempo notificato la censura, più volte caldeggiata dai quattro-giornalisti-quattro e da loro legittimamente salutata con esplicita soddisfazione. Il resto della stampa considerò quella censura con ironica sufficienza, lo l’avevo già messa in preventivo come una ineluttabile necessità degli equilibri politici e cercai di non farmi sopraffare dall’amarezza. Del resto, solo otto mesi prima il segretario della FIDAL aveva cercato di indurre il CONI a mezzi di dissuasione sensibilmente più pesanti. Il presidente del CONI Gattai, da parte sua‘ sarebbe tornato sulla censura inilittami in occasione di un‘audizione presso la commissione di indagine parlamentare sul doping e ne avrebbe minimizzato la portata: «Donati è stato un personaggio estremamente utile allo sport italiano perché è servito a Fare pulizia non soltanto nel campo del doping, ma anche in quello dell’atletica leggera, per quanto concerne la tristissima vicenda del salto di Evangelisti. Tutto il mondo dello sport è grato a Donati [su questo seguito a nutrire più di un dubbio!] ed io gli ho espresso la mia gratitudine personalmente, perché l’ho ricevuto e ringraziato nel corso di un nostro incontro. Ciò non toglie - lo ricordo per dovere di obiettività - che, nel momento in cui si assumevano determinati provvedimenti punitivi nei confronti di tutti i protagonisti della vicenda non si poteva ignorare che anch’egli aveva violato la clausola compromissoria; pertanto, almeno una modesta censura dovevamo infliggergliela, proprio per evitare che si supponesse una nostra strumentalizzazione. Per evitare questo tipo di polemiche, abbiamo adottato provvedimenti assolutamente oggettivi, per cui non si poteva fare a meno di colpire, in maniera molto modesta, anche Donati.»

Preso da tante battaglie, accantonai in fretta la censura. Anche Sabia contribuì a distogliermi guadagnando, quasi in extremis, la convocazione per Seul tornando dopo quattro anni, nel meeting internazionale di Rieti, a prestazioni di grande valore. A Seul, i Giochi furono preceduti da un convegno scientifico internazionale, in cui si affrontò il problema della droga nello sport. Per l'Italia il relatore fu Francesco Conconi. Raccontarono i giornali: «Lo scienziato ferrarese ha spiegato che l’emotrasfusione può procurare vantaggi in un'attività sportiva che abbia tempi di impiego dai tre ai quindici minuti [ma non aveva detto, in passato, che l‘emotrasfusione non procurava alcun vantaggio e serviva solo a curare gli anemici? [N.d.A.]. Lo scienziato italiano ha concluso, fra gli applausi, esprimendo la speranza che tutto il doping venga stroncato in tempi più o meno brevi.»

La sua presenza nel villaggio olimpico e nei campi di gara generò, invece, una strana fobia nei tecnici e nei dirigenti di vari sport, che Alfio Caruso descrisse nei dettagli sulla «Gazzetta dello Sport»: <
Sabato 24 settembre, dopo alcuni turni eliminatori alquanto incolori, Ben Johnson esplose nella finale dei lOO metri. Carl Lewis, Linford Christie e Calvin Smith, cioè il gotha della velocità mondiale, furono battuti, quasi umiliati. Johnson uscì dai blocchi con la prontezza e la potenza spaventosa di cui era accreditato, ma questa volta conservò integralmente l‘abissale vantaggio nella seconda parte della gara. 9”79, vale a dire il nuovo record mondiale, valsero all‘impresa i toni della leggenda.

Ventiquattro ore dopo, il suo medico, consigliere ed amico Jamie Astaphan spiegò ai giornalisti di tutto il mondo come fosse riuscito a fare di Johnson un imbattibile superman: «Ho seguito quasi più lui dei miei figli .. Quando la madre me l’ha portato a quattordici anni, era magro come questo dito... Ben è il primo uomo bionico... L’abbiamo costruito pezzo per pezzo, rendendo potente ogni sua fibra muscolare. Ho speso tanto tempo con Charlie Francis [l‘allenatore] per arrivare a questo punto. Adesso mi sento come svuotato, esausto...» Johnson, al contrario, era diventato sempre più pieno e vigoroso, il dottor Astaphan parlò, in quella occasione, di una parte soltanto delle sue fatiche «scientifiche». Non fece infatti alcun accenno alle contemporanee costruzioni, pezzo per pezzo come un meccano, della velocista Angella Issajenko, dell’altro sprinter Desai Williams e dell’ostacolista Mark Mc Koy Per modestia, probabilmente.

Erano passate poche ore dalle dichiarazioni di Astaphan quando, dal laboratorio antidoping, filtrarono le prime voci relative a Johnson che furono raccolte da un’agenzia di stampa francese: <
L‘Olimpiade di Seul divenne l’Olimpiade del doping, o meglio, l‘Olimpiade della lotta al doping. Una lotta ingaggiata, per la verità, senza esclusione di colpi, solo contro gli sconosciuti e poco sponsorizzati campioni del sollevamento pesi e soffocata, invece, da forze superiori nei confronti dei divi dell’atletica. Alle spalle di Jonhson, fu trovato prima positivo e poi un po’ positivo e un po’ negativo, Linford Christie, medaglia di bronzo e neoprimatista d‘Europa. Alla fine se la cavò con un’ininfluente tirata d‘orecchi.

Della soave Florence Griffith non ci si limitò a descrivere la corsa travolgente, le lacrime e i sorrisi. Ai suoi sistemi «integrati» accennarono variamente alcune sue avversarie, come ad esempio Evelyn Ashford, ed alcuni atleti di specialità diverse, come il campione olimpico degli 800 metri a Los Angeles Joacliim Cruz. Delle strane fattezze di Florence Griffith scrisse persino Giorgio Bocca sulla prima pagina di «Repubblica». Tecnici qualificati, come Vittori, sottolinearono l’inverosimiglianza di una carriera consumata interamente ai margini dell’eccellenza e poi improvvisamente proiettatasi, una volta oltrepassata la soglia, non più verdissima, dei ventinove anni, oltre l'orbita del genere femminile. Florence Griffith, a dispetto delle impressionanti fasce muscolari accumulate in un solo anno, uscì indenne dall’antidoping coreano. Un asso del decathlon, il tedesco dell‘Ovest Jurgen Hingsen, si fece estromettere fin dalla prima gara, i 100 metri, per false partenze. Qualcun altro imboccò anzitempo la via di casa, rinunciando a gareggiare, in questo modo l‘atletica poté limitare i danni, in verità già disastrosi per effetto dell’unica positività punita, quella di Johnson.

Le caratteristiche della positività di Johnson a Seul consentirono agli esperti di affermare che l’assunzione di anabolizzanti era avvenuta in un arco di tempo piuttosto esteso. Si sospetto immediatamente sulla efficacia del controllo antidoping a cui era stato sottoposto Johnson, poco più di un mese prima. in occasione del meeting internazionale di Zurigo. Lo staff di Johnson cercò di accreditare la tesi di una macchinazione ordita dalla mano sconosciuta che aveva premurosamente offerto una bevanda al campione prima della gara L’aneddoto della bibita drogata era stato recitato, negli anni settanta, un’infinità di volte dai faticatori della bicicletta, lungo le strade infuocate del Tour de France o del Giro d‘Italia. Ogni volta che erano incappati nell’antidoping, si erano aggrappati al salvagente di una borraccia galeotta, offerta da uno sconosciuto lungo i tornanti del Tourmalet o dello Stelvio, proprio quando più acute erano la fatica e la sete.

La storia della borraccia, riferita al clan presuntuoso e super efficiente che circondava Johnson, apparve goffa. Quattro mesi dopo, in un Canada scosso dalla disavventura coreana di Johnson, il governo deciderà di fare chiarezza ed aprirà una indagine. Ma già nel paese erano circolate nuove circostanziate accuse su Johnson e sul suo clan. La fonte dei definitivi elementi di accusa fu il cuore dello stesso staff di Johnson: il suo allenatore Francis e la sua compagna di allenamento e di iniezioni Angella Issajenko. Francis, chiamato a deporre dalla commissione di indagine parlamentare, si trovò nell’impossibilità di continuare a negare e scelse di vuotare il sacco: illuminò un angolo del doping, quello abitato per anni dagli sprinter canadesi, Per chi, come me, ha frequentato a lungo l’ambiente dell’atletica internazionale, l‘angolo messo a soqquadro fu solo una parte, scontata ed infinitesimale, dell'universo del doping sportivo, ma peri non addetti ai lavori le rivelazioni furono sconvolgenti.

Francis, incalzato da circostanze obiettive come le tracce di stanozolol riscontrate a Seul sul suo «fenomeno», le rivelazioni di Angela Issajenko, la fuga precipitosa di altri atleti del suo gruppo, le accuse di medici e tecnici canadesi, si arrese o, forse, cinicamente pensò che non fosse più conveniente negare. Giorno dopo giorno, le sue deposizioni riempirono le pagine dei verbali della commissione d’indagine e i taccuini dei giornalisti di tutto il mondo. Francis rivelò che Johnson si era drogato fin dall’inizio della sua carriera. Che lui stesso lo aveva drogato. Ricostruì l’evoluzione delle terapie, a base di steroidi anabolizzanti e di ormone somatotropo, da una prima fase artigianale e quasi familiare, a quella «scientifica» del dottor Astaphan, Ben Johnson, imparando progressivamente a destreggiarsi fra ormoni, farmaci di copertura, curve di scomparsa dalle urine e antidoping compiacenti, aveva potuto sfrecciare trionfalmente sulle piste di tutto il mondo nelle più importanti manifestazioni internazionali. Era drogato anche in occasione dei campionati del Mondo di Roma. I 9”83, impiegati dal giamaicano-canadese nello stadio Olimpico di Roma, erano stati il frutto non di una pista più corta o di un trucco nel cronometraggio elettronico, come pure aveva sospettato qualcuno, ma degli steroidi anabolizzanti, E mia convinzione che il valore reale di Johnson, senza doping, sia calcolabile intorno ai 10"20.

Le rivelazioni di Francis non mi sorpresero minimamente. Era tutto quello che mi aveva confidato Pierfrancesco Pavoni un anno prima. Francis dichiarò, fra l’altro, che al largo di Seul i sovietici avevano ormeggiato una nave appositamente attrezzata per effettuare controlli antidoping preventivi sui propri atleti e verificare, minuto per minuto, che il mascheramento delle positività non mostrasse crepe. Per gli atleti trovati positivi dal laboratorio navigante, erano state prefabbricate la diagnosi e la prognosi sufficienti a far loro disertare le gare olimpiche La rivelazione di Francis fu interpretata da qualcuno come il tentativo di colpire alla cieca nel mucchio, per screditare l'intero sistema e riuscire cosi a mimetizzare le proprie responsabilità, ma anche questa affermazione sarebbe poi stata clamorosamente confermata direttamente dall'URSS. La rivista giovanile sovietica «Smena» avrebbe infatti rivelato che la nave Mikhail Sliolokhov era rimasta ormeggiata al largo di Seul per tutta la durata dei Giochi. Attrezzata non per lo spionaggio, ma con un laboratorio antidoping da due milioni e mezzo di dollari: «Sveliamo tutto questo per dare un contributo alla denuncia ed alla soluzione del problema doping; abbiamo raggirata il controllo antidoping di Seul.»

Un altro angolo della caverna, sensibilmente più grande di quello canadese, era stato inquadrato, seppure solo di sfuggita. Vi si intravedevano donne mascolinizzate e rese sterili dai trattamenti ormonali, uomini divenuti impotenti o colpiti da gravi patologie al rene e alla prostata, atleti costretti a drogarsi per non essere estromessi dalla squadra nazionale. Tanti altri angoli della caverna restavano ancora nascosti nel buio. Eppure Kerr a Los Angeles aveva fornito la chiave e gli strumenti per esplorare l’antro.

Eppure David Jenkins, che con gli steroidi anabolizzanti si era arricchito e si era autodefinito, al cospetto di un tribunale statunitense, un criminale, aveva chiaramente detto che i due terzi dei campioni di atletica leggera presenti a Seul erano drogati. Eppure il dottor Astaphan aveva affermato che lontano dal doping a Seul erano rimasti solo i rappresentanti di qualche sperduto paesino del terzo mondo, Da anni, chi avesse voluto, avrebbe potuto aprire la caverna del doping nella sua estensione mondiale. Ma chi ne aveva interesse? Non certo i dirigenti della federazione mondiale di atletica, dediti in quegli stessi anni a montare un’impalcatura, via via più complessa, di sponsorizzazioni, diritti televisivi, relazioni diplomatiche, fondazioni fantomatiche e di comodo.

La soluzione poteva arrivare da fuori delle organizzazioni sportive, dalla società civile: dalle indagini governative, dalle leggi speciali, dagli organismi sanitari extrasportivi nazionali ed internazionali, dal sistema educativo scolastico, dai politici e dagli intellettuali, nell'eventualità che questi ultimi si fossero accorti che lo sport è un fenomeno sociale e non solo il grande baraccone dove la domenica si esibiscono i moderni gladiatori. Per tornare a Jonshon, Francis ha dichiarato: «Non utilizzavamo più lo stanozolol da molto tempo, lo avevamo sostituito con altri tipi di steroidi anabolizzanti, per cui non capisco come Ben possa essere risultato positivo al controllo per questa sostanza.»

Una volta rotti gli argini della confessione, Francis non aveva alcun interesse a mentire su questo punto specifico. Due ipotesi possono spiegare il mistero. La prima è che Johnson, accuratamente «svuotato» di qualsiasi traccia di steroidi‘ sia rimasto effettivamente vittima dell‘iniziativa dolosa di qualcuno che voleva incastrarlo .L’altra ipotesi, più banale, è che i «movimenti» farmacologici intorno a Ben Johnson fossero divenuti cosi vorticosi e incrociati da sfuggire al controllo dello stesso Francis. Il pre scrittore e l'iniettore di steroidi erano stati una volta Francis, una volta Astaplian, una volta Matuszewski; e in qualche sporadica occasione Johnson aveva accettato i consigli di personaggi estranei al suo staff.

Verosimilmente, quindi Johnson scontò a Seul le difficoltà che Astaphan progressivamente incontrava nella sua attività di coordinatore farmacologico. L’organico del l’equipe sanitaria era diventato estremamente flessibile. Qualcuno, che si era infiltrato approfittando della confusione dei ruoli, avrebbe potuto provocare, deliberatamente o accidentalmente, la positività di Johnson. Per una coincidenza che potrebbe non essere fortuita, Astaphan si era formato professionalmente alla scuola bulgara, che si era trovata particolarmente a mal partito coni sistemi antidoping attuati a Seul. Per una volta, i maghi del doping sarebbero stati anticipati dai controllori. Qualunque delle ipotesi dovesse risultare veritiera, è certo che si trattò di un incidente di percorso assolutamente casuale, in alcun modo collegabile a un piano coordinato di lotta al doping che avrebbe presupposto l’organizzazione di un sistema di controlli, incrociati e a sorpresa, da attuare nei periodi più sospettabili dell’anno.

NEL SEGNO DI LIVIO BERRUTI

Ai primi di ottobre, la FIDAL insediò la propria commissione giudicante per appurare «le responsabilità dei personaggi implicati nel caso del salto allungato di Evangelisti.» I primi ad essere ascoltati furono i due giovani giudici romani Biagini e Pellegrino. A distanza di più di un anno, la FIDAL mostrava di voler prendere in esame il problema. Si trattava del secondo cambio di tendenza dopo l‘annunciato progetto dei controlli antidoping a sorpresa? L’assemblea nazionale per il rinnovo del consiglio federale e del presidente era ormai prossima, mancavano circa due mesi, e molti sospettarono che l’insediamento della commissione giudicante sul caso Evangelisti fosse nient‘altro che una manovra elettorale del gruppo Nebiolo, I fatti dimostreranno che non fu neppure quello; si trattò solamente dell’ennesima, contingente ed un po’ sciocca boutade, che si sarebbe spenta nel nulla ritorcendosi contro chi l’aveva promossa e dimostrandone la reale mancanza di volontà e capacita di cambiamento. Cosi come i controlli a sorpresa non vennero mai effettuati, la commissione giudicante non arrivò mai in porto, anzi non navigò neppure. I primi giorni di novembre videro il gruppo nebioliano tenacemente impegnato a contrastare la preoccupante affermazione in molte regioni dell’opposizione, raccolta intorno a Livio Berruti, Piovvero su numerosissime società contributi straordinari, elargiti da un Nebiolo ormai convertito alla valorizzazione del tessuto periferico dell’atletica.

Da una parte il gruppo di Berruti portò avanti le proprie idee di rinnovamento e di rifiuto della corruzione, dall’altra il gruppo di Nebiolo, meno idealisticamente ma più concretamente, trasmise scampoli di gratificazioni economiche a «quei poveri dirigenti e tecnici appassionati della periferia che compiono un lavoro oscuro e meritoria.» Ai primi di novembre però una persona altrettanto concreta, quale il terzo candidato alla presidenza Giuliano Tosi, pose a Nebiolo ed al suo staff una domanda molto imbarazzante. Chiese quale fine avessero fatto le entrate pubblicitarie incassate dalla Insport, la società milanese alla quale la FIDAL aveva assegnato la gestione dell'immagine e della pubblicità della federazione. Domandò Tosi: «Durante quasi dieci anni, quanti soldi abbiamo incassato come FIDAL. Come sono stati spesi? Chi ha deciso di spenderli? Dove sono le delibere del consiglio federale necessarie per una iniziativa economica quale quella intrapresa con la Insport?» La FIDAL rispose con un comunicato che l‘accordo con la Insport non comportava alcun versamento in denaro se non al termine, fissato al 31 dicembre 1988, sotto forma di conguaglio.

La risposta venne giudicata dai mezzi di informazione quantomeno singolare, specie considerando che c’erano tutti gli indizi per sospettare un movimento di denaro annuo di diversi miliardi. La faccenda Insport deflagrò nel pieno di una campagna elettorale già di per se arroventata. Da una parte la Lombardia, che rappresentava il venti per cento dei voti nazionali, manifestò il suo pieno appoggio al candidato Berruti, Dall‘altro lato, i primi risultati elettorali regionali evidenziarono di che panni continuasse a vestirsi l’armata Nebiolo. Nelle elezioni siciliane vennero eletti come consiglieri regionali, a larga maggioranza, Tommaso Ajello, il giudice che aveva piazzato a 8.38 il prisma ottico prima ancora che Evangelisti saltasse, e Marco Mannisi, il capo nazionale dei giudici che nella memorabile serata romana aveva assistito con trepidazione all’operazione compiuta dal suo corregionale e sottoposto. Marco Mannisi, in onore al suo grado, venne anche eletto fra gli otto delegati che avrebbero rappresentato la Sicilia nella successiva assemblea nazionale di Cagliari. Mannisi, per la verità, era andato anche oltre: aveva addirittura presentato la propria candidatura a consigliere nazionale, ma aveva dovuto ritirarla frettolosamente non appena la pubblicizzazione della stessa aveva scatenato reazioni indignate da ogni parte.

La faccenda Insport poteva dar luogo a sviluppi penali. Un qualsiasi dirigente societario dell‘atletica avrebbe potuto presentare un esposto alla magistratura. sentendosi parte lesa. A trasmetterlo ci pensò invece sorprendentemente tale Renato Corsini, facendo così opportunamente aprire, dalla Procura della Repubblica di Roma, un fascicolo. Corsini viene considerato come il più grande «lanciatore di esposti» dello sport italiano. con un record superiore a l 10. Poco dopo il mio trasferimento al CONI, si era avvicinato a me nell’atrio del palazzo, Aprendo la vetrata d’ingresso, mi aveva rivolto un deferente «prego, prima lei che è più importante di me», che mi aveva sfavorevolmente impressionato. Subito dopo mi aveva offerto tutta la sua collaborazione: «Sono come lei, mi ribello alle cose ingiuste.» Non lo conoscevo neppure. Lo ringraziai dell'offerta, ma mi guardai bene, naturalmente, dall‘affidarmi alle sue mani esperte.

Corsini fu altrettanto tempestivo qualche settimana dopo nel presentare alla Procura un altro esposto su una ulteriore vicenda, riguardante gli appalti per la costruzione di piste di atletica leggera. Nel frattempo proseguirono le elezioni regionali. Nebiolo vinse nel meridione con l’eccezione della Campania. Nel centro—nord si delineò una situazione ben differente: il Lazio e la Toscana, nonché il Trentino Alto Adige, videro la vittoria di un alleato molto precario del presidentissimo, quale era il gruppo facente capo al colonnello della Finanza e presidente del comitato regionale laziale Gianni Gola. In Lombardia stravinse Livio Berruti; in Veneto il confronto fra la componente Berruti e Nebiolo finì alla pari. Nelle Marche e in Emilia Romagna i berrutiani persero di poco dopo una serie di contestazioni. Anche in Liguria emerse una spaccatura netta fra l’ala nebioliana e la componente Gola che, andando al di la dell'accordo con il gruppo Nebiolo, ingaggio una dura battaglia per la supremazia regionale. Nebiolo vinse nettamente in Piemonte, nel Friuli Venezia Giulia e in Abruzzo. Berruti usci dalle assemblee regionali con in mano un terzo circa dei voti nazionali; solo i fatti rocamboleschi accaduti in Emilia Romagna e nelle Marche gli impedirono di conquistare la meta dei consensi. Fu un grande risultato per tutto il nostro movimento, soprattutto considerando che era stato ottenuto nonostante gli innumerevoli condizionamenti politici ed economici operati sui dirigenti societari.

Il 17 novembre il CONI ebbe in mano la relazione degli esperti incaricati di studiare la documentazione relativa al contratto FIDAL-Insport. La giunta esecutiva del CONI decise all’unanimità di trasmettere gli atti alla Procura della Repubblica di Roma ed alla Procura generale della Corte dei contit Alla Procura della Repubblica l’intero fascicolo, affidato al procuratore aggiunto Mario Bruno, lo stesso che aveva esaminato un anno prima la vicenda doping, venne da questi trasmesso ad un altro magistrato conosciuto: il sostituto procuratore della Repubblica Antonino Vinci, che alcuni mesi prima aveva archiviato il caso Evangelisti. Emerse anche una serie di informazioni su un consorzio (CIPAL), cresciuto con il beneplacito della federazione, che si era assicurato la quasi totalità degli appalti per la costruzione di piste di atletica negli ultimi dieci anni. Il CONI nominò una commissione per accertare la veridicità delle accuse. A seguito della vicenda Insport, la giunta CONI sospese dal servizio l’ex segretario generale della FIDAL Barra, che reagi inoltrando ricorso al TAR del Lazio per l‘annullamento del provvedimento di sospensione. A fine novembre Nebiolo e Barra ricevettero dalla Procura di Roma «informazioni di garanzia», moderna dizione di «comunicazioni giudiziarie» Per la prima volta Nebiolo veniva messo sotto inchiesta: il reato ipotizzato era quello di falso in atto pubblico.

La maggioranza della stampa italiana sollecito il Commissariamento della FIDAL, ma il CONI non lo ritenne né legittimo né opportuno. Qualche mese più tardi la Procura della Corte dei conti avrebbe invece affermato che il commissariamento andava realizzato. Nebiolo si presentò dunque all’assemblea nazionale di Cagliari, l’ll dicembre, come candidato alla presidenza. Il gruppo Berruti tentò in ogni modo di stringere un‘alleanza con quello di Gola: i loro voti congiunti avrebbero consentito di mettere Nebiolo in minoranza. Durante una notte concitata e tempestosa, questo tentativo venne rintuzzato da Nebiolo, che fu però costretto a pagare un prezzo elevato per conservare l'appoggio elettorale di Gola. Il colonnello della Finanza pretese ed ottenne che alcuni sostenitori storici di Nebiolo venissero eliminati dalla lista. Si giunse cosi alla rielezione alla presidenza di un dirigente fantasma, ormai alle corde da tempo. Nebiolo infatti, nel momento stesso in cui fu aiutato a vincere, fu costretto a promettere un rapido abbandono della scena federale. Berruti uscì dallo scontro confermando di rappresentare un terzo dell’atletica italiana, quella con le idee più chiare sulla necessità di un rinnovamento profondo. La rielezione, per Nebiolo, non alleviò minimamente i suoi problemi. I giorni che precedettero il Natale furono occupati dalle vicende delle ditte appaltatrici. L'identificazione di Nebiolo e dei suoi più fidati collaboratori con l’atletica, aveva condotto intanto la FIDAL a sostenere ingentissime spese legali, In poche settimane, un centinaio di milioni passarono dalle casse federali al complesso staff degli avvocati, civilisti, penalisti ed esperti di amministrazione.

La commissione affari sociali della Camera, che aveva iniziato i suoi lavori ascoltando il 10 ottobre il presidente del CONI, a metà dicembre convocò il presidente del CNR Rossi Bernardi. In un'ora e mezza di audizione, Rossi Bernardi parlò delle campagne contro il fumo, del cuore eccezionale di Gino Bartali, dei suoi trascorsi in fisiologia dello sport e di tanti altri argomenti di carattere generale. Non fece però alcun cenno al laboratorio del CNR di Pisa diretto da Ferdeghini. Nonostante che nell‘archivio di questo laboratorio giacciano le schede ed i dati di numerosi atleti italiani sottoposti a «terapia» di steroidi anabolizzanti. Non appena avuto sentore della faccenda CIPAL, Corsini, provvide tempestivamente ad inoltrare l'ennesimo esposto alla Procura della Repubblica: un altro fascicolo aperto in attesa di documentazione. Questa volta l‘indagine venne affidata al giudice Francesco Nitto Palma.

LA FARSA DI CAGLIARI

Per Nebiolo la situazione stava precipitando, nonostante gli aiuti che alcuni strateghi cercavano di assicurargli. Mentre i consiglieri neoeletti della FIDAL, divisi tra la sottomissione di alcuni e il desiderio di voltare pagina di altri, si contavano in vista di gravi prese di posizione. Gola, alleato scomodo di Nebiolo a Cagliari, si rese subito conto che il presidente stava predisponendosi a conservare il comando per un tempo indefinito. Passo dunque al contrattacco rinunciando alla carica di neo consigliere federale ed optando per quella di presidente del comitato regionale laziale. Nebiolo, temendo di essere messo in minoranza, annullò il consiglio federale previsto per il 5 gennaio, rinviandolo di qualche giorno. L’onorevole Michele Zolla, responsabile dello sport per la DC, lo attaccò, facendo riferimento «alla mancanza di norme che costringano le federazioni a registrare in bilancio tutte le entrate, a qualunque titolo percepite, all’esistenza di statuti federali che ben poco hanno a spartire con la democrazia.” E evidente che, nei confronti della FIDAL, un intervento chirurgico non è più procrastinabile. Ne va di mezzo ogni residuo di credibilità del Foro Italico.»

Fino ad allora era stato soltanto il partito comunista italiano a prendere più volte posizione sui gravi scandali riguardanti la FIDAL, chiedendo a più riprese le dimissioni di Nebiolo. Alla vigilia dell‘Epifania, Nebiolo restò per due ore nello studio di Gattai, in un drammatico faccia a faccia, Il tema del colloquio era il futuro della FIDAL. Con Nebiolo aggrappato, come ormai da più di un anno, a una difesa di se stesso che non aveva più nulla a che vedere con l’interesse dell‘atletica italiana. I giornali cercarono di ricostruire, sulla base di qualche mezza frase pronunciata a caldo dai due interlocutori, lo sviluppo e le conclusioni del discorso. Si capì che Nebiolo aveva dovuto promettere al presidente del com di farsi da parte,

Il giorno dopo l’Epifania, si riunì il consiglio federale e Nebiolo. nonostante ulteriori disperati tentativi di ottenere dai consiglieri piena solidarietà, fu costretto a rassegnare le dimissioni. Lo fece, tanto per non smentirsi, in un modo che ben poco aveva di spontaneo: si trattò di dimissioni postdatate, che sarebbero divenute effettive di li a un mese, l’8 febbraio. Nella formula prescelta, era possibile intravedere una scialuppa di salvataggio per partecipare, ancora come presidente, alla giunta esecutiva del CONI, prevista per i primi giorni di febbraio, e il tentativo estremo di guadagnare tempo, disperare ancora in qualche nuovo spiraglio. L'ambiente dell’atletica avrebbe, invece, certamente rispettato lo smarrimento e la sofferenza di un dirigente di lungo corso che, impossibilitato a far fronte agli scandali ed alle accuse, avesse sancito la fine del proprio ruolo con ordinarie dimissioni. Anche in questa circostanza, Nebiolo dimostrò la sua insanabile propensione verso scelte freddamente calcolate.

A distanza di sole quattro settimane dalle elezioni di Cagliari, le dimissioni forzate di Nebiolo precipitarono, per statuto, anche il consiglio federale nella gestione della sola ordinaria amministrazione. La FIDAL dovette preparare un nuovo turno elettorale, questa volta vero. Nebiolo, malinconicamente, continuò a svolgere la propria rappresentazione: unitamente ai suoi più fedeli accompagnatori, tentò in tutti i modi di affermare il proprio diritto a restare in carica, con il consiglio federale, fino alla nuova assemblea elettiva fissata per il 23 aprile.

Domenica 15 gennaio i berrutiani si riunirono a Ponte in Valtellina e discussero la loro strategia elettorale. Sintetizzò tutto Carlo Venini: «Le nuove elezioni sono troppo vicine. Non possiamo marciare da soli, non c’è tempo. Quindi contattiamo tutti coloro che non sono compromessi con la precedente gestione. Secondo me, con il gruppo di Gola ci possiamo mettere d’accordo subito sulle idee e sui programmi.» Vi furono anche voci di dissenso: sostennero l’opportunità che il gruppo Berruti proseguisse da solo, anche a costo di marciare verso una sconfitta. La maggioranza del movimento comprese, però, che era necessaria una valutazione globale e molto concreta della realtà. Occorreva tener conto delle effettive possibilità di aumentare la consistenza numerica del movimento. Vicende gravi, come quelle del doping, del salto truccato, delle irregolarità amministrative, ampiamente illustrate dai mezzi di informazione, non erano state sufficienti a farci acquisire più di un terzo dei voti, Non sussistevano, quindi, ragioni valide per ipotizzare un radicale cambiamento di rotta nel nuovo turno elettorale.

L'alleanza con il gruppo Gola avrebbe consentito, invece, al movimento di trovare uno sbocco vincente e al gruppo Gola di attivare le proprie capacità di rinnovamento. La costituzione di un gruppo consistente, in grado di conseguire la netta maggioranza dei voti, avrebbe inoltre rappresentato un polo di attrazione per gli indecisi, dando al futuro gruppo dirigente un consenso ed un collegamento maggiori con le diverse componenti dell’atletica. Con un colpo di coda, Nebiolo reagì alle accuse dilaganti attraverso l’agenzia americana Associated Press: «I miei nemici hanno approfittato di insignificanti pretesti per fare una guerra su vasta scala contro la FIDAL, allo scopo di colpire me. Tutte le accuse di manipolazioni e abusi sono pura immondizia, si può parlare soltanto di piccoli errori amministrativi». Franco Arturi della «Gazzetta dello Sport» avrebbe commentato: «Il termine ‘immondizia‘ usato dal dirigente per indicare le doverose accuse che gli sono state mosse è una parola che gli deve suonare familiare, perché la sua FIDAL è stata una instancabile produttrice di immondizia negli ultimi anni. E tutta di tanfo ammorbante: salti truccati, doping, irregolarità amministrative, inchieste della magistratura.»

Nebiolo si pronunciò anche sulle responsabilità dei suoi più stretti collaboratori: «E impossibile per un presidente tenere sotto controllo tutte le faccende amministrative. Ci sono altre persone pagate per seguire queste cose; il mio lavoro era promuovere l'atletica, far gareggiare Lewis o Aouita in modo che migliaia di persone fossero attratte dall’atletica e affollassero gli stadi». Nebiolo non ricordò, rilasciando le sue dichiarazioni, che proprio Lewis e Aouita avevano messo sotto accusa il sistema antidoping della «sua IAAF». Nebiolo non ricordò neppure la frase che un giorno Pietro Mennea gli aveva sibilato all’orecchio: «Non dimentichi mai, presidente, che lei ha incominciato a farsi conoscere attraverso i miei risultati»

Alla fine di gennaio sir Arthur Gold, presidente della federazione europea di atletica leggera, chiese a Nebiolo «di rendere conto del suo operato anche in sede internazionale, e non soltanto dei fatti italiani. Quattro anni fa Ne. biolo ha creato a Montecarlo una fondazione internazionale, nelle cui casse sono affluiti molti miliardi, Nessuno ha mai capito perché questo fondo sia stato istituito, nessuno conosce esattamente l’entità della cifra depositata, nessuno sa dove e come sono stati spesi questi soldi.» Gold disse anche altre cose: fra l’altro che dall’insediamento di Nebiolo i membri del consiglio della IAAF erano stati portati da quindici a ventitré e che gli otto aggiunti erano degli yes men del presidente.

A Emanuela Audisio di «Repubblica», che gli chiese se era sorpreso dalla situazione, rispose: «Amareggiato è la parola più giusta. Sorpreso no, perché quando Nebiolo fece di tutto per diventare presidente della IAAF non ebbi dubbi. Dissi che ci avrebbe portati alla rovina: era troppa la sua ambizione, era troppa la sua voglia di popolarità. Ho conosciuto Nebiolo nel 1969 a Verona, non credo a chi dice: poverino, è rimasto vittima della sua creatura. Ma quale poverino, lui ha voluto che la creatura crescesse cosi distorta, cosi ansiosa di consensi, così avida di contratti televisivi, cosi dopata. Del resto già nel 1985 misi in guardia Nebiolo sull’affare doping ma lui» «Come reagì?» incalzò l‘inviata di «Repubblica» «Eravamo in congresso ad Oslo. Lessi la mia relazione in cui dicevo che l’atletica era, sì, sulla cresta dell‘onda, ma che il suo crescente ricorso al doping avrebbe fatto infrangere quell’onda sulla roccia, e allora addio atletica. Terminai la relazione, uscii dalla sala, e Nebiolo mi venne incontro. Era agitato, furente. Mi aggredì, mi rimproverò: sei con me o contro di me? La sua preoccupazione erano gli altri, non era fermare il marcio. E su quella strada ha continuato.»

Per completare il quadro descritto da Gold, aggiungerei soltanto che fu proprio Nebiolo ad attuare la modifica del sistema di attribuzione dei voti ai diversi paesi, nell’ambito della IAAF, annullando i voti plurimi che fino a quel momento contraddistinguevano i paesi atleticamente più consistenti come Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna ecc., Nebiolo riuscì ad attribuire un voto a ciascun paese, sia che si trattasse della Repubblica di Andorra con un tesserato, sia dell’Unione Sovietica con milioni di tesserati. La sua riforma elettorale apparve il frutto di un grande senso democratico e di una lungimirante apertura ai paesi del terzo mondo.

Questa operazione, unita alla distribuzione ai diversi paesi di una parte dei proventi pubblicitari e televisivi della IAAF, gli aveva consentito di acquisire il controllo di un gran numero di voti. La distribuzione infatti di qualche migliaia di dollari ai paesi africani, asiatici e sudamericani, si era rivelata più che sufficiente ad accattivargli la simpatia e la fedeltà elettorale dei loro dirigenti, Nebiolo non scontento in nessuna occasione coloro che avevano investito nell’atletica capitali con l‘aspettativa di elevati guadagni Fece anzi v della dilatazione del giro di affari un obiettivo talmente primario, da divenire quasi esclusivo, A fine gennaio i membri del consiglio della mar, con nettissima prevalenza degli yes men cui aveva fatto cenno Gold, riuniti a Singapore confermarono la loro fiducia a Nebiolo ed anzi «presero atto della falsità delle accuse mosse verso di lui». Il giorno 30 anche la vicenda degli appalti per la costruzione di piste di atletica passò dalle mani del giudice Nitto Palma a quelle consuete di Antonino Vinci,

L’ADDIO ALL’EXCELSIOR

Arrivò l’8 febbraio, il giorno a cui Nebiolo aveva affidato, un mese prima, le ultime speranze di resistenza, La sua uscita dalla scena dell’atletica italiana, nonostante la pompa magna di una cerimonia all’hotel Excelsior di Roma, si rivelò malinconica. Anche quei giornalisti che avevano fatto parte della sua corte, ai tempi delle vacche grasse, lo liquidarono con un articoletto dimesso. Il ministro Carraro, in giornata di particolare benevolenza, intervenne alla festa di addio e gli indirizzo alcune lodi. E, involontariamente, gli scappo: «Nebiolo ha garantito all’atletica italiana un salto importante,»

Poi una pausa mentre un brivido percorreva la platea. Tutti si chiesero angosciosamente: «Che il ministro voglia parlare del salto di Evangelisti?» Ma no, Carraro riprese cosi: «Nebiolo ha garantito il salto verso la managerialità.» Potenza dell’inconscio, dissero i cultori della teoria freudiana sulla personalità. La corte di Nebiolo stemperò lo smarrimento e lo sconforto sottolineando a se stessa, prima che agli altri, gli «straordinari riconoscimenti» che il ministro Carraro aveva rivolto al proprio capo.

Soltanto due giorni dopo però Carraro, interpellato sul problema della permanenza di Nebiolo nel consiglio della FIDAL, precisò: «Se uno annuncia le proprie dimissioni, la gente si aspetta che se ne vada.» Doccia gelata.

Alla metà di febbraio venne a Roma Ben Johnson per partecipare ad una festa televisiva indetta dal proprio sponsor Diadora. Il campione olimpico della maratona Gelindo Bordin ritrovò la sua antica vena e dichiarò: «Graziare Johnson? Per me, quello lì deve ancora cominciare a pagare. Uno che viene trovato positivo all’antidoping, non deve più mettere piede su una pista. Spero solo che sia qui per far parte del pubblico e non dei premiati.» Quando Ben Johnson tornò in Canada, l’indagine governativa sul doping stava entrando ormai nel vivo, Per alcune settimane si accumularono una quantità impressionante di rivelazioni circostanziate, che evidenziarono non solamente il pieno coinvolgimento di Johnson e del suo clan nell’uso del doping ormonale, ma anche la rete di connivenze e di coperture internazionali dentro cui Johnson ed altri atleti di valore avevano potuto muoversi partecipando alle gare più importanti,

Presso la prima sezione penale del tribunale di Roma, si concluse in quei giorni il processo istruito a seguito della querela da me inoltrata contro Rossi per le sue dichiarazioni alla vigilia dei campionati del Mondo di Roma. Rossi venne condannato a pagare le spese processuali e al risarcimento dei danni morali nei miei confronti. Gli atleti italiani si comportarono onorevolmente nei campionati d'Europa e nei campionati del Mondo indoor. Torno a brillare Pierfi Pavoni che, per un intero anno, al di la dei suoi proclami, aveva raccolto risultati molto scadenti. Pavoni rivendicò l’utilizzazione degli aminoacidi a catena ramificata, l’ultimo ritrovato della farmacologia a sostegno delle prestazioni sportive.

Proprio in quei giorni, il CIO aveva ricevuto i primi pareri contrari all’uso degli aminoacidi. da parte degli accademici di vari paesi che aveva interpellato per esaminare le caratteristiche di questi prodotti e per un parere sulla loro liceità. Pavoni assunse platealmente il ruolo, a lui congeniale, di chi controbatte le asserzioni degli specialisti. Nel corso del processo canadese, in una delle sue sedute fiume, Charlie Francis preciso che Pavoni, durante il suo soggiorno a Toronto nell’inverno 1987/88, era stato fra i clienti di Astaphan. L’affermazione non andò oltre, non specifico quale fosse l‘oggetto della consulenza. Alcune settimane più tardi, però, davanti al giudice Dubin avrebbe deposto l’ex quattrocentista della nazionale canadese Mike Sokolowski accusando Pavoni di aver assunto anabolizzanti davanti a lui, per mano del fisiatra Waldemar Matuszewski. Gianni Merlo della «Gazzetta dello Sport» avrebbe rintracciato Astaphan nella sua isoletta di Saint Kitts e Astaphan avrebbe non soltanto confermato le accuse di Sokolowski, ma aggiunto una serie di particolari, rinviando per ulteriori specificazioni alla sua successiva deposizione al processo canadese.

Ho perso di vista Pavoni da quella sera del novembre 1987, quando improvvisamente venne ad informarmi che partiva per il Canada. Escludo che il Pavoni da me conosciuto potesse ricorrere agli steroidi anabolizzanti. Sono altrettanto certo, però, che egli ha operato una scelta quantomai sconveniente rivolgendosi ad un clan e ad un medico dei quali conosceva perfettamente i loschi retroscena. Ricordo che una mattina, sul finire della collaborazione tra me e Pavoni, il dottor Astaphan venne a trovarlo a Roma. Ci raggiunse allo stadio dell’Acqua Acetosa. Era una giornata fredda e piovigginosa. Restò in un angolo a guardare l’allenamento e ad aspettare che Pavoni finisse. Dissi a Pavoni che la frequentazione di un personaggio del genere poteva essere molto ambigua. Espressi, fra l'altro, il mio disappunto per il fatto che Astaphan stesse li a vedere le esercitazioni che gli facevo svolgere: «Se c’è qualcosa di originale e qualificante nel nostro allenamento, non mi va che possa appropriarsene un drogatolo e servirsene contro di noi, migliorando le prestazioni degli atleti da lui trattati.» Pavoni minimizzò la mia preoccupazione: «E' solo un medico, non ha alcun interesse per le metodiche di allenamento.» Quanto alle mie più generali perplessità, Pavoni mi rispose che Astaphan, oltre che un somministratore di anabolizzanti, era anche un esperto nutrizionista e conoscitore degli aminoacidi.

Pavoni in quel periodo mi bombardava quasi ogni giorno di proposte su queste sostanze, mi invitava ad informarmi, ad approfondirne la conoscenza. Un giorno, per troncare ogni insistenza, lo avevo condotto dal professor Giancarlo Topi, docente di scienza dell’alimentazione all’Università di Roma. Topi gli aveva spiegato, con linguaggio chiaro e logico, che gli aminoacidi non potevano in alcun modo costituire un beneficio. Mi era sembrato che Pavoni si fosse convinto. Invece, dopo i campionati del Mondo di Roma, era tornato a parlarmene con rinnovata insistenza. Io non accettavo l’idea degli aminoacidi, non tanto per un problema di efficacia, quanto per la convinzione che si trattasse comunque di una forma di doping.

Dopo gli scadenti risultati dell‘allenamento in Canada, Pavoni si era affidato all’assistenza dell‘allenatore olandese Henk Kraajienhof che anch’io conoscevo da alcuni anni. Avevamo parlato con lui, Vittori ed io, nel 1986, al ristorante del villaggio durante i campionati d'Europa di Stoccarda. La discussione verteva sulle metodologie dell’allenamento quando, a un certo punto, Kraajienhof aveva cominciato a sostenere l’opportunità che un atleta impegnato nella preparazione si aiutasse con gli steroidi anabolizzanti. Per la verità, Kraajienhofaveva parlato di dosaggi modesti, ma non era quello il punto. Vittori ed io non accettavamo il concetto che l’organismo umano necessitasse di un correttore ormonale per funzionare meglio e non avere problemi. Avevamo espresso a Kraajienhof il nostro netto dissenso verso quella sua impostazione. Il colloquio era finito immediatamente, con Kraajienhof bloccato dall’imbarazzo. Anche nei giorni seguenti, quando ci incontrava, sfuggiva il nostro sguardo. Raccontai tutto questo a Pavoni. Pavoni sapeva, dunque, perfettamente che anche Kraajienhof propugnava l’utilizzo degli steroidi, anche se non nella forma sconsiderata di Astaphan. Avevo giudicato, quindi, inopportuna anche la seconda scelta tecnica di Pavoni: quella di allenarsi a partire dall‘aprile 1988 con Kraajienhof, dopo aver concluso la collaborazione con Francis.

I risultati dello sprinter romano durante il 1988, sia invernali che estivi, erano stati molto scadenti, in netto contrasto con i proclami lanciati dall'atleta, nei quali preannunciava cambiamenti di cilindrata e prestazioni mirabolanti. Il terzo posto, conseguito da Pavoni ai Mondiali indoor di Budapest, ha ripetuto, più o meno, il risultato di due anni prima, quando ad Indianapolis si era classificato quarto, ma in quell’occasione il vincitore era stato Ben Johnson... Dunque due anni, due allenatori stranieri di grande nome, decine di pillole di aminoacidi ingoiate ogni giorno, per tornare faticosamente a ripetere lo stesso risultato di quando lo allenavo io. Delle due l’una: o gli aminoacidi erano stati totalmente inutili, oppure erano serviti — come Pavoni ha sostenuto e ma, allora, era peggiorata, e di molto, la qualità del suo allenamento...

Le cronache di fine febbraio annunciarono il ritiro dalla scena della divina Florence, che fu commentato da molti come una fuga anticipata Clai prevedibili controlli amido» ping. Alcuni giornalisti si limitarono invece a celebrare la grandezza atletica, la bellezza ed il mito dell‘ormai trentenne sprinter statunitense. Florence Grif‘iith ha lasciato in eredità all’atletica il fardello inquietante di due record mondiali irraggiungibili. A metà marzo la «Gazzetta dello Sport» riportò il reso» conto dell’audizione del dottor Faraggiana nel processo per diffamazione, internato a Firenze da Andrei, Bucci, Montelatici e Piga contro Tordelli, Meconi, me e diverse testate giornalistiche. Claudio Gregori così descrisse l‘interrogatorio: il giudice istruttore Valentino Pezzuti chiese a Faraggiana: «Li ha manoscritti lei questi fogli?» (si trattava del diario di bordo del doping che i lettori hanno avuto modo di leggere in queste pagine) «Posso anche non rispendere?» «Dovrebbe rispondere.» Goccioline di sudore imperlavano la fronte del medico, che ruotava le orecchie rosse come dei radar per captare segnali. Dopo un lungo, imbarazzato silenzio, ammetteva: «Riconosco la mia scrittura in alcune parti. Ma non ricordo di averne compilate altre.» Il giudice sfogliava le carte ad una ad una. «Questa la riconosce?» «Non la riconosco per nulla.» «E questa?» Silenzio. «Questi sono miei appunti di lavoro.» E poi: «In alcune parti si, è la mia calligrafia.» «E le curve di scomparsa?» «Non ricordo assolutamente» Il magistrato verbalizzava: «Se riconosce la propria calligrafia in alcune parti, disconosce la paternità dei fogli numero 8 e numero 13.» Tuonava l‘avvocato Oreste Flamminii Minuto: «Stante la palese reticenza del teste, chiedo la trasmissione degli atti al pretore per testimonianza reticente.» E si, per Daniele Faraggiana si è trattato di un mezzogiorno di fuoco. La sua deposizione e durata quaranta minuti. Quaranta minuti di silenzi, di mezze ammissioni, di sospiri, di «non ricordo». L‘avvocato Gianfranco Nesi, difensore di Meconi e Tordelli, ha esibito due fotocopie di fatture di sostanze riconosciute come doping, a firma Faraggiana. Tutte e due le fatture sono emesse dalla farmacia svizzera Giovanni Bordoni e Figli, di Lugano. La prima, del 22 settembre 1981, riguarda il testosterone. La seconda, del 23 dicembre 1981, è per cinquanta confezioni di Dianabol, per 1970 franchi svizzeri, riporta il cambio di allora e la cifra in lire, 1349650, anticipata da Faraggiana. «Sembra siano state da lei sottoscritte. Riconosce la sua firma? Si ricorda?» chiedeva il magistrato. Dopo un silenzio di venti secondi, Faraggiana rispondeva: «Mi sembra strano. Nel 1981 non lavoravo per la FIDAL.» «Le sembra strano e non le riconosce?» insisteva il giudice istruttore Dopo un’eternità, per la precisione due minuti e quindici secondi, Faraggiana rispondeva: «Non mi ricordo.» Poi aggiungeva: «Diciamo che ho dei dubbi. » « Ma non lo esclude?» chiedeva il magistrato. «Non lo escludo.» Poi ribadiva: «Nel 1981 non lavoravo per la HDAL. E pertanto non avevo motivi per ordinare quei medicinali.» A quel punto l’avvocato Flaminio Minuto chiedeva l'ammonizione del teste, secondo le norme del codice di procedura civile. ivi compresi i mezzi coercitivi, quali l‘arresto provvisorio. Il magistrato ammoniva Faraggiana a dire la verità e gli faceva presenti le responsabilità penali. Gli toccava l’insidia di un’ultima domanda. «Ha mai avuto il possesso o visto per intero i documenti presentati oggi?» «Solo pochi giorni fa dall’avvocato Massei.»

Nulla di quanto è emerso da quella udienza mi ha sorpreso. Le due fatture svizzere esibite non facevano che confermare in pieno, a distanza di sette anni, quanto aveva scritto Meconi alla FIDAL nella sua lettera di denuncia. Aveva, per l’appunto, parlato di collaboratori di Nebiolo & C. che si erano recati in Svizzera ad acquistare anabolizzanti, tra cui il Dianabol. Le due fatture chiarivano che, in due occasioni almeno, era stato il dottor Faraggiana uno di questi collaboratori. Nel 1981 si era ancora nelle prime fasi del doping federale. Eppure, quell'acquisto di anabolizzanti per più di un milione di lire dell‘epoca, era già molto consistente.

EPILOGO

A marzo il consiglio della IAAF ha deciso l’istituzione dei controlli antidoping a sorpresa, da realizzare mediante unità operative da spostare nei diversi paesi, concedendo agli atleti un preavviso di quarantotto ore. Anche la IAAF di Nebiolo, dunque, costretta, scavalcata ed isolata dalle campagne antidoping e dagli interventi dei governi nazionali, lia tentato di recuperare un minimo di credibilità con questa decisione. Anche la federazione statunitense di atletica leggera ha istituito gli stessi controlli per i venticinque migliori atleti di ogni specialità. Iniziative analoghe sono state da tempo avviate in diversi altri paesi e in diversi sport. La rispon» denza reale di questi controlli agli obiettivi che si prefiggono dipenderà. come al solito, dalla effettiva volontà dei dirigenti. La novità non è comunque di poco conto: una situazione, ferma da anni, si è rimessa in movimento. All’orizzonte, accanto agli aminoacidi a catena ramificata, sono già comparse sostanze, come il picolina di cromo, in grado secondo alcuni di sostituire gli anabolizzanti. Si profilano le nuove frontiere del doping. Apparentemente sembrano vanificare gli sforzi di quanti combattono il doping, ma così non è. Il progresso tecnologico ha raggiunto un livello tale per cui è oggi possibile rinvenire nell’organismo qualsiasi sostanza ingerita. I controlli antidoping a sorpresa possono dissuadere da qualsiasi residua tentazione e costringere alla smobilitazione tutte le organizzazioni di supporto.

All‘inizio della primavera, dall’Unione Sovietica, insieme alla notizia della nave-laboratorio ormeggiata a Seul durante i Giochi, sono giunte le dichiarazioni dell’ex campione olimpionica di sollevamento pesi Yuri Blasov. Blasov ha raccontato come il doping si fosse diffuso nello sport sovietico già sul finire degli anni sessanta e come egli avesse cercato, una volta divenuto dirigente, di combatterlo con tutte le sue forze. Alla fine era stato costretto a lasciare la carica ed era stato estromesso dai quadri ufficiali della dirigenza sportiva. Giunto all’epilogo di questa mia storia, scopro che qualcun altro, a migliaia di chilometri di distanza, ha combattuto per la stessa causa. Seppure con una sostanziale differenza: Blasov si è battuto in un contesto repressivo e insormontabile. Il sistema politico si era ripiegato su di lui, senza che la sua idea riuscisse a prendere corpo e a diffondersi nel suo paese.

Stava per accadere esattamente la stessa cosa nella democraticissima Italia. Però, non è accaduto. La battaglia di un allenatore e di pochi suoi amici è diventata, come in questo libro ho cercato di spiegare, una ribellione collettiva contro un sistema degenerato. I La degenerazione non può essere attribuita solo a un uomo o a pochi uomini. L’atletica impazzita di questi anni ha avuto milioni di tifosi e migliaia di cantori. Questo libro è la cronaca di giorni difficili, in cui la caparbietà e la passione di Donati (di volta in volta bollato dai suoi nemici quale giacobino, moralista, esaltato, traditore) lo hanno condotto dai primi sospetti alla certezza, dalla consapevolezza che tutti sanno, ma nessuno parla, alla lotta aperta. Finalmente il castello di menzogne è crollato. Per ultimo è caduto Nebiolo. E la storia di una vittoria impossibile, forse la più bella dello sport italiano.